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P E S f E
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DEL SÈCOLO XIII
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EDWARD STEVENS SHELDON
Oam of 1672
Professor of Romance Prtilology
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POESIE
LOMBARDE INÈDITE
DEL SÈCOLO XIII
PUBLICATE ED ILI.l'STRATE
DA
B. BIONDELLI
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CMF. IDWAIOI.SHELDOR
M». 1 1, 1925
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LIBRARY
OCT 231973
Edizione di 150 esemplari numerati.
28.
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A SUA ECCELLENZA
IL SIGNOR COME GIUSEPPE ARCIIINTO
CONSIGLIERE INTIMO ATTUALE DI S. M. I. R. A.
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racc/t/ur/e / il /aro eacw/éiat e da/ée/dàte r/ci \t49oc-
me/ào c/i mi/a/icde Sprecare c/a i9uedca/?c e c/o-
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acicdc* ùH:iifi</ie /no/tame/i/o c/ei /mmorcy c/c/itt
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ai dàra/uere nazio/u.
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C accort/atomc favore, e me Aerme//o offerir/e
i/i yuedéo dtfro i/^oemeé/o c/te £/!e a/i/ar/iene,
ru/otto a Aul cncara lezione e coue oaaer tra-
zione cue /ni /larverò accorte* e ad i/awàrar/o
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PREFAZIONE
La necessità di premettere lo studio degli antichi mo-
numenti letlerarj alla ricerca delle orìgini delle lingue
scritte fu già più volte avvertila e dimostrata dai moderni
scrittori , ed io slesso ebbi a comprovarla segnatamente
per la lingua generale d 1 Italia in alcuni antecedenti miei
scritti, producendo ancora qualche documento inèdito, e
tracciandone l'applicazione. Ma perchè un tale studio possa
di propòsito instituirsi e maturarsi , egli è troppo evidente
che dèbbansi anzi tutto raccògliere e publicare tutti i ma-
teriali rispettivi che sfuggirono alla distruzione dei sècoli,
e che in parte giàciono tuttavìa o sconosciuti , o negletti
nelle biblioteche e negli archivj pùblici e privati. Ce ne
diedero infatti splèndidi esempli filòlogi alemanni, inglesi
e francesi degli ùltimi tempi, i quali investigando i mo-
numenti letteràrj nazionali del Medio Evo per tutti gli àn-
goli d'Europa, li vennero mano mano illustrando colle
slampe, senza riguardo alla maggiore o minore loro roz-
zezza; e prendendoli ad esame nella ricerca del successivo
sviluppo delle rispetti ve lingue, ne appuntarono così le
orìgini come i rapporti , e ne svòlsero gramàtiche com-
parate, delle quali sono modelli miràbili quelle del Ray-
nouard e di Jacopo Grimm.
Per verità anche i filòlogi italiani de' sècoli trascorsi ,
prima ancora degli stranieri, si diedero a investigare ed
a raccògliere le sparse relìquie degli incunàboli di nostra
lingua, e ne sono chiarissime prove le doviziose Raccolte
deir Allacci, del Cresci m be n i . de' Giunti, del Muratori,
non che i sudali lavori del Quadrio, del Tiraboschi e di
quanti imprèsero a svòlgere le orìgini della lingua e delle
lèttere itàliche. Egli è altresì fuor di dubio, che i succes-
sivi dittatori della patria fax ella , compilandone il còdice
fondamentale , procedettero sempre colla scorta dei mo-
numenti , comecché scelti ad arbitrio e sulla norma dì
prestabiliti sistemi , e variamente apprezzali e interpre-
tali. Ma in tutte queste laboriose investigazioni, e in tanto
commercio disludj, prevalendo sempre idee preconcette,
o gare municipali, si ebbero la preferenza i primi Saggi,
comunque rozzi ed informi, degli scrittori siciliani, apu-
gliesi, napolitani, toscani ed emiliani, mentre vennero
esclusi dal consorzio itàlico molti componimenti vèneti,
lombardi e pedemontani, non meno interessanti di quelli,
ed i quali non avèano minor diritto ad un posto nella
storia del primitivo sviluppo della lingua e delle itàliche
lèttere.
Perciò ogni qualvolta si trattò di svòlgere le orìgini
del nostro idioma vi fecero successivamente onorévole
comparsa tutti i pòpoli italiani , tranne i soli cispadani ,
che pur diedero alle lèttere latine un Virgilio, un Tito
Livio, un Catullo, i due Plinj ed altri distinti poeti ed
oratori, né rimasero spettatori indifferenti all'ordina-
mento della lingua volgare. Non v 1 ha alcun dubio, che
mentre nel vòlgere del XII e XIII sècolo i Siciliani ed i
-^ 7 e^-
Toscani sottoponèano alla disciplina del metro i rispettivi
dialetti, anche i Lombardi s'adoperarono alla, loro volta
onde ingentilire il pròprio , sostituendolo al bàrbaro e
corrotto Ialino. Che se la màssima parte dei monumenti
di quel tempo, e pei posteriori anàtemi dell'Alighieri, e
per T in escusàbile incuria de' nostri maggiori , e per le
pùbliche sventure , andarono perduti , ce ne sommini-
strano soverchie prove i pochi supèrstiti, che pur troppo
rimasero sinora ignoti o negletti , e che non sono gran
fatto più rozzi degli incènditi Saggi di Giulio d'Alcamo,
d' Ingliilfrcdi , di Onesto , di Gino da Pistoja , di Dante
da Maja no, di Monna Mina, e di tant' altri scrittori con-
temporànei d'oltre Po.
Appunto a dimostrare col fatto quanto risalga tra noi
l'uso della lingua volgare, e come anche i Lombardi con-
tribuissero tra i primi a sanzionarlo, in sostituzione della
latina , avvisai di publicare alcuni poemetti sinora inèditi
del sècolo XIII, che a buon diritto possiamo annoverare
tra i primi incunàboli delle moderne lèttere in Italia.
Fra questi il più importante per l'estensione, pel sog-
getto e per l'ordine col quale fu svolto, si è il celebrato
Poemetto di Pietro da Bescapè, che, per quanto ci consta,
è il primo poema di lunga lena che venisse tentato nel-
l'antico volgare d' Italia, essendo anteriore di alcuni anni,
o almeno contemporàneo del Patafiio e del Tesoretto di
Brunetto Latini. Lo dissi celebralo, perchè dopo la men-
zione fattane verso la metà del passato sècolo dall'Arge-
lati, che ne diede circostanziala notizia nella Bibliotheca
scriptorum mediolanensium , e ne produsse ancora in
Saggio alcuni versi , ne parlarono successivamente il Giù-
~c$ 8 sa-
lini, il Quadrio, il Tirataseli! , e quanti imprèsero a svòl-
gere le orìgini di nostra lingua. Ciò non pertanto esso non
restò meno inèdito, né meno conosciuto sinora al mondo
letterario, e il solo esemplare supèrstite del medésimo
serbasi manoscritto nella splèndida biblioteca Archinto ,
ove, mercè la generosa accondiscendenza del possessore,
mi fu concesso trascrìverlo perla presente publicazione,
e d'onde lo stesso Argelati attinse la mentovata notizia.
Il tempo al quale questo prezioso monumento appar-
tiene è chiaramente precisato nel còdice stesso al i.° di
giugno dell'anno 1264, correndo la seconda indizione,
in giorno di venerdì. 11 Giulini peraltro osserva opportuna-
mente, che in queir anno correva la sèttima e non la se-
conda indizione, e che il 1.° di giugno cadeva in doménica
e non in venerdì, e attribuisce tali errori all'ignoranza
dell' autore. Ma ben più ragionévole sarebbe accusarne la
negligenza altrove manifesta del copista, che scrisse se-
xanta e qttatro in luogo di setanta e quatti), giacché,
come avverte il Tiraboschi, in quest'anno appunto cor-
reva la seconda indizione, e il l.°di giugno cadeva in
venerdì (1) . Checché ne sia, il componimento appartiene
senza dubioa quel perìodo, come pure il còdice archi ntèo,
il quale, e per la forma dei caràtteri e per lo stile dei dise-
gni colorati ond'è arricchito, si appalesa contemporàneo.
L'Argelati, latinizzando il nome dell'autore, lo chiama
Petrus a Basilica Petri, seguendo l'uso di antichi scritti
che fanno menzione di questa nòbile famiglia lombarda
detta comunemente nel volgare dialetto da Bescapè, il
(i) A maggiore schinrimcnto di questa controversia» vèggasi la Nota
da me apposta all'ultimo verso del Poemetto medésimo.
-<=& 9 ac-
quai nome è proprio ancora di una terra nell'agro pavese.
L'autore stesso peraltro nel componimento si designa più
volte col nome di Pietro de Barsegapè , che traccerebbe
il primo passo alla storpiatura accennata.
In questo poemetto , come apertamente dichiara nel-
■ V Introduzione, il poeta si propone di tracciare un'isto-
ria dell'Antico e del Nuovo Testamento, ed a maggiore
schiarimento, dopo di aver invocato l'ajuto del Dio uno
e trino , onde lo inspiri e lo regga , enumera i sommi
capi che imprende a trattare, e che in sèguito viene con
mirabil órdine svolgendo, quali sono:
Como Deo a fato lo mondo ;
E corno de terra fo lo homo formo ;
CunT el descendè de Cel in terra,
In la Vergine regal pollila;
E cum' el sostene passion
Per nostra grande salvation ;
E cum vera al di de l' ira ,
Là o'serà la grande roina;
AI peccatore darà grame^a;
Lo justo avrà grande alegre^a.
Ed in fatti, sulle traccie della Bibbia, procede quindi
a descrivere la creazione dell' universo , quella dei pro-
genitori dell' umana famiglia , e il loro primo errore e
le funeste conseguenze. Quivi s' arresta a dipìngere la
lotta dell'anima colle passioni corporee, e svolge per òr-
dine i sette vizj capitali, la superbia, la gola, la lussùria,
l'avarizia, l'ira, l'accidia e la vanagloria.
Descritti per tal modo i precipui mali che derivarono
all' umanità dal peccato originale , si rivolge pieno di
conforto alla storia circostanziala del divino riscatto.
L'annunciazione della Vèrgine, la sua vìsita ad Elisabetta,
T apparizione dell'Angelo a Giuseppe, il viaggio a Bet-
lemme, la nàscita di Cristo, P adorazione dei pastori e
dei Magi, la presentazione al tempio, la fuga in Egitto, ed
il ritorno in Nazareth dopo la strage degli innocenti, vi
sono svolti per órdine, e con un candore singolare. Pro-
cede quindi a descrìvere la vita, la passione e la morte
di G. C, adornando il racconto con una serie di anèddoti è
ed episodj, che, se non nuovi, perchè sparsi nei sacri
Còdici , tornano almeno strani pel modo ingènuo col
quale sono esposti.
Dopo alcune pie riflessioni sull'Agnello immolato e sul-
P empietà de' suoi carnéfici, s'arresta descrivendo lo spà-
simo della Vèrgine e celebrando la pietà delle Marie,
di Giovanni , di Giuseppe d'Arimatca e di Nicodemo ,
dopo di che passa a raccontare la discesa all'inferno, la
risurrezione ed ascensione al cielo, e le successive appa-
rizioni del Redentore agli Apòstoli. Conchiude dimo-
strando, come la dispersione e le predicazioni di questi,
le persecuzioni degli infedeli , e P eròica fermezza dei
Màrtiri, compiessero P òpera divina, gettando ovunque
le fondamenta imperiture della Chiesa di Cristo.
Compiuto per tal modo il pio racconto, P autore si fa
a dichiarare , che vuol ancora far conóscere , come Iddio
sarà per ritornare P estremo giorno a giudicare i vivi ed
i morti ; e si studia di tracciare un quadro commovente
delP universale giudizio , dal quale trae argomento per
esortare i suoi uditori alla preghiera ed a calcare il sen-
tiero della virtù.
— à li J^-
Dal contesto dell' intero componimento appare eviden-
te, come il Bcscapò si proponesse di svòlgere per órdine
la paràfrasi dei sommi capi del Sìmbolo deyli apòstoli,
che appunto incomincia col professare Iddio creatore del
Cielo e della terra, e finisce rappresentandolo giùdice ine-
soràbile dell' umana famiglia; e ne deriva ancora un forte
criterio per poter concliiùdcre con fondamento , che lo
stesso autore appartenne a qualche Ordine religioso o
monastico , i soli depositarli a quel tempo delle scarse
dottrine scientìfiche e letterarie. E scarse davvero pos-
siamo asserirle al tempo del Bescapè, se ne misuriamo
l'altezza dai suo componimento, affatto privo di originali
concetti, di pensieri elevati, di osservazioni filosofiche o
di poètiche grazie. Bensì dobbiamo notarvi un' órdine
miràbile nella condotta, molta chiarezza nelle espressioni,
per quanto era conciliàbile con una lingua priva ancora
di règole fisse, e molla diligenza ed esattezza, che pos-
siam dire monastica , nella parte descrittiva.
Quanto alla prosodìa, o piuttosto alla misura del verso,
a dire il vero non vi abbiamo riscontrata norma costante,
mentre, senza parlare degli accenti che non seguono ve-
runa legge, anche il nùmero delle sìllabe vi è indetermi-
nalo e varia in ogni linea, che perciò non osiamo chiamar
verso. Per lui modo con tutta ragione potrèbbesi risguar-
dare T intero componimento come una prosa rimala, seb-
bene anche le rime bene spesso siano sbagliate , e pòr-
gano appena talvolta lontane assonanze, quali sono per
esempio: resplendente e sempre, mondo e formo, terra
a pulzella, ira e rovina, ed allrelali. Con tutto ciò bene
osservando lo sforzo, che talvolta appare manifesto, del-
r autore, per conseguire una determinata misura ne' suoi
versi, e prendendo norma da quelli ne' quali pure riuscì,
possiamo stabilire, che tutto il poemetto constadi dìstici
rimati , ora in versi alessandrini , elio più tardi furono
delti warttlliiuti, attribuendone erroneamente I' introdu-
zione a Pier Jacopo Martelli , ed ora in ottonarj. Ma ben
più spesso , devo ripèterlo , non vi si riscontra misura
veruna. Taluno potrebbe per avventura riconoscere qua
e là alternato dall' autore il verso ipermetro , o dodeca-
sìllabo, che si è attribuito ai primi poeti italiani, in ispe-
cie a Dante da Majano, e col quale Alessandro de' Pazzi
scrisse un'intera tragedia; ma ben più verisimile spiega-
zione dell' incerta misura ci porge l'imperizia dell'autore,
e più ancora l'ignoranza e la negligenza del copista, al
quale devonsi sopratutto attribuire alquante ommissioni
ed aggiunte, che alterarono così la misura del verso,
come la rima, e talvolta ancora violarono le leggi della
sintassi, rendendo oscura la frase, o zoppo il perìodo.
La lingua, come ho avvertito, si è l'incòndila favella
parlata allora in Lombardia, sebbene modificata e forzata
alle forme della latina già da lungo tempo negletta e meno
intesa, alla quale per conseguenza si tentava sostituirla,
come lingua scritta. Egli è vero bensì , che al tempo del
Bescapc avèano i Siciliani preso ad illustrare con poètici
componimenti il proprio dialetto , fra i quali emèrsero
Ciullo d'Alcamo , Pier delle Vigne, Federico II, Enzo e
Manfredo, Guido dalle Colonne, Jacopo da Lentino, Ar-
rigo Testa , Ranieri da Palermo , Stefano da Messina ,
Guarzolo da Taranto ; così pure i Toscani Cavalcanti ,
Folcacchieri , Brunetto Latini, Guitton d'Arezzo, Fa-
bruzzo da Perugia , Jacoponc da Todi venìano raddriz-
zando il proprio, ond 1 ebbero imitatori anche nelP Emilia,
in Sem prebene , Bernardo, Guido Guinicelli ed Onesto
da Bologna , Tommaso ed Ugolino Bùcciola da Faenza ,
Biccobaldo da Ravenna ed altri ; ma gli sforzi di que'
primi ordinatori dell' itàlico idioma erano ristretti nella
cerchia delle rispettive provincie, ne l'influenza loro avea
per anco varcate le rive del Po ; ond' è che gli scrittori
vèneti . lombardi e pedemontani mossi da pari necessità
tentarono alla lor volta di dar forma ai dialetti rispettivi,
senza dipèndere dai lavori simultànei e malnoti delle altre
provincie. Di qui appunto ebbero orìgine le varie favelle
fra gli scrittori del XIII sècolo, e di qui ancora nel suc-
cessivo le giuste querele dell'Alighieri, che vedendo per
tal modo rinnovarsi in Italia la confusione di Babele, si
accinse alla santa impresa di collegare tutta la patria
grande con una sola lingua , chiamando a tributo tutti i
dialetti itàlici, ed escludendo i privilegi municipali, fonti
perenni di letali discordie. Considerato quindi sotto ras-
petto della lingua, sebbene appartenga a quella serie di
componimenti plebei che il sacro fuoco del Dante fulmi-
nava, il poemetto del Bescapè torna oltremodo prezioso al
filòlogo, e come documento della pluralità di lingue cluj
nel sècolo XIII si venivano sviluppando, e qual monu-
mento della lingua parlata sei sècoli or sono in Lombar-
dia, e come specchio della cultura degli avi nostri a quel
tempo. Pel primo riguardo, esso collègasi alla storia delle
orìgini di nostra lingua ; pel secondo , a quella dei dia-
letti lombardi, comprovandone la remota antichità; pel
terzo finalmente, alla storia del nostro incivilimento.
Allo scopo appunto di chiarirne l'importanza in questo
trìplice aspetto, mi accinsi all'ardua impresa di puhlicarlo
per inlero trascrivendolo fedelmente dal citato Còdice ar-
chintèo , e corredandolo d' una serie di note filològiche,
le quali mentre dall' una parte chiariranno la significa-
zione dei vocàboli e dei modi meno ovvii e men cono
sciuti, dall' altra varranno a tracciare le molle ùtili ap-
plicazioni di sì fatti monumenti agli sludj stòrici e lin-
guìstici. Fra le molte rivelazioni che emèrgono spontànee
dalla sémplice ispezione di questo poemetto, non ùltima
si e quella che ci rappresenta un ravvicinamento alle
forme del linguaggio vèneto di quel tempo, ciò che pro-
verebbe , che la lingua volgare , prima ancora che in
Lombardia, cominciò ad essere scritta nelle provincia vè-
nete , sotto gli auspicj dell 1 indipendenza republicana.
Questa influenza traspare ad ogni passo e dalla scelta
delle voci, alcune delle quali sono simili alle vènete, e
dalle flessioni, sopratutto dalle terminazioni, e dalle ma-
niere del dire; ond'è, che sebbene il racconto del Bescapè
serbi chiaramente improntali i caràtteri della propria orì-
gine lombarda, pure una certa tinta generale lo assimila
ai componimenti contemporànei vèneti, come puossi age-
volmente riconoscere confrontandolo col Lamento della
sposa padovana per la partenza del marito alle Cro-
ciate, già publicato dal Brunacci (*) e da me riprodotto
nella Rivista Europea.
(i) Lezione d'ingresso nell'Accademia de* Ricoverati di Padova ,
del signor Giovanni lìranacci, ove si tratta delle antiche orìgini della
lingua volgare de 1 Padovani e d* Italia, VcMièzia, 1759, in-i.'
l l_
^ 15 ©*-
Quanto alla norma da me seguita nella trascrizione del
Còdice, devo dichiarare, che mia prima e sola cura si fu
quella di pòrgerlo agli studiosi fedelmente integro e ge-
nuino , giacche il solo scopo che m' indusse a publicarlo
si è quello di pòrgere nuòvi fatti agli studiosi, e non già
di far prevalere le mie opinioni. Perciò ho ancora serbata
intatta Portografìa dell'amanuense, per non alterare punto
la forma delle voci, ne recare impaccio alla giusta inter-
pretazione della primitiva loro pronunzia. Bensì, siccome
non si trattava di dare un facsimile del Còdice . ma di
pòrgerne il contenuto, così mi sono permesso di aggiùn-
gervi i punti e le vìrgole che mancano nel Còdice stesso,
e che sono indispensàbili a ben intènderlo, màssime trat-
tandosi di una lingua incòndita, nella quale le leggi gra-
maticali sovente violale e la malferma sintassi non pos-
sono valere di guida. Per la stessa ragione ho creduto
opportuno apporre le apòstrofi e gli accenti che mancano
affatto nell'originale, ogni qualvolta questi mi parvero
necessarj o almeno ùtili a tògliere le ambiguità, ed a chia-
rire la mente dello scrittore , ciò che non reca alterazione
veruna alla forma delle voci. Così p. e. ho apposta T apò-
strofe alla o' quando significa ove, per distìnguerla dalla
o disgiuntiva ; ed ho apposto racconto alla voce comeupà,
quando esprime V infinito del verbo incominciare, per
distìnguerla dalla voce comenca, terza persona singolare
dell'indicativo presente dello stesso verbo, ciò che l'im-
perizia o la negligenza del copista non avvertì di fare ,
con grave danno della chiarezza. E poiché questa impe-
rizia , o negligenza del copista si manifesta sovente, ora
staccando le sìllabe d'una sìngola voce, ora congiungendo
I
I
i
l ■
I !
' I
! i
I
I \
-*£ 46 $^
due voci distinte e separate , ora om mettendo qualche
lèttera o qualche sìllaba in vocàboli che riprodotti altrove
vi sono giustamente espressi , così ogniqualvolta ho po-
tuto constatare Terrore o Pommissione, vi ho apposto
P opportuno rimedio , nella certezza di non avere punto
alterato arbitrariamente le forme della dizione.
Per tal modo ho fiducia d'aver reso chiaro ed accessì-
bile a tutti un manoscritto non molto facile a decifrare.
Che se talvolta (ciò che avvenne di rado) ebbi a rinvenir
qualche voce ambigua od oscura , sia per. V incertezza
dello scritto , sia per la stranezza della forma , anziché
avventurarne una spiegazione congetturale, preferii tra-
scriverla tal quale si trova nel Còdice, lasciando agli stu-
diosi la cura d' interpretarla.
A norma impeftanto di quelli che rivolgeranno i loro
studj a questo patrio monumento, poiché vi ho conser-
vato i segni ortogràfici convenzionali dell'originale, debbo
avvertire , che la x vi è adoperata ad esprìmere il suono
dolce della s> come nelle voci italiane mo, bisavo; che la
f vi esprime il suono duro della z, come nelle voci so-
stanza, allegrezza; che la k vi serba il proprio suono
duro, e vi licn luogo delle eh in italiano; e la lèttera A
non vi rappresenta alcun suono, ma vie posta ad imita-
zione delle corrispondenti voci latine, come homo, herba
e simili. Basteranno, spero, questi pochi cenni ad agevo-
larne la lettura ed a tracciarne la pronunzia , mentre a
rischiararne il significato varranno le annotazioni che
accompagnano il testo medésimo.
Oltre al Poemetto del Bescapè offrono particolare inte-
resse fra li antichi monumenti delle lèttere lombarde molti
-^ 17 S=-
compoiiimenti poètici inèditi del milanese Frate Buonvi-
cino da Riva, dei quali per buona ventura serbasi copia
nei manoscritti della Biblioteca Ambrosiana, e fra i quali
due ne trascelsi di vario gènere bastèvoli a pòrgere esatte
nozioni cosi della lingua , come della cultura del sè-
colo XIII ; e sono : I' uno un poemetto intitolato : De le
zinquanta cortexie da tàvola; l'altro: un Cantico in lode
di Moria Vèrgine; entrambi in versi alessandrini rimati.
Il primo fu già più volte ricordalo dalFArgcIati > dal
Quadrio, dal Tirabosclii e da parecchi scrittori moderni,
che ne vennero ripetendo in Saggio i primi \ersi. Più a
lungo ne scrisse il Bruce-Whytc nel III Volume della sua
Histoire des lamjues romane* et de leur littérature, ove
produsse più esteso Saggio del medésimo , corredandolo
d' una versione eh' egli stesso dichiara congetturale; ed
in fatti i molli granchi da lui presi nella lezione del Cò-
dice, lo trassero a forzare le più strane etimologìe e ad
eméttere le più bizzarre congetture, travisando l'originale.
A preservare gli studiosi dalle errònee osservazioni di
questo valente filòlogo, io m'avvisai di publicare V intero
poemetto sin dall'anno 1847 nel fascìcolo eli novembre
della liivista Europea; ma oltre che ivi fu inserito a
corredo d' una mia Memoria sulle lingue romanze, e
quindi affatto spoglio di note filològiche e di illustrazio-
ni , vi sfuggirono qua e là alcuni errori di stampa che
ne alterarono le forme, e vi fu preterito un intero qua-
dernario. Di modo che possiamo considerarlo a buon di-
ritto siccome tult' ora inèdito.
L'autore, come chiaramente comprovano le patrie crò-
nache , ed in ispecie quelle dell* Ordine degli Umiliali,
2
-^S 48 $-
al quale apparteneva , fioriva nella seconda metà del sè-
colo XIII ; pare che da principio stanziasse in Legnano,
terra dell'agro milanese, e che passasse di poi in Milano,
ove si distinse come professore di gramàtica nelle Scuole
Palatine, non che per pietà e per dottrina. Ericio Pu-
teano (*) , sulla testimonianza della làpide sepolcrale del
Buon vicino che a' suoi tempi esisteva presso la chiesa di
s. Francesco, ne fa V elogio seguente: Bonvicinus Bivius,
per noctem illam tempo rum in scholis noslris clarus,
in Bepublica polens, qui, si lapidi fides, Xenodochium
in oppido Legnarti hodie pielatis fama super s te s ex-
truxit; qui in hac ipsa urbe piissimum et toto orbe
venerabilem ritum, quo ad ceri* signum human ce sa-
lutis initium religiosa memoria colidie recolimus, iw-
stituit; denique qui italicam linguam rudem etiam lune
et, ut ita dicam, infanlem stilo et eloquio colere ag-
gressus est, cum ne in scholis quidem barbaries Lati-
tatati pepercisset.
Fu autore di molle òpere parte scritte in latino, e parte
nel rozzo volgare de' suoi tempi, delle quali diedero cir-
costanziate notizie, oltre l'Argenti, anche il Quadrio, il
Giulini, e segnatamente il Tiraboschi, nell'opera: Poeterà
Uumilia torum monumentai*). Delle latine alcune fu-
rono publicale più volte colle stampe, mentre le volgari
rimasero sempre inèdite. Parecchie di queste èrano rac-
colte in un Còdice antico manoscritto in pergamena, che
pochi anni addietro serbàvasi nella librerìa di s. Maria
(!) De Rhetor. et Schol. PalaL, png. 20.
(2) Mediolani, 1766. Voi. 1, pag. 30i e seguenti.
-<e io &*-
Incoronata in Milano, e che andò smarrito. Ivi, oltre al
poemetto sumincntovato, leggèvansi altri componimenti
volgari in forma di diàlogo, tra la Vèrgine e Satanasso,
tra l'anima umana ed il Creatore, tra l'anima ed il
corpo, tra la viola e la rosa, la mosca e la formica, la
Vèrgine e il peccatore; i quali diàloghi èrano poi seguiti
dalle Leggende di Giobbe e di s. Alessio. Tutti questi
componimenti morali e religiosi, come agevolmente si
scorge, in quei tempi di generale apatìa, èrano intesi ad
informare gli ànimi alla virtù ed a ravvivare la languente
fiàccola della vita civile.
Per buona ventura a compensare in parte la pèrdita ir-
reparàbile di quel Còdice, si rinvenne copia di parecchi
di quei componimenti fra i manoscritti dell'Ambrosiana,
dei quali pure il Quadrio fé cenno. Oltre al Còdice che
racchiude il poemetto de le zinqvanta cortexie, unito ad
alcuni diàloghi e ad alcune leggende, altro se 'ne con-
serva nella Biblioteca medésima intitolalo: Poesie di Bon-
vicino da Rivu, e consta di componimenti sopra soggetti
spirituali e religiosi. E diviso in capìtoli più o meno lun-
ghi , ciascuno dei quali ripartito in quartine di versi ales-
sandrini. Se non che debbo avvertire , come tutti questi
manoscritti appartengano a tempi posteriori , e propria-
mente al sècolo XV, e siano quindi òpera di successivi
copisti, i quali, mentre da un lato cercarono ripulire la
lingua , dall' altro guastarono e storpiarono molli versi.
A provarne l'età, oltre alla forma dei caràtteri che non
lascia alcun dubio , si aggiunge la testimonianza del co-
pista medésimo , leggendosi in più luoghi : Johanes de
Cignardi scripsi , colle date 1429, 1430, e talvolta
ancora colle rispettive indizioni. E questo medesimo Ci-
gnardi sembra autore dei componimeli ai quali appose
il proprio nome. Ad ogni modo , in difetto di esemplari
più antichi, dobbiamo andar contenti e congratularci del-
l' ùnico supèrstite, il quale ciò nullostante in fatto di
lingua ben poco è diverso dal più antico del Bescapè.
Il soggetto che V autore imprese a svòlgere nel primo
Poemetto mentovalo, e una specie di Galateo da osservarsi
a mensa, nel quale insegna il contegno prescritto ad ogni
persona ben educata. Se in esso, come non è a dubitarsi,
noi dobbiamo ravvisare un quadro circostanziato dei co-
stumi di que' tempi , non possiamo a meno che restare
scandalizzali dai bassi modi e dalla poca urbanità che vi
è appunto repressa e corretta , sebbene alcuni dei pre-
cetti del Buonvicino potrebbero per avventura opportu-
namente inculcarsi anche ai nostri giorni ad alcuni indi-
vidui. Cosi p. e. l'autore insegna al convitalo a non sedere
a mensa, se prima non gli venga assegnato il posto; a
non appoggiarsi sgarbatamente sul desco; a mangiare con
moderazione, senza fretta , e senza empire troppo la bocca;
a non parlare mangiando, ne bere prima d'aver vuotata
la bocca, e d'averla ben forbita. Questi ed altretaii modi
urbani possono per verità trovare opportune applicazioni
anche ai nostri giorni; ma reca poi singolare meraviglia,
quando insegna a non posare le gambe sul desco , a non
ubriacarsi , a stringere la tazza e bere con due mani , a
non starnutare sulla mensa; non pulire il naso colle dita;
ne fare altretaii sconcezze, che appena possono aver luogo
nelle affumicate capanne dei Zìngari o nelle lùride taverne
della più abbietto poveraglia.
Ciò nonpertanto, se rozzi e ripugnanti ci si parano in-
anzi i costumi ai tempi del Buonvicino, egli è altresì un
indizio di progresso il trovarvi un uomo autorevole, che
alza la voce onde corrèggerli e ingentilirli, e che indefesso
alterna i precetti di religione e di morale con quelli del-
l'urbanità, deir ospitalità e dei modi sociali; né dobbiamo
dissimularci, che non èrano gran fatto migliori i costumi
nella gentile Firenze o nella eulta Roma tre sècoli più
tardi , quando monsignor De la Casa insegnava al suo
giovanetto, che non si conviene a gentiluomo costumato
apparecchiarsi alle necessità naturali nel cospetto degli
uomini; né quelle finite, rivestirsi nella lóro presenza;
né lavarsi le mani d ? inanzi ad onesta brigata , né star-
nutando , spruzzare nel viso a' circostanti; né a mensa
rasciugare il sudore della fronte colle tovagliolo, meno
ancora nettarsi il naso; né parlare sbadigliando, né molto
meno ragghiare come un àsino; né tagliarsi le unghie in
cospetto di onesta brigata; né fare altretali laidezze, che
P autore riprova perchè in uso a' suoi giorni , dicendo
sovente: sono ancora di quelli che tossendo, ce; e tro-
vasi anco tale, che sbadigliando urla, ce, senza di che
sarebbe stato inopportuno quel prezioso còdice di urba-
nità. Per tal modo anziché deplorare la trista condizione
de' tempi del Buonvicino, dobbiamo maravigliare tro-
vandovi un precursore del Uè la Casa alla distanza di
tre sècoli.
Il secondo poemetto dello stesso autore da me trascelto
fra i molti supèrstiti, si è una specie di litania, nella quale
viene annoverando i pregi e le virtù della santa Vèrgine,
onde esortare i fedeli al culto della medésima ; ed afline
-<s ss e»
di avvalorare il proprio sermone procede mano mano
esponendo alcune leggende ed alcuni miracoli dalla stessa
operati a favore de' suoi devoti. Siccome ognuno di que-
sti racconti é alquanto esteso , e forma quasi un compo-
nimento separato , così io mi sono ristretto a pòrgerne
solo il primo in Saggio, intitolato: Exemplo de uno ca-
stellano* nulla offrendo di nuovo i seguenti in fatto di
lingua. Per non defraudare peraltro del lutto il lettore
che ne bramasse più estesa notizia , soggiungerò i tìtoli
degli altri esempli dall'autore proposti a compimento delle
sue lodi, i quali sono: De uno pirrato de mare; Uno
bello miracolo; Qui volio dire uno miracolo de Maria
egip liana; De uno sanclo monego devoto de la Vergene;
De uno chavulere ke no podeva imprendere; Alcune ra-
sone, per le quale la Vergene è attenuta a adjutare lo
peccatore; Uno bello miracolo de la glorioxa Vergent.
Come agevolmente si scorge dagli argomenti, sono questi
altretanti racconti, nei quali ben più che l'ingegno del-
l' autore , si manifesta in tutta la purezza il candore della
sua pietà e la pienezza della sua fede.
Quanto alla lingua , essa non e meno rozza di quella
del Bescapè, ciò che naturalmente deriva dall'essere en-
trambi del medesimo tempo e del medesimo luogo. Ciò
nuilostantc non senza meraviglia vi si riscontra una per-
fetta uniformila nella scella delle voci e delle frasi, nelle
forme, nelle flessioni, e persino nelle storpiature e nelle
irregolarità della sintassi , sicché i componimenti di en-
trambi sembrano d' un medésimo getto ed usciti da un
medésimo slampo. Questa osservazione , avvalorata anche
dall' uso costante d'un medésimo sistema ortogràfico, ci
ì I
- -s 23 ar-
rende manifesto , che a quel tempo era già sanzionato
neir Italia settentrionale un tipo convenzionale di lingua
al quale dovèano uniformarsi gli scrittori volgari; dap-
poiché sul medesimo tipo . come ho avvertito di sopra ,
veggiamo informati i monumenti vèneti contemporànei,
sebbene e gli uni e gli altri serbino improntate le traccie
dei rispettivi dialetti. Ce ne pòrgono piena testimonianza
e il citato Lamento della sposa padovana, e gli altri mo-
numenti delle varie provincie. nei quali la costanza delle
forme e tale, da costituire un corpo di règole gramaticali;
giacché se la règola è determinata dall'uso costante, noi
troviamo in tutti le voci modellale o storpiate allo stesso
modo, in tulli le medesime flessioni così nei nomi, come
nei verbi , eguale sintassi ed eguale ortografia ; e si po-
trebbe agevolmente compilare colla scorta dei medésimi
una Gramàtica del Medio Evo di nostra lingua, come il
dottor Jacopo Grimm V ha fatta delle germàniche.
Ora , perchè un tipo convenzionale di lingua scritta
possa venire determinato e sancito in una regione tanto
estesa, qua! è la nostra, racchiusa tra il Po e la cerchia
dell'Alpi, si richiede senza dubio un lungo vòlgere d'anni,
màssime in tempi nei quali il difetto di sistemi stradali,
le gare municipali e lo scarso commercio degli studj ren-
dèano malagévoli le comunicazioni. E perciò parmi che
si possa con fondamento conchiùdere , anche in onta alla
dispersione de' monumenti anteriori , che prima ancora
dei tempi del Bescapè e del Buonvicino gli oratori e gli
scrittori nazionali fecero uso della lingua volgare , del
che per avventura non mancano tradizionali reminiscenze
presso gli antichi scrittori.
■^24 ^>-
Di qui deriva spontànea la dimanda , quando comin-
ciasse adunque la lingua volgare ad èssere scritta? E più
difficile ancora torna la soluzione del gran problema sul-
I 1 orìgine della medesima, considerata sinora come una
spontanea emanazione della Ialina. Checche ne sia . egli
è cerio che sì luna come l'altra questione , mollo meglio
e con più sòlidi fondamenti potrà risòlversi coir anàlisi
de' più antichi Saggi , che non coli" ispezione della mo-
derna successivamente alterala e modificala, giusta il gu-
sto dei tempi e de' più eletti scrittori , ed arricchita di
tanli elementi stranieri ; ciò che appunto costituisce la
precipua importanza dei monumenti antichi, e che m'in-
dusse a puhlicare i seguenti. Quivi senza dubio traspare
ad ogni passo evidente lo sforzo degli scrittori onde rav-
vicinare la lingua scritta alle forme della Ialina; e vi si
accostano in falli finché si accontentano d' introdurre
qualche voce latina in mezzo alle frasi , come inter, iw-
conlinenter, illi, quarido per cercato, podio per appog-
gio , magister e simili ; come pure ogni qualvolta alle
voci di chiara orìgine latina cercano dare forma e fles-
sione che meglio a quella si convenga , dicendo plaxe,
più, pluro, anziché piane, più, piuro, come forse diec-
vasi allora, e come si continuò sino ai nostri giorni; ma
qual riscontro v' ha mai tra le frasi volgari e le corri-
spondenti latine? Tra la sintassi dei nostri poemetti e la
latina? Che anzi v' ha un nùmero sterminato di voci, delle
quali il più avventalo etimologista cercherebbe invano
una pròssima radice in tutti i Vocabolari*! latini. E perciò
debbo assolutamente dichiarare, che dopo un attento esame
degli elementi primitivi e dell'intimo organismo della
I i
lingua volgare nel sècolo XIII, non so imaginare come,
e per quali cause una lingua per eccellenza sintètica ,
qual' è la latina , potesse cangiare interamente natura e
tramutarsi in una lingua d'indole affatto diversa, com'è
quella del Bescapc e de' suoi contemporànei; e trovo più
consentàneo al retto sentire il supporre, che quest'ultima
emergesse piuttosto dalla lunga sovraposizione della latina
alla lingua indìgena anteriormente parlata dalla nazione;
giacché egli è ormai dimostrato da una scric di csempj ,
che la sovraposizione d'una lingua ad un'altra può can-
giarne bensì i materiali , non mai Io spìrito e la forma ;
può cangiare i nomi delle cose e delle idee , ma non già
T órdine delle medésime, o meglio la gènesi e lo sviluppo
del pensiero.
Checché ne sia, egli è certo, che l'organismo della lin-
gua volgare nel sècolo XIII è in sostanza quello stesso
che nei successivi fu sviluppato e sancito nella lingua
àulica generale; che molte voci, e modi di dire e di pro-
nunziare accennano ai dialetti attualmente parlali , ciò
che prova air evidenza , che i dialetti risalgono a tempi
indeterminati ; e che il solo esame di queste voci e di
questo organismo potrà èssere guida sicura al filòlogo
che ne rintraccia le orìgini.
A provare, come ai tempi del Bescapè ed anche prima
fosse generalizzalo nelT Italia settentrionale un tipo con-
venzionale di lingua , m' avvisai di soggiùngere ancora
una Poesìa di anònimo autore bergamasco , della metà
del medésimo sècolo. Fu questa rinvenuta in un Còdice
in pergamena dell'anno 1253 fra istrumenli privati di
quel!' anno , e scritta coi medésimi caràtteri , di modo
che, se non è anteriore a queir età, è per Io meno con-
temporànea. Essa mi fu comunicata dal sig. Gabriele
Rosa, mentre io compieva la stampa del mio Saggio sui
dialetti gallo-itàlici, ove V inserii in Appendice, e senza
veruna illustrazione, di modo che essa pure può risguar-
darsi come inèdita (1) .
L'anònimo autore, che certamente appartenne a qual-
che Ordine religioso , imprese a svòlgervi in versi ende-
casìllabi rimati la paràfrasi del Decàlogo, corredando ogni
precetto con alcuni esempi. Dissi in versi endecasìllabi,
perocché tali sono infalli in gran nùmero , ed in ispecie
lutti quelli delle prime sestine; ma quivi pure, come nelle
poesie precedenti, varia oltremodo la misura , sia che ciò
derivi dall'imperizia dell'autore, o piuttosto dalla negli-
genza del copista; mentre ve n'ha de' dodecasìllabi e per-
sino degli alessandrini.. Anche le rime non sono sempre
esatte, risolvendosi talvolta in semplici assonanze, come
strascinare con padre e talun' altra. La lingua serba la
più manifesta simiglianza a quella degli scrittori mento-
vati, così nella scelta delle voci, come nelle forme loro
e nella tessitura del periodo; se non che, eziandìo in onta
a questa concordanza nel tipo , conserva palese la tinta
del dialetto bergamasco , le cui proprietà caratteristiche
erano allora , cioè sei secoli addietro , quelle medésime
che oggidì lo distìnguono dagli altri dialetti lombardi. Le
prove di fatto che méttono in piena evidenza la verità di
\i) Questo componimento fu poi ristampato dallo stesso Rosa nel-
l'opera: Dialetti, costumi e tradizioni delle Provincie di Bergamo e
di Brescia. Bergamo, 1855; ma quivi pure senza veruna illustrazione.
-*9 27 S>-
queste importanti osservazioni furono da me esposte nelle
note clie accompagnano il testo delle poesìe medésime.
Tali sono i monumenti inèditi da me raccolti in questo
volume, e tali i motivi che m 1 indussero a renderli di pù-
blica ragione. Né perchè io mi sia ristretto a questi soli
componimenti dèvesi crédere ivi riunita tutta la lettera-
tura lombarda anteriore al trecento ; dappoiché senza
tener conto delle molte poesie che riempiono i due citati
volumi fra i mss. dell'Ambrosiana, e che in parte appar-
tengono ad autori diversi . abbiamo ancora ineluttabili
testimonianze , che parecchi scrittori volgari fiorirono
prima del Bescapè. Egli stesso Io dichiara apertamente
nel suo Poemetto, ove dice: Mo el è pluxór ditaori, hi
àn dito de beli sermon; ank'eo ven dirò, se a Deo plaxe.
Dal che è manifesto, che non solo al suo tempo v'ebbero
parecchi oratori (pluxor ditaori); ma altresì distinti,
perocché àn dito de beli sermon. Né la bisogna poteva
èssere diversa , se allora un tipo di lingua era già san-
zionato. Altro poeta lombardo . e propriamente di Cre-
mona , ricorda il parmigiano F. Salimbene nella crònaca
da lui scritta nelT anno 1259 , e citata dal Tiraboschi
nel libro 111 della sua Storia della letteratura italiana.
Si è questi Gherardo Fatecelo , che avea scritto ancor
prima di quel tempo un libro col tìtolo di Tedii; ed era
in versi volgari rimali , dei quali il Salimbene slesso ed
il Tiraboschi riferiscono un Saggio. Anche questo com-
ponimento andò smarrito con molti altri di varj scrittori,
alcuni dei quali sono ricordali dal medésimo Tiraboschi
ed altrove ; onde giova sperare , che se un giorno ver-
ranno di propòsito esaminati ed ordinali gli archivj dei
nostri municipj e di tante biblioteche pùbliche e private,
alcuni monumenti che sinora si credettero perduti, ricom-
pariranno forse alla luce , e nuovi materiali verranno a
confortare le nostre ricerche e i nostri studj.
Frattanto, sebbene tuttavia scarso sia il nùmero dei
componimenti lombardi anteriori al trecento pervenuti a
nostra notizia , ciò nullameno egli è sufficiente a poter
instituire un confronto fra la letteratura nostra e la con-
temporànea delle altre provincie italiane. Dappoiché men-
tre veggiamo dalP una parte i poeti Siciliani e Toscani
stemprarsi per lo più in amorosi lai , o in poesìe fuggi-
tive d' occasione , sulle traccie delle lèttere provenzali ,
scorgiamo dall' altra i Lombardi affacendati intorno ad
argomenti religiosi e morali, ed occupati esclusivamente
ad istruire e guidare la nuova generazione sulla norma
della civiltà evangèlica. Oltre ai componimenti sin qui
mentovali , i quali compendiano un estratto dei sacri cò-
dici, basta vòlgere lo sguardo agli argomenti di quelli
che si trovano racchiusi nei citati mss. dell'Ambrosiana ,
i quali per lo più sono sacri sermoni. Tali sono per esem-
pio: De le glorie del paradiso; De le dodexe pene de lo
inferno; De zo ke vene al insto quando elio more; De
le false seuxe che fano li Uomini; Del dì del zudixio;
oppure svòlgono leggende di alcuni Santi , come : De
sancta Luzia; De scindo Zollane baptisla; De sancto
Andrea; De meser san Cristoffano ; De sancta Malga-
rita; e simili. Anche i pochi scritti di profano argomento
tèndono a sviluppare alcune màssime morali o religiose,
quali sono: La desputation de la roxa e de la viola; De
lo zovene ke voi tor mvliere; De la vantaxon de li fru-
i
i
eti; ed altretali. Tra questi è poi oltremodo interessante
una raccolta di proverbj in volgare , alcuni dei quali af-
fatto nuovi perchè modellati sui costumi del tempo e di
singolare forza ed espressione. Questa direzione de' primi
Lombardi scrittori, come appare manifesto, impresse nei
loro componimenti un aspetto grave e severo , che forma
pieno contrasto col caràttere vivace e leggero degli altri
della penìsola, ciò che sopra tutto deriva da più cause; e
perchè i nostri autori appartennero esclusivamente alle
classi religiose, laddove in Sicilia, a iNapoli ed in Toscana
le lèttere si vennero svolgendo sotto gli auspicj di splèn-
dide corti , e per òpera d' uòmini provetti nel sociale con-
sorzio^ perchè avendo i Lombardi calcata la via del rac-
conto, dovettero attenersi a quello stile piano e descrittivo
che tarpa le ali ai voli dell 1 imaginazione , e rende inop-
portuno l'uso di quei traslati, di quelle imàgini odi quei
concelti originali che costituiscono la vera poesìa. Sopra-
tutto ebbero i Lombardi a lottare coli' ìndole aspra e quasi
indòmita dei loro dialetti , a differenza degli italiani me-
ridionali, dalle cui favelle naturalmente armoniose e figu-
rate scaturiscono fiumi di poètiche eleganze. Che cosa
v" 1 ha di più armònico dei primi versi coi quali Giulio
d'Alcamo incomincia la sua celebrata canzone?
Uosa fresca aule» rissima, ch'appari in ver la siale,
Le donne te desiano pulzelle e maritate, ec.
Ciò non pertanto , anche in onta all' ìndole riluttante
della lingua nativa , il Buonvicino talvolta non è adatto
privo di grazia; valga d'esempio un quadernario del suo
Càntico iu lode della Vèrgine:
-^ 30 te-
Quella è viola olente, quella è roxa fioria;
Quella è bianchissi ni giglio, quella è gemma fioria;
Quella è nostra advocata, nostra speranza e via;
Quella è piena de grazia, piena de cortexia.
Ne comunque rozze ci appàjano la lingua e le forine
dei nostri poeti, dobbiamo crederle gran fatto inferiori a
quelle del maggior nùmero degli scrittori contemporànei.
Senza parlare dello sconcio Pataffio del Latini , che può
dirsi un ammasso (l'indovinelli, basta esaminare le tante
poesìe raccolte dall'Allacci e dal Giunti per èsserne del
tutto convinti, lo ne citerò solo alcuni esempi, che pur
non sono i più rozzi di quel tempo , accennando le sud-
dette raccolte a quelli che ne esigessero più lùcide prove:
Sonetto de lo Abbate di Napoli.
[Nobel excmplo è quel de Tomo salvazo
E di zascun nolabel documento,
Lo qual nel tempo aspetta mutamento,
E sempre riconforta so corazo.
Simclmente faze Tomo eh' è sazo,
Sempre se clama e te uose contento;
No lo conturba nullo avvenimento,
Cosi comparto '1 prò con el dalmazo.
Lo mondo è posto in rota de Fortuna;
Cressc e decresse molto spessamente,
Si come vezemo che faze la luna.
Per zò Tomo che vive sazamente,
En lui no pone spen nò fede alcuua,
Ma lo dispresa el àio per niente.
Canzone di Cino da Pistoja.
Oi, morte oscura di laida sembianza,
Oi nave de pesanza
Che zo che vita congiunge e nutrica
Nulla le par fatica a severarc,
Perchè radice donne sconsolanza
Prillili tanta baldanza,
D'onn'om sci fatta pessima nemica,
Doglia nova et antica fili cridare.
Pianto e dolor tuli' or fai ingenerare,
Und'io te vo' biasmare,
Che quando Tom prende diletto e posa
De soa novella sposa in questo mondo
Breve tempo lo fai viver giocondo,
Che tu lo tiri a fondo,
Poi no ne mostri razou ma usaggio,
Unde riman duglioso vedoaggio.
Sonetto di Onesto da Bologna.
No so se mercè che mo vene meno,
è sventura, o soperclanza d'arte,
Che per la mia donna limi e marte
E zascun di e uni se razona a pieno.
Più d'om vivente crudel vita meno,
Né mai mi disse da la morte guarle;
Mercè vui che sogna li spiriti sparte,
E che n' aviti stanco on om terreno.
E se forza d'amor cun drila prova
Mi concedesse d'unicità vestita, j
Ch'i la trovasse sol un'ora stando,
Fora tanto zoglosa la mia vita,
Che quale me conosce resguardando,
Vederi en me d'amor figura nova.
I
i
l i
-<6 32 e=-
Non è ora mia mente restituire un circostanziato con-
fronto fra la lingua de" nostri scrittori Lombardi e quella
delle altre provincie; ma bensì di provare, che in generale
le forme di questa non sono punto più nòbili , ne i con-
cetti più elevati delle forme e dei concelti di quella; e che
quindi assai male s'appósero coloro , die investigando le
orìgini di nostra lingua, o compilandone il còdice fonda-
mentale, trascurarono del tutto V autorità dei monumenti
cispadani. Clic se questi èrano per avventura inetti a som-
ministrar loro voci sonore od eleganza di modi, avrebbero
almeno contribuito in modo speciale a constatare Tautoc-
tonia di parecchie voci e la remota orìgine della lingua
volgare , giacché quelle medesime forme che troviamo
sanzionate presso gli scrittori del trecento, precsistèvano
già nel duecento, e senza dubio anche nei sècoli ante-
riori , ove sotto la malcalzala veste latina le scopriamo ad
ogni frase negli incòndili monumenti del Medio Evo. Un
Saggio di lingua volgare nel principio del duecento fu da
me prodotto nel citato fascìcolo della Rivista Luropea,
inserendovi la Iscrizione tuli 1 ora esistente sul campanile
di Reclùs, villaggio situalo nel Friuli, sulla sinistra sponda
del Tagliavento, tre miglia distante dal villaggio di Buja;
la qual' Iscrizione è del tenore seguente : MCI 11 divisti *
Domini fo chomenzat lo tovde Reclus, lo primo dì de
zuyno. Pievi e Toni so fvadi de Buja. Altra Iscrizione
simile dell' anno M55 lèggesi tracciata a musàico sopra
l'arco dell'aitar maggiore nella cattedrale di Ferrara, la
quale , sebbene posta in dubio da alcuni , viene dimo-
strala autèntica dal confronto con quella di Reclùs, ed è
la seguente :
-<S 55 e>-
ln mille cento trentacinque nato
Fo questo tempio a Zorzi consacrato;
Fo Nicolao scolptorc,
E Glielmo fo l'auclore.
II benemèrito raccoglitore delle Rime de' poeti ferra-
resi publicate dal Pomatelli che ci serbò alcune poesìe di
Anselmo da Ferrara del 1250 e di Gervasio Ricobaldo
del 1290, ci tramandò ancora altra Iscrizione antica
scolpita in pietra , rinvenuta in Ferrara nella Chiesa di
S. Luca in Borgo. Essa consta de' sei versi seguenti :
Non li volere aricordar, Signore,
Nostri debiti e de* nostri parenti,
Né de' pecati sei vendicatore.
Ma in pace si riposati quelle gente ,
Che son passate. Fai ciò, te pregamo,
Fané di gratia (al, Chris to, conlenti.
MCCXXXIV.
Altre iscrizioni volgari di antichi tempi tròvansi pure
sparse su parecchi monumenti nelle nostre Provincie,
che opportunamente raccolte ed illustrate gioverebbero
alla filologia ed alla linguìstica , del pari che le greche e
le romane alla storia. Di modo che sembra non potersi
ulteriormente dubitare , che l'origine e Tuso della lingua
volgare tra noi risale a tempi di gran lunga anteriori a
quelli che le vennero sinora assegnati.
Qualunque imperlante) sia per èssere il risultamene
finale de' nuovi falli e de' nuovi studj che verranno per
avventura a tal uopo inslituili, se le considerazioni da me
esposte sin qui varranno almeno a provare la moltéplice
3
i ni portanza degli antichi monumenti , ed in ispecie di
quelli che impresi ad illustrare , nutro fiducia di aver reso
ùtile servigio ai cultori delle cose patrie , rendendoli di
pùblica ragione; e faccio voti, onde questo Saggio abbia
ad eccitarli a investigare e raccògliere nuovi materiali ,
e possa per tal modo inaugurare un' era nuova di studj
sopra un argomento che strettamente collègasi alle prime
pàgine dell'istoria nostra.
o è cosa in sto mimilo, lai è la mia credenza,
3» Ki se possa fenire, se la no se comcnca.
Helro de barsegapè si voi acomencare,
E per raxon fenile., scgondo k'el gè pare.
Ora omiunca i 1 * homo intenca e stia pur in pax W
Seti kel ne gè plaxe audire d'un bello sermon vcrax (3 ;
(i) Omiunca. Voce composta di omnia unquam, clic significa ogni.
L'aggiunto unquarn impiegato a dar maggior \alore alla voce, alla
quale è suffisso, pare clic anticamente fosse applicato a molte voci
andate fuor d'uso. Se ne serbala traccia in poche supèrstiti, come:
chiunque, qualunque, comunque. In molte voci per altro nel vòl-
gere del tempo si preferì sostituire l' equivalente italiana mai,
dicendosi : ormai, oggi-mai, setnpremai, e simili.
(2) Questo verso propriamente esprime : Ora ognuno presti at-
tenzione e stia cheto. Ove si scorge, clic intenca non aveva ai
tempi del Bcscapè il significalo più comune e più ovvio oggidì di
capire; ma bensì il suo vero e primitivo significato di tèndere la
mente, o, ciò che torna lo stesso, fare attenzione. Si avverta poi
come la e venga sostituita alla d, ciò die in sèguito si ripete in
parecchie voci, come vecudo per veduto, crecuo per creduto, e
simili, e ci porge un sicuro criterio per dedurne il modo col quale
erano allora quelle voci pronunziate.
(3) In questo verso il copista, che si manifesta del continuo ignaro
e negligente, ha lasciato sfuggire dalla penna alcune lèttere che
imbrogliano il senso. Dalle osservazioni fatte nello studio dell'intero
poemetto, credo che dèbbasi con ragione l'istaurare nel modo se-
guente : Sed el gè plaxe audire d'un bel sermon verax, vale a dire :
-<s 56 3^-
Cumtare co (1 ' se volio e tiare per raxon <*\
Una istoria veraxc de libri e de sermon,
Se gli piace udire un bel sermone veritiero. La voce sed per se tro-
vasi qui usata solò allora clic il poeta vuole ovviare la elisione colla
vocale seguente, mentre scrive sempre se, quando segue una conso-
nante. Cosi vedremo in sèguito la congiunzione che o ke mutarsi in
ked ogniqualvolta è seguila da vocale ; di modo che la d non ha qui
alcun valore, tranne quello d'impedire l'elisione; così appunto i
poeti moderni cangiano allo stesso fine la particella ne in ned
quando è seguita da vocale. Questa osservazione ci prova, quanto
addietro risalga l'uso della d a tale ufficio.
El gè plaxe per gli piace è maniera pretta lombarda, dicendosi
tutt'ora: el ghe pias. Avvertasi, che la buona ragione c'insegna a
considerare come duro il suono della g nella voce gè che significa
gli; i.° perchè nel sècolo xm l'ortografia italiana non aveva ancora
verun segno convenzionale per esprìmere quel suono colle vocali e
ed t, giacché l'introduzione della lèttera h a tal fine frapposta tra le
e, g e le vocali in che* chi, glie, ghi, pare che non venisse general-
ntente sanzionata se non versola metà del sècolo xiv. Solo ad esprì-
mere il suono duro della e, come consta dal nostro còdice e da tutti
i contemporànei , facèvasi uso del k, scrivendo ke , ki , e talvolta
ancora delle qu, scrivendo que, qui, il qual ùltimo modo, già intro-
dotto dai Provenzali, si è conservato nelle moderne ortografie francese
e castigliana. 2.° Perchè tutti i dialetti dell'alta Italia pronunziano
durala voce ghe, eia tradizione e le vecchie carte ci attestano, che
la pronunziarono sempre allo stesso modo. Quanto poi alla forma
plaxe, piace, ossia alla permutazione della i in /, che vedremo ri-
pètersi costantemente in pari circostanze , si è puro effetto della
naturale tendenza, a quel tempo generalizzata presso tutti gli scrit-
tori italiani ed occitànici, di serbare, per quanto si poteva, le prime
forme delle radici latine.
(1) Eo per io, manifesta contrazione dell'eco latino. Talvolta, ed
ispecie negli scritti del Buonvicino, trovasi eio, dal quale più
presto derivò l'italiano io.
(2) Trare per raxon è frase più volte ripetuta nel corso del poe-
ln la qual se con tè n guangii i*) e anche pìslorc (i)
E del novo e del vectre (3) teslamento de Crìsle.
Alto Dco patre segnior,
Da a mi for^a e valor;
Patre Dco segnior vcraxe,
Mandime la toa paxe;
Jesu Cristo fdiol de gloria ,
Da a mi seno e memoria,
Intendimento e cognoscan^a
In luta grande lialtanca < 4) ,
Si me adrica in quella via
Ke pla^a a toa grande segnioria.
Spirilo sanclo, de toa bontà
Eo ne sia sempre inluminao;
Inluminno e resplendenle
Del lo ^ 5) amore sì sia sempre.
metto, onde esprìmere: disporre per órdine giusta il dettato della
sana ragione.
(1) Guangii, per Vangeli; corruzione frequente nei dialetti lom-
bardi clic sovente permutano va, ve in gua, gue, ed inversamen-
te, come: tarda per guarda. Così pure la terminazione plurale in
il trovasi ripetuta in parecchi nomi lombardi.
(2) Pìstore, per epìstole; altra corruzione propria del dialetto
lombardo, che pèrmuta sovente la / in r, ed inversamente.
(3) Vectre, per vecchio, dalla radice latina vetus, veteris, alla
quale l'autore tenta accostarsi. Nel corso peraltro del poemetto
fa uso costante della parola vegio, corruzione di vecchio, che tut-
t'ora il pòpolo milanese pronunzia vece, e regia pel femminile.
(4) Lialtanca, per lealtà, sincerità. Questa desinenza è comune
a tutti gli scrittori volgari contemporànei che l'attìnsero dai Tro-
vatori occitànici.
(5) Tò, per tuo, è maniera lombarda usata anche a' dì nostri.
Così in sèguito vedremo la forma lombarda odierna in tutti i prò-
| E clamo (l ' marce al me W scgniore
j Patre Dco creatore,
Ke possa dire sermon divin ,
E cometica (3 > e trare a fin ,
Como Deo à fato lo mondo,
E comò de terra fò lo homo formo < 4 ';
Clini el descendé W de cel in terra
In la vergene regal poloella;
E cum ci sostene passion
Per nostra grande salvation;
E cum vera al dì de Tira, !
La o' sera la grande roina;
Al peccatore darà gramola ( 6) , |
nomi possessivi me, tò, so, per mio, tuo, suo, come pure mia, toa,
soa, pei rispettici femminili.
(1) Clamo, per chiamo, ad imitazione della corrispondente ra-
dice latina e provenzale.
(2) Me, per mio, come si è avvertito di sopra.
(3) Comen$à, per incominciare; maniera propria del dialetto
milanese, che suole sopprìmere la sìllaba finale re in tutti i modi
indefiniti nei verbi di prima conjugazione.
(*) Formo, per formato. Licenza poètica, onde aver forse almeno
qualche assonanza con mondo. D'ordinario peraltro questi parti-
cipi dei verbi di prima conjugazione hanno la terminazione ào,
propria del dialetto vèneto antico e moderno, come : andào, ciào,
mostrào, per andato, dato, mostrato.
(3) Descendé, per discese. È da notarsi la forma regolare ser-
bata nella flessione di questo verbo, che è conforme alla latina
descendit, e ci prova, come la irregolarità nel passato perfetto e
nel participio , così di questo , come di parecchi altri verbi , ve-
nisse introdotta posteriormente. Ke vedremo in sèguito molti
esempj.
(A) Oramela, per tristezza. Radice itàlica antica andata fuor di
uso, sebbene sopraviva l'aggettivo gramo e l'astratto gramaglia.
-«* 39 9>-
Lo iusto avrà grande alegrc^a.
Ben è raxon ke Tomo intenca
De ke traila sta legenda.
L'altissimo Deo creatore
De tuti ben eomen^adore
Plaquc a lui in comencamento (1)
Lo cel e la terra el creò,
La luxe resplendente a far dignò;
Lo sol, la luna e le stelle,
Lo mare, e li pissi, e li ocelli ^
Aer, e fogo, el firmamento,
Bestie tute e li serpente.
Partì la lux da tenebrìa < 3) ;
Partì la nocte da la dia < 4) ;
El alla terra dò bailia (5)
(1) Quivi appare manifesto, che il copista dimenticò di trascri-
vere un verso che compieva la proposizione rimasta perciò sospe-
sa, e che formava il distico rimato in cnto.
(2) Olcelli per uccelli.
(3) Divise la luce dalle tenebre. Il verbo partire è quivi adope-
rato dall'Autore nel primo significato suo proprio; cioè nel senso
di separare, o divìdere ; né mai in séguito viene adoperato ad
esprìmere il passaggio da uno ad altro luogo lontano, che è un
significato traslato e remoto introdotto posteriormente, esprimendo
l'effetto per la causa ; giacché V uomo andando lontano si separa
dal luogo primo e dagli oggetti che vi si trovano.
(4) Divise la notte dal giorno. È da notarsi il nome la dia di
gènere femminile , ciò che potrebbe considerarsi come derivato
dal latino, ove dies è più sovente adoperato dagli scrittori come
femminilo ; ma quando si rifletta , che lo stesso nome , e pochi
versi prima e nel corso del poemetto, è adoperato dall'Autore in
gènere maschile, appare manifesto , che quivi deviò dalla règola
solo per servire alla rima.
(5) Bailia. Antica radice italiana estranea alla lingua latina, che
-^ no $>-
Potestà et scgnorìa.
De le (1) nasce lo alimento ,
Herbe e lenie W e tormento,
Biave e somen^a d'orma gran W,
Arbori e fruite cTomiunca man W.
E vide Deo e si pensare
Ke tuto questo par ben stare.
Possa (5 ) de terra formò Forno,
vale pieno ed assoluto potere *, e che l'autore traduce nel verso seguente |
in potestà e signoria. Con qualche modificazione nel significato e !
nell'uso perdura ancora in nostra lingua nella voce balìa. E noto, !
come sino da' suoi primordj la vèneta repùblica desse il tìtolo di '
Bailo al magistrato al quale coi pieni poteri affidava il governo
delle lontane provinole , ciò che prova come più esattamente, an-
ziché balìa, dir si dovrebbe bailìa.
(4) De le, voce lombarda tutt'ora usata per esprìmere da lei.
(2) Lenie, per log ne, femminile plurale. Il lombardo adopera
questo nome anche al singolare, la legna, che manifestamente de-
riva dal latino plurale neutro Ugna.
(3) Biade e sementi d'ogni grano. Qui si ripete a mo' del latino
e del provenzale la permutazione della t in l, nella voce biave; e
ciò che più importa , della d in v, attestandoci, che sei sècoli in- ,
nanzi il Milanese proferiva come oggidì biava per biada, come
pure somenza per semente.
(H) alberi e frutta d % ogni specie, h invero meritévole d'osserva-
zione, come l'anomalìa esistente nella declinazione del nome frut-
to, così in italiano, come nel dialetto odierno milanese (ove es-
sendo maschile nel singolare, diviene femminile nel plurale, di-
cendo: le frutta, la fruta), si rinvenga ancora ai tempi del Be-
scapè , giacche la voce fruite al plurale è indubiamente di forma
femminile. Ciò prova ancora meglio la tenacità dei dialetti nel ser-
bare le pimitivc loro forme.
(5) Possa, per poscia. Questa voce, come si vedrà in sèguito, è
resa dall'autore in varia forma, cioè: pò, pos, pox, poxe, ed è
una manifesta derivazione dalla latina post.
I i
i I
I
I
I
I
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-<© 41 3=»- lì
Et Adam gc mette (1) nome;
Si li dà una compagna;
Per la soa nome <*> Eva se clama;
Femena facla d'una costa,
La qual a Tomo era posta.
De cinque sem el gè spiròe < 3) ,
In paradiso i alogò.
El g' è d'ugni fructo d'arborxello
Dolce e delectevele e bello:
Tal rende vita san^a dolore,
E tal morte con grande tremore.
In questo logo i à ponù W
Segondo W quel ki g'è plaxù.
Ouatro fiumi, 90 me visoWJ
(1) Mette j per mise. Come ho già osservato alla voce descendi,
il Bescapè serba intatte le radicali dei verbi in tatti i tempi pas-
sati e nei participj , evitando le anomalìe già sanzionate dall' uso
e dalla gramàtica italiana.
(2) Avvertasi, come la voce nome sia qui di gènere femminile,
mentre in latino è neutro , e negli odierni dialetti maschile. Que-
sta permutazione del gènere, ove si ripeta sovente, è chiaro in-
dizio della sovraposizione d'una lingua ad altra di natura diversa.
(3) Nel còdice da me esaminato sta chiaramente scritto: De
cinque sem el gè spiroe; siccome peraltro la voce sem è d'ignota
significazione, così pare che debba annoverarsi fra i molti errori
del copista , e lèggersi piuttosto sensi, nel qual caso significhereb-
be : e gli inspirò i cinque sensi, cioè l'alito della vita, ciò che
pienamente concorderebbe col racconto bìblico.
(4) Poni^ per posti, serbando al sòlito la radicale di ponere.
(3) Segando, in luogo di secondo, ove si scorge la permutazione
della e in *y, come accade tuttavia nel vivente dialetto milanese.
(6) Ancora oggidì il pòpolo milanese, e sopratutto quello della
campagna * dice: el me dwìs, oppure el me duvìs, per esprìmere:
mi pare, mi sembra, 0, ciò che torna lo stesso: mi è d'avviso.
Allo stesso modo anche i Provenzali dicono appunto: m'es d'avis.
' I
; j
i
En (1) in questo paradiso;
Lo primer a nome Pliyson;
Lo segondo à nome Geon;
Tigris fi giamao W lo tertio;
Lo quarto a nome Eufrates.
Questo logo veraxe mente < 3)
Lo piantò al comen^a mento,
In lo qual Deo segni ore
Adam è facto guardaore < 4) .
. (4) Oltremodo importante è questa voce én per significare sono,
terza persona plurale del presente indicativo del verbo èssere ,
dappoiché essa ci attesta la tenacità dei dialetti nel serbare le
prime radici, b noto , come in origine il presente indicativo del
latino esse, serbando la radicale es, fosse esum, es s est, esumus,
estis, esunt, delle quali voci le due prime persone e la terza plu-
rale sin dai tempi della romana repùblica avean perduta la radi-
cale e; essa per altro perdurò nel dialetto nella terza persona
plurale , ove in quella vece fu contratta la flessione caratteristica.
Per tal modo in luogo della strana anomalìa per la quale la terza
persona è del singolare in italiano si trasforma in sono nel plu-
rale , si ebbe nel dialetto la forma regolare èn, ove la caratteri-
stica n distingue il plurale dal singolare, come nei verbi normali.
Ed è pure a notarsi, come la stessa forma perdurasse nel dia-
letto milanese sino ai dì nostri con lieve modificazione, dicendosi
tutt'ora in per sono.
(2) Anche in questa voce si ripete la permutazione della e in g,
dicendosi tutt'ora ciarnà per chiamato. Ma sopra tutto dèvesi no-
tare la desinenza ào data costantemente ai parlicipj dei verbi di
prima conjugazione , la quale è esclusivamente propria del vèneto
dialetto.
(3) La formazione degli avveri) j italiani terminati in mente ap-
pare manifesta dal còdice Bescapè* ove sono sempre separate le
due voci che li compóngono, mostrando così la loro derivazione
dall'ablativo assoluto latino mente preceduto da qualche aggettivo.
(*) Guardaore per guardiano, custode.
I i
Si li fa comandamento ,
1 De le fruite IT e là dentro
| De ciascun possa mangiare;
! Un gè n'è k' el laga < !) stare;
E Tè un fruito savoroso ,
Dolce e bello e dclectoso.
Da cognoscer e ben e 'I mal;
Per^ò li ào vectao de man^a ( J) .
Si li dixe perme^o lo viso W
Li aloga O in lo paradiso :
Qual unca dì tu mangirae ,
Tu a morte morire < 5) .
Tute le cose vivente
D' avanzo Adam lì im presente ( 6)
Serpente , oyeto $o k' el criò W
1 i
(1) Ve n'Ari uno eh 9 egli deve lasciare. Qui troviamo laga per
lasci j così appunto come ancor s'usa in alcuni luoghi dell' agro
milanese.
(2) Perciò gli ha vietato di mangiare. Quivi, oltre alla forma
veneta nella flessione del participio vectuo, è da notarsi la desi-
nenza tronca dell'infinito manca, propria del vivente dialetto
milanese.
(3) Gli dice permessa la vista. S' intende del frutto proibito.
(*) Lì aloga significa tei; aloga pare derivato dal latino ad lo-
cum, come pure l'altra voce di egual significazione e più volte
ripetuta nel corso del poemetto, chiloga, la quale indubiamente
è una corruzione di Aie loci. Quest'ultima voce òdesi ancora so-
vente nell'agro milanese.
(5) Si è questa la versione letterale del morte morieris della
versione bìblica latina.
(6) D'inanzi ad Adamo, fai all'istante.
(7) La voce oyeto in questo verso è così di forma strana, come
d'ignota significazione. Anche questa peraltro sembra un'aberra-
zione del copista, e in ogni caso significa: tutto ciò ch'egli creò.
Ad Adam li apresentò;
K' el miti nomi conTi plaxe < !) ;
E quilli seran nomi veraxc.
Adam mete nome ale cose
Segondo quel ked el vose l*\
Or sen partì lo creatore
Si cum gè plaxe cum a segni ore W.
Lo serpente qe W ad Eva
Drita mente là o' d'era W;
Plen de vcnin n' era 'I serpente
Tosegoso e remordente,
(1) Clie apponga i nomi come gli piace. Ella è forma puramente
lombarda e caratteristica dell'odierno dialetto, quella che inco-
mincia un discorso od un perìodo colla congiunzione che, la quale
appunto perchè congiunzione, richiede un membro precedente
della proposizione. Così il Milanese odierno va dicendo: ch'eldisa
oh pò; ch'el vaga pur , per esprimere: dica un po'; vada pure;
ove si vede che la voce che non fa l'uffizio di congiunzione, o se
vuoisi considerare come tale, è d'uopo sott' intèndervi una pre-
messa; del che non troviamo verun esempio, non solo nelle lin-
gue latina ed italiana, ma ancora in tutti gli altri dialetti della
penisola.
(2) Giusta ciò ch'egli volle. In questo verso si ripete l'inser-
zione della lèttera d 3 onde ovviare la elisione della voce ke con e/.
(3) Siccome piacque a Lui eli era il Signore.
(4) In tutto il corso di questo poemetto si trova ripetuto fé per
andò, la qual voce è indubiamente un derivato della radicale gire,
antico verbo italiano, del quale solo alcune flessioni di alcuni
tempi ci rimangono ancora , essendo il maggior nùmero andato
fuor d'uso
(B) Direttamente colà ove eli era. La voce o* per ove corrisponde
alla m' dei nostri poeti moderni, non che alla uà dei francesi , le
quali tutte sono una manifesta storpiatura dell'ufo latino.
Si portò mala novella
Comen^amento de la gucra.
Dix quella figura so$a e rea:
Perquè no mangi, madona Eva,
Del fruito bon del paradiso?
E mollo bello, co me viso t*)!
Eva dissi a lo serpente:
De le fruite k' én $a dentro *
De tute mangiar posscmo;
Mo un gc n' e ke nu schi verno,
Nu no Tosemo ^a i 3 > mangiare,
K' el partiscc lo ben dal male.
Ouel Segnor ke ne criò (4 >
Duramente nel comandò,
Ke nu de quel no fesomo torto ( 5) ,
Ke nu seravem ( 6 ) ambi morti.
(1) Come ho già avvertito di sopra, fo me viso e modo lombar-
! : do, che significa: mi sembra.
! I (2) Delle frutta che sono qui dentro. In questo verso dobbiamo
I I notare tre voci di forma lombarda, e sono : le fruite in gènere
; ! femminile, come tutt' ora s'usa nel dialetto milanese, che nella voce
| | la frutta abbraccia ogni specie di frutta mangereccie ; il verbo én
per sono, che l'attuale milanese esprime con in* e corrisponde
1 | all'antica voce toscana enno; e l'avverbio fa tutt'ora usalo nell'a-
! grò e dal pòpolo milanese per esprimere qui.
(3) La voce fa che d'ordinario significa qui > in questo luogo
corrisponde all'italiana già.
(*) Ne criò, vale a dire ci creò. Ne per ci è proprio di lutti i
dialetti dell'alta Italia.
(») Così sta scritto nel còdice, ove pare che il copista abbia
alterata l'ultima voce ; giacche sebbene sia fàcile indovinarne il
significato, questo non emerge dalla frase far torto.
(6)Nii seravem^er noi saremmo, e maniera esclusivamente pro-
pria del dialetto veneziano.
Di\ lo serpente a madona Eva:
Or ne mance ben volentera (,) ;
Vu seri W si conio Deo;
j Cognoscerì Io bon, el reo i 3 >;
Vu seri de Deo inguale < 4 >,
Ke vu savrì el ben, el male.
Eva si à cre^uo W al serpente;
Lo fructo prende e melel al dente i 6) ,
Pò ne de al compagniou
Ke Adam Tapella nome < 7) .
Quando V avén mandegao < 8) ,
(1) Ben rolentera è maniera pretta lombarda.
(2) La terminazione tronca in ì delle seconde persone plurali ,
che trovasi costantemente usata dal Rescapò è pure caratteristica
di tutti i dialetti dell'alta Italia. Cosi veggiamo nei versi succes-
sivi : cognoscerì, seri, savi per conoscerete, sarete, saprete, ecc.
(3) El reo, vale a dire : il ìnalvagio.
| (4) Ancora oggidì l'uomo del pòpolo milanese dice inguai, in-
guaia per eguale.
(8) Oltre alla permutazione della d in e nella voce crecuo che
significa creduto, è ancora da notarsi la desinenza ito propria del
dialetto vèneto , e costante in tutti i participj della stessa conjti-
gazione. La stessa osservazione abbiamo fatto più sopra nei parti-
| cipj di prima conjugazione terminati in do; di modo che pare non
i potersi dubitare della primitiva prevalenza del dialetto vèneto nelle
forme della lingua scritta nell'alta Italia.
(6) Metter al dente, per mangiare, è frase lombarda.
(7) Qui dovrebbe dire: V appella a nome.
(8) Quando Vèbbero mangiato. È costante in tutto questo poe-
metto la regolarità nella conjugazione dei verbi , mentre tulle
le terze persone singolari divengono plurali col solo aumento di
un' n finale; né mai v'ha luogo alcuna di quelle permutazioni
nella sìllaba radicale., o di quelle svariate flessioni * che formano
tante anomalie nei verbi italiani. Così appunto, mentre il verbo
* i
i i
Zascaun se ten per inganao (,) ,
E killi se vìdeno scrinidlii (2).
Vergoncià , grami e unidhi < 3 ).
Illi se volcén intro le frasche <*>,
italiano avere, ha ebbe nella terza persona singolare del passato ,
ed ebbero nella terza plurale, presso il Bescapè serba la forma
regolare ave pel singolare., avèn pel plurale. Similmente dare,
che in italiano si trasforma in diede, diedero, nel nostro poemetto
forma de, den; andare, che nel singolare passato ha andò, e nel
plurale andarono, nel poemetto invece ha andò, andòn; così gli
altri: fó, fon in luogo di fu, furono; odi, odìn per udì, udirono,
e così di sèguito, come verremo appuntando nel corso dell'opera.
(i) Ciascuno si riconobbe ingannato Qui si ripete la forma vè-
neta del participio colla terminazione do, la quale, come vedremo
in sèguito, talvolta si cangia in ado , come: trovado, mangiado,
comandado. Avvertasi per altro, che questa pure è propria di
qualche dialetto vèneto, e propriamente del veronese, mentre i
Lombardi la troncano, dicendo: mangia, trova, comanda, e simili.
(2) E quelli si videro scherniti. È strano nella voce scrinidhi,
come pure nella successiva unidhi ed altri participj ^ come tro-
vadho, mangiadho, e simili, il vedere la lèttera li unita alla d,
ciò che dovrebbe èssere un segno convenzionale di particolare
pronunzia a noi sconosciuto , non potendosi attribuire a negligenza
del copista , mentre è più volte ripetuta la stessa combinazione di
lèttere in simili voci. Può darsi, che per tal modo si volesse a
quel tempo esprìmere un raddolcimento della d, come più tardi
si espresse quello della t, colle th.
(3) Svergognati, tristi ed ignudi. il copista ha commesso un
errore , scrivendo unidhi, in luogo di inudhi, come pare dai versi
seguenti, ove lèggesi sempre nudho per ignudo; il poeta alterò
ad arbitrio questa voce per servire alla rima.
(*) Eglino si ravvolsero entro le foglie. Qui troviamo un esem-
pio, comecché isolato, pure sufficiente a provare, che l'uso della
lèttera h a rèndere duro il suono della e era già introdotto ai
tempi del Bescapè, sebbene prevalesse ancora quello del k; ne ab-
biamo un altro esempio nella voce schivemo in una delle pàgine
precedenti, e nelle parole vichi , riclie tra le seguenti.
Come fai li ribaldi entro le s trace;
De folie de figo, dixe la seriplura,
Ke illi se fén ({) la coverlura.
Pòs me^o di & ] veniando a lor
Illi od in (3) la voxe del Segnior;
Illi s'asconden intrambi du (i)
De grande timore k' illi àn abiù (5) .
Quando i Segnor gè fò apresso
Et elo clama li adesso :
0' etu < 6) , Adam? dixe lo Segnior;
Et el responde con grande tremore:
E' odi, Meser, la toa voxe,
De pagina (1 ) me rescose;
In per quelo ki era nudho
Si me sonto 8) ascondilo.
(1) Fén, per fòcerOj giusta quanto ho osservato nella annotazione
(8) alla pag. 46.
(2) Maniera lombarda ancora in uso ond'esprìmere dopo mezzo
giorno,
(3) Odìn per udirono. Vèggasi la nota (8) a pag. 46.
(4) Eglino s'ascosero entrambi. Qui troviamo nella voce s'ascon-
dén un nuovo esempio della costante regolarità nella conjugazione
dei verbi , sebbene subissero alquante anomalìe nella lingua ita-
liana posteriore.
(tt) Abili per ovulo è voce tuttaua usata nel contado milanese.
(6) O' etu? Ove sei tu? Questa forma si accosta molto alla pro-
venzale ed alla francese : oà es-tu?
(7) Ancor oggidì il Milanese pronunzia pagura per paura.
(8) Reca iu vero sorpresa, e nel tempo stesso nuovo argomento
a provare l'irresistìbile tenacità colla quale i dialetti serbano le
primitive loro forine, la \oee sonto per io sono; mentre ancora
dopo sei sècoli il Milanese consena nella stessa voce la t finale
che lo dislingue da lutti gli altri dialetti, dicendo: sont'aììdà, per
sono andato; son( arìvà, per sono arrivato^ e simili.
Dix lo Segnior: ki t'à mostrao
Ki t'à quillo nudilo trovadlio,
Se no lo fruclo ke tu è mangiadho?
De lo qua! t'aveva comandadho
Kc non mangiasi e tu mangiasi <*),
Conlra "I meo dito ( *) tu andasti.
Adam casona la compagniesa ^ ,
E dix: Meser, eia fó desa,
La femena ke tu m'è dao
Me dò lo fructo, eo Vò mangiao.
La femena caxona lo serpente
Ke rompe ( 4) gc fé lo comandamento.
Lo Segnior <;é a lo serpente (5) ;
ìi\ maledixe fortemente.
Per co k' à fato sta folìa:
Lo pegio tò andari) per la via < 6) .
(1) Non v'ha dubio che qui. dèbbasi lèggere mangiasti, sì per
il senso, come per la rima, annoverando l'ommissione della t fra
le innumerevoli negligenze del copista.
(2) Dito per dettato j o precetto.
(3) Adamo ne accagiona la compagna, b da notarsi la caratte-
ristica essa per la formazione del femminile, che in italiano s'ap-
plica solo ad alcuni nomi, come: poeta, profeta, abate, che nel
femminile si cangiano in poetessa, profetessa, abadessa; i quali con
pochi altri formano piuttosto oggidì eccezione alla règola generale.
(ft) La soppressione della sìllaba re finale in tutti gli infiniti dei
verbi è tuttavia un caràttere distintivo del dialetto milanese, che
pronunzia and A, cred, romp, finì; per andare, crédere, rompere,
finire.
(8) É costante in tutto il poemetto la voce {*' per andò, la quale
senza dubio è una delle molte flessioni del verbo gire, ire, andate
fuor d'uso, come ho avvertito di sopra.
(rt) // tuo petto striscierà j>er terra, h ancora proprio del dia-
letto milanese il permutare le tt in è in alcuni nomi terminati in
Sempre mai ke tu sii vivo < !) ;
La terra sera lo inimigo;
Entrc ti e dona Eva
No sera mai pax ni tregua;
Lo (ilio ked W lieta avrà
E li toi ki nascerà
E' gè meterò tencon e guera ,
Fin ke ne sera suso la terra.
Suso lo co i 11 i le daran (3, 7
La testa toa illi la tucaran;
llli guardaran li pei da le;
Tu lor vorai grande mal per fé.
Pò dixe lo Scgnior a dona Eva
Una menaca molle fera:
Mulliplicarò li toi crorc,
E t'aparturirè con grande dolore.
Tu avrà' sempre de lo lupo grande pagura,
Et elo sera tò segnior san^a rancura.
i
etto; come tetto, letto, che pronunzia te?, lei. Pare quindi che que- i
sfuso nei tempi addietro fosse più esteso e forse generale, mentre . |
ne abbiamo un esempio nella voce pegio per petto, ed in altre che I I
verremo successivamente indicando.
(1) Finché vkrai. La forma sempre mai nella quale Y avverbio
mai anzi che distrùggere aggiunge il màssimo valore al significalo
di sempre, è una forma esclusivamente itàlica, della quale non si
trova traccia nella lingua latina.
(2) Oltre alla d eufònica aggiunta alla congiunzione clic onde
ovviare l'elisione, qui troviamo ancora la vocale seguente prece-
duta da h, forse a prevenire ancor più Y elisione medesima ; ciò
che lascia supporre, che la lettera // valesse come segno di aspi-
razione.
(5) Co per capo, è >oce propria del dialetto milanese, mentre
suso per sopra è comune a tutti i dialetti vèneti; di modo che
suso lo co, forma una mistura di clementi eterogènei e dissonanti
air orecchio del linguista.
Or se volfc inverso Tomo:
Brega gc dà in questo mundo (*),
Dixe: per co ke mi non obedisti,
A toa moier ancoi credisti,
Maledhegia <*) la terra sia !
In la tua lavoraria
Zermo nascerà gar^on e spine * 3) ,
E vivere a grande fadige (4Ì ;
Lo pan avrà' con grande sudore.
In grande grameca e in dolore,
De chi W a che to retornerà
ha la terra linde l'è crea (6 '.
(1) Brega in luogo di briga, per cura, affanno; e quindi questo
verso esprime, come il Creatore rivolto all'uomo, lo condanna a
mille cure in questo mondo.
(2) Ho avvertito di sopra, come il Lombardo permuti talvolta
le II in è nella terminazione etto; maledhegia per maledetta è un
nuovo esempio dell'antichità ed estensione di quest' uso.
(3) Nella terra da te coltivata germoglieranno cardi e spine.
È forma vèneta nascerà per nasceranno, mentre i dialetti vèneti
non distìnguono il singolare dal plurale nella terza persona dei
verbi ; e la voce garcon è lombarda , dicendosi ancor oggi in
dialetto milanese cardón per cardi.
(fi) Il Milanese termina ancora in è la seconda persona singolare
del futuro, dicendo: te fare, te vicari, te dare, per farai, vivrai,
darai.
(B) La forma pretta lombarda, e precisamente milanese, è mani-
festa nella espressione: de chi a che te retornerà, per esprimere,
finche ritornerai, quasi volesse dire : da qui, cioè da questo istante,
sino a che, ec.
(6) Alla terra di cui sei creato. Rivela facilmente origine lom-
barda la forma dala terra per alla terra, dicendosi comunemente:
tè andà da la zia, rè torna da so mamma, per esprìmere : andò
a visitare la zia, è ritornato a sua madre, e simili.
Pulver fusto e pulver ce (l \
Et in pulver tornar tu di (i ).
Ora a lor fa vestimentc
De pel ice verax mente
Si li veslì li aloe W;
Del paradix li descomioe (4)
Esen fora e vasen via
En (5) intrambi du in compagnia.
Fora del paradiso li a presso
Le habitaxon gc fén [6> adesso;
Ora scn stari entrambi du
En quelo logo o' illi én venu;
(i) Pólvere fosti e pólvere sei; qui forse il copista ha raddop-
piata la e che significa sei, per esprìmere che dev'èssere prolun-
gato il suono.
(2) Pare che anzi che dì dovrebbe lèggersi de 9 che meglio con-
verrebbe al senso devi, ed alla rima. In questo luogo, come in
parecchi altri si scorge chiara l'intenzione dell'autore di pòrgere
la versione letterale del testo ecclesiàstico: memento homo quia
pubis eSj et in pulverem reverteris; ed è talvolta miràbile la chia-
rezza e la precisione colla quale il testo originale è volgarizzato.
(3) Varia nel poemetto la forma di questa voce , forse per ser-
vire alla rima; lì aloe è lo stesso che lì aloga, che significa tpt\,
e deriva forse dal latino illic ad locum.
(*) Li scacciò dal paradiso. La voce descomioe corrisponde al-
l'italiana accommiatò j la quale peraltro ha ora un senso più mite,
qual è quello di dar licenza, o congedare.
(5) Eicono e se ne vanno ambedue in compagnia. La voce én,
che significa sono 9 pare qui intrusa'dal copista , essendo fuori di
posto e soverchia. Del pari è da notarsi il pleonasmo intrambi du,
il quale è ripetuto più volte, e corrisponde alla voce italiana am-
bedue, che pure è pleonasmo ; ma se questo nella buona lingua è
tollerato colla voce ambo di egual significazione, non è poi lécito
colla voce entrambi die sta sempre da sola.
(6) La sòlita forma da noi avvertita nel passato dei verbi è
Intrambi du in conpagnia
Fano lì F albergarla.
Mi lavoran fera mente
Per ben viver nudria mente ,
E si dan aver fiol anche loro ( f >.
Tal è rè (*\ e tal è bono.
Tuti seino de loro cnsudlù < 3 >
Ki in questo mundo semo venudhi (i );
Tal fan ben e tal fan '1 male
Segondo quel k'i à plaxé fare.
De Eva e de Adam ormai lasemo;
De 90 ke pò essere dixemo,
E si acomenoa tal istoria
Ke sia de seno e de memoria;
Et eo ho ben in Deo fìduxia < r> )
Sciita omiunca menemanca,
quivi constatata dal nuovo esempio fén per fecero derivato dal sin-
golare fé.
(1) Ed attèndono a procreare anch'essi. La frase darri a qualche
cura per imprendere, intèndere le proprie forze, è maniera pe-
culiare italiana, che gioverebbe raffrontare colle corrispondenti
delle antiche lingue per raggiùngerne l'origine.
(2) Rè, per reo rèprobo.
(3) Tutti siamo da loro usciti , vale a dire derivati, discesi.
Non si può determinare se la voce ensudhi sia stata qui modifi-
cata per la rima con venudhi, se infatti in luogo di ensidhi si
pronunciasse ensudhi, sebbene appartenente, come venudhi, ad un
verbo terminante all'infinito in tre.
(4) La voce ki in questo luogo corrisponde alla latina qui, e si-
gnifica noi che, noi i quali. La voce .semo per siamo è di pura
forma vèneta ed assai pròssima alla odierna milanese che è: sèm.
(5) Qui pare che dèbbasi lèggere fidanca onde concordi nella
rima con menemanca.
Kc ve dito un tal seni bla lo ( 4) ,
Ke no sera para seno de sanctò W.
In questo iiìuihIo è una discordia;
Là o 1 no pò esser concordia ,
Se illi no se veleno acomunarc
De co ke voi l'un l' altro fare.
L'omo a in sì una cosa
Ke no voi laxà star cu possa W.
L'anima è l'una, el corpo è l'altra,
K'el fa speso de freda calda < 4 >;
L'anima voi slare in pcnitentia,
Et aver grande affligenlia;
Voi Deo servire e onderare W
Et a li soi comandamenti stare;
Lo corpo no vore ( 6 ) de qo far niente;
(4) La stranezza della voce semolato che non ha chiaro riscon-
tro in italiano rende malagévole l'interpretazione di questo verso,
il quale sembra esprìmere : ch'io vi detto un tal riassunto* o me-
glio , ch'io vi porrò d' inanzi tali imàgini.
(2) Quivi pure è d'uopo indovinare il significato che manca alle
voci così disposte. Pare non potersi dubitare , che il copista ha
svisato alcune voci , come proverebbe eziandio la dissonanza della
rima semolato e sancto. Onde riassumendo tutto intero questo pe-
rìodo, sembra più verisimile doversi interpretare nel modo se-
guente: Ed io confido pienamente in Dio, che <?t detterò tale un
sermone* che non avrà l'aspetto se non di santo.
(3) Possa per riposo* quiete. Ancor oggi dìcesi in dialetto possa
per riposare.
(4) Che sovente da fredda ( ch'ella ò ) la rende calda. Far di
freddo caldo per alterare* sconvòlgere* violentare* è modo prover-
biale vernàcolo ancora usato.
(B) Onderare per onorare.
(6) Fore per vuole è proprio del dialetto milanese, che ancora
adesso pronuncia rfìr col suono eu francese.
Ma sempre voi implir lo venire,
Carne de bò e bon capon, < !)
Ini pi il e se voi ben lo magon; (2 '
Ben veslido e ben calcado,
E ben voi esser consolado.
L'anima col mondo se tcncona,
Forte de lu la se caxona,
La lo reprehende in molte guise
E la clama: m linde, e si gc dixe:
Orme di mundo plen de iniquità
Fate cum ci scorpion ki ò inveninà,
Kc da pruina sta piato (3) , e posa a la fin
Forte remorde Tomo e pon^e col venin,
En così etti fato e plen de traimento;
Zò ke tu imprometi no ven a complimento;
La scriptum lo dixe, è la vcritai,
Tu è a un sol pongio. si traversarai (4ì .
(1) Tutto questo verso è in puro dialetto milanese, che ancor
oggi direbbe : carne de ho e bon capon, per esprìmere: carne di
bue e buoni capponi.
(2) Magón è voce vernàcola , che nei dialetti vèneti significa
propriamente ventriglio , ed ha molta affinità col tedesco Magen,
che significa stomaco, o ventrìcolo. Nei dialetti lombardi e puro
generalmente usata; ma in senso figurato, vale a dire, ond* esprì-
mere accoramento, oppressione prodotta da molti dispiaceri accu-
mulati. In questo luogo ha il primitivo significalo di ventrìcolo.
(3) Nell'agro milanese dìcesi ancora pruina per prima; sta
piato significa sta chetamente steso al suolo , da piatto , che vale
piano, d'onde derivò la voce traslata appiattarsi per nascondersi.
Quindi questi due versi esprìmono : che da prima #' appiatta ( lo
scorpione), e poscia alfine morde cnulelmente l'uomo e punge col
veleno.
(4) Tu sei sopra un sol punto, se l' oltrepasserai. ... Pongio per
punto è maniera lombarda ancora in uso nel numero plurale.
-<S 86 0»
Vete la toa gloria a que sera venua (0,
Tuta apcrnicnte eia sera ca^ua (*).
Li domini ki te segueno seran destrugi W e morti
Conduti al' inferno firan afflicli e morti.
Se forno pensase ben sovra lo tò a fa re,
In alcuna guisa noi porìsi inganare;
SVI ponese lo seno sover la toa fin,
No serave inagiao d'alcun so^o venin W.
E lo ^ no gè pensa e no gè mete cura ,
Ma pensa pur de quel, und'el l'avrà grande dolio W;
De viver a rapina, aver dinar ad usura
Ke la rason i avance; de questo mete'l cura;
De fare le grande caxe con li richi solari ( 7 >,
Fc grosse torre e alte, depengie e ben merlae W;
(4) Fenua per venuta serba la desinenza dei participj nel dia-
letto vèneto.
(2) Anche la voce aperniente coli* eufònica a che la precede ha
forma veneziana, del pari che il pronome eia e la voce cacua per
caduta.
(3) Destrugi per distrutti ci porge un nuovo esempio della per-
mutazione già avvertita delle tt in g.
(4) No serave magiàoj che significa non sarebbe macchiato , è
forma veramente veneziana.
(8) Ritenendosi duro il suono della g nella voce ge> tutto questo
verso è in puro dialetto vèneto per esprìmere : et non vi pensa
e non pi mette cura.
(6) Ma pensa invece a quello d'onde avrà grandi affanni. El VavrA
per egli avrà, grande per grandi sono manifeste forme vernàcole.
(7) Solari per soffitte, o cieli delle stanze, è voce propria del
dialetto vèneto , com* era proprio dei tempi del Bescapè il pro-
fóndere stucchi dorati e preziosi dipinti in questa parte delle sale
e delle stanze.
(8) Depengie per dipinte è proprio del dialetto milanese, come
è del vèneto la desinenza merlae.
D'aver cal$e de saia et esser ben vestio;
D'aver riche vignie ke facan lo bon vino <°,
Bosco da legnie, lo molin e pò lo forno.
Vasà lu voi asai ki gè stiàn de torno < s) .
Ora se sta superbo e molto iniquitoso;
Nesun li vaga preso, ke l'è fato rabioso;
Sete ancelle el a, e cascuna el amortosa W,
De so aver le pasce, con quele se demora.
L'uria la superbia ke tene Lucifero;
Sego s'amigoe quando era tropo bello,
E fo ca^ao del celo con essa in abisso.
Posa Fa dada al mundo ke la stia con eso;
L'omo Tà piliada e tenia per amiga,
Per 90 fira ea^ao (4) da la corte divina.
La segonda è la gola, quella malvax ancella
Ke fa vender la casa, la terra e la vignia;
(1) Senza arrestarci sulla forma vernàcola delle parole ke fagan
per esprimere che facciano, producano, avvertiremo come tro-
vandosi costantemente usato il k nelle voci ke, ki, si ripeta sem-
pre T uso delle eh nelle voci riche, richi e in talun'altra, ciò che
prova la remota introduzione di questa combinazione di lèttere,
ma non il frequente uso delle medésime che solo più tardi fu ge-
neralizzato.
(2) Ei vuole molti vassalli che gli stiano d'intorno. È da notarsi
ai tempi del Bescapè la voce rasa per servi vassalli.
(3) Cosi ò scritto nel còdice , e pare debba intèndersi : egli ha
sette ancelle, e ciascuna egli amoreggia; siccome peraltro la voce
amortosa ha una forma nuova e strana, sicché fa d'uopo indovi-
narne il significato , e siccome d'altronde male consuona con de-
mora colla quale deve rimare, così dobbiamo supporre che sia
stata alterata dalla negligenza del copista.
(K) Perciò sarà scacciato... E da osservarsi, che sebbene fosse
pure usata la forma sera, seràn, per sarà, saranno, pure gene-
ralmente prevale l'altra firà, fìràn, derivata dal latino fieri.
No la sa dar per Deo n esima caritadhc < !) ,
Kc luto voi per sì e anche del' altro asai; .
Per le W no roman a fare ni furto ni rapina 7
Ad omiunca pasto le vuol esser servia,
E la fé tol lo pomo a li prumer parinti (3) ;
Cento anni gè pari ki li avescno a li dinti W m
In paradiso itti erano, e slevan < 5 ) cortexemente;
UH foi cacai < 6 ) de fora molte villanamente.
Adam romase nudo e la compagna nuda.
No cala a la gora ( 7 ), pur k'ella sia ben passuda.
(4) Sebbene caritadhe sia voce italiana di forma lungamente !
usata di poi, pure, avuto riguardo alla voce assai colla quale deve ! ]
rimare, ed alle desinenze che l'autore suol dare a simili voci , j
pare clic qui dèbbasi lèggere piuttosto cavitai, come abbiam visto j |
superiormente veritài. !
(2) Per lei non resta a fare. . . le per lei, e roman per rimane ;
sono corruzioni proprie dell'attuale dialetto milanese.
(3) Essa fé cògliere il pomo ai primieri parenti. T6, per prèn-
dere, è tuli* ora usato dal Milanese, come tor dal Vèneto, le quali
voci sono manifeste contrazioni dell'italiana tògliere,
(4) Ecco una frase comune a tutti i dialetti dell'alta Italia, i
quali per esprìmere desiderio ardente, impazienza di conseguire
alcuna cosa , dicono : già mi pàjono cent'anni gli istanti die sono
frapposti — E quindi questo verso esprime letteralmente : Essa
(la gola) ardeva del desiderio che lo mangiassero.
(5) Nell'agro milanese ed in altri dialetti lombardi dìcesi tul-
t'ora steva in luogo di stava.
(fl) Essi furono scacciati. Nella voce foi è chiaro che il copista
ha posta la i in luogo d'una n, mentre altrove ha sempre scritto
fon, per furono. Nella parola cacai si conserva poi la desinenza
dei participj veneziani.
(7) Nulla cale alla gola, purché sia ben pasciuta. No cala è
modo vernàcolo ancora usato nello stesso significalo, e deriva dal
latino calere, essendo, come questo, adoperato solo in terza persona
singolare. Giova poi notare la permutazione della / in r nella pa-
De c;o dixc sancto Paulo in soa predicatila,
Ke Tomo debia vive con grande temperanza.
L'omo Tò piliada e tenda per amiga,
Però firà ca?ao da la maxon divina.
La terra ancella è la fornicalion:
Molto desplaxe a Deo, co dix lo saviomo:
Fornicatori e adulteri de' Deo ^udigarc,
Et ci e tal peccato, ke Deo noi voi portare
E le piexor citac O venin a grande arsura,
Cum se fa mention in la sancta scriptura.
Si è un tal peccato, cum più l2) Tomo lo faxe,
Zamai no sen despartise da k'cl cor gè giaxe.
L'omo Tà piliada, e tenia per amiga,
Pcrcò fìrà cacao da la corte divina.
La quarta ancella si apella avarilia;
(Ina de le ree ke in questo mundo sia;
De tuti li mai eia pare radixe,
Segondo quclo ke Salamon dixc.
Lo povero sta a Fusgio t 3) e crida carità;
No li vale clamare marce, ne pietà;
EPè fata tcnevre (t) cum' è fata la raxa W,
rola gora clic ancora adesso è pronunciala dal pòpolo milanese
allo slesso modo.
(1) Il Veneziano odierno direbbe ancora le pezór zitae ad esprì-
mere le peggiori città, ciò che riconferma V antica influenza del
dialetto vèneto sulla lingua scritta in Lombardia.
(2) Anche la forma coni più per esprimere quanto più è propria
di tutti i viventi dialetti dell'alta Italia.
(3) Usgio per uscio, o porta della casa.
(4) Tenebre per tenace, viscosa, come appunto è la pece alla
quale è assi migliata.
(8) Raxa o rasa chiamasi ancora in dialetto la pece o gomma
di terebentina.
INo voi veder del ben insir fora de caxa (1 ).
L'omo Tà piliada, e tenda per amiga,
Per^o (irà ca^ao da la maxon divina.
La cinquina ancilla m'è vix ke sia l'ira,
La qual non adovra de la ley^e divina.
Dolente la famclia o' eia brega speso W !
E Pè piena de lagnia più ke lo mar de peso (3) ;
Partire fa fra elli e metege tencone ( 4 >,
E metege grande discordia entro li compagnione;
La guera va crescendo e metege tesura Wy
Del mal fa quela asai sì ke lì no g'è mensura.
Ardcsc le case, le tegic e li paliari < 6) ;
Morti finon li homine, prisi e maganai (7) .
(1) Non vuol vedere uscir di casa le proprie sostanze. La voce
del ben, per sostanze è ancora usata in dialetto lombardo, nel qua-
le, per esprimere che uno è lautamente provveduto , dìcesi : el
gh'à del ben de Dio.
(2) Dolente la famiglia ov'essa briga spesso/
(3) Essa è piena di guai ben pia che il mar di pesce. Pare che
peso per pesce sia qui posto onde servire alla rima.
(4) Ecco di nuovo il verbo partire per divìdere, disunire. Di-
vide fra loro, e mette guerra e discordie fra gli amici. Tale è il
significato di questo e del verso seguente, ove dobbiamo notare la
forma vèneta fra elli, e la voce occitànica compagnoni, per amtet.
(8) La forma di questa voce tesura è affatto strana; pare per
altro che debba intèndersi scissura.
(6) Ardonsi le case, le tettoje ed i fienili. Tesa e pajar dìconsi
ancora in alcuni dialetti le tettoje campestri destinale a ricóvero
degli attrezzi rurali, e quelle che serbano il fieno e la paglia per
la stagione invernale.
(7) Morti ( uccisi ) persino gli uomini, presi e malcotici. Ma-
gagnai per malconci, storpi e valetudinarj è voce propria del
dialetto vèneto.
-<e ai s>-
Caym ^) la tene un tempo in soa compagnia;
Olcixe lo f radio, tropo fé grande folta;
El fó maledegio da Deo omn ipoente (*),
Cacao fó a V inferno entro quelo fogo ardente.
L'ira romase al mondo per fané desviarc
L'omo e la femena, ki de sego bregare.
Del odio e de invidia efè fata fontana;
Fa despartire Tomo da la raxon soprana.
L'omo l'à piliada e lenela per amiga,
Per^ò (irà cacao da la corte divina.
La sexena ancella me par forte secura;
Accidia s'apella in la sancla scriptura;
Aver in fastidio lo bon sermon divino,
No voi odir messa, ni ter^a, ni inatino ( 3) ;
No voi andar in ecclesia a Deo marci clamare W;
Odir no voi vangeli, ni pistole spianare W;
E vasen per lo mundo pur pensando vanitai.
No lasa far Pomo cosa de utilitae (6) .
(1) Caym per Caino.
(2) Fu maladetto da Dio onnipotente. Qui si ripete la permuta-
zione delle tt in g nella voce maladegio, e nuova prova della ne-
gligenza del copista, che omraise una t in omnipoente.
(3) Qui l'autore accenna alle preghiere ecclesiàstiche per le ore
di terza, del mattutino, e simili, prescritte nei divini uflicj.
(*) In questo verso è da notarsi la soppressione delia preposi-
zione a nella frase andar a Deo marci clamare^ mentre l'italiano
direbbe : andare a chièdere perdono a Dio. La qual soppressione
è propria delle lingue francese ed occitànica ; come pure appar-
tengono alle medésime le forme clamare per chièdere ., e merci
per mercè.
(B) t da notarsi la voce spianare per ispiegare, chiarire.
(6) E proprietà costante del dialetto vèneto il terminare in ae
i nomi astratti italiani troncati in à, dicendo: bontae^ fedeltae e
slmili. La stessa desinenza troviamo sempre usata dal nostro auto-
L'omo Pa piliada e tenela per amiga,
Però (irà cacao da la maxon divina.
De la setena ancella e' voio (1) far memoria;
Eia me par ypocrita, eoe la vanagloria;
De tuto lo ben k' el fax no voi Deo laudare,
Ni fage gratia, ni gloria a lui dare;
Voi si laudare e fase laudare lo mundo,
Va scgliando k'el plaija ad omiunca honioW;
E de costoro à dito lo segnor Jesu X risto
Entro lo vangelio, sicum ci se trova scripto:
La lor marce illi an ?a recevudhi,
Zoe l'ostia mundana la qual i àn vorudiii l3) .
L'omo Pà piliada, e tenela per amiga,
Per $ò (irà descacà W da la maxon divina.
Cum tute sete ancelle Tomo se demora;
El ve la morte scuira ki ga pilia la gora W,
[\o cala ^ si Pà morto e trato a mala fin,
re, sebbene talvolta il copista trascrivesse per errore ai, come nel
verso precedente vanitai.
(1) Voio per voglio è pure maniera vèneta.
(2) Non si saprebbe da qual radice derivare la voce segliando,
qualora per avventura non fosse corruzione di scegliendo, che in
questo luogo dovrebbe pur significare cercando.
(3) Cioè l'ostia mondana ch'essi hanno voluto. Qui si ripete la
combinazione delle dh, da noi sopra avvertila, nei due parlicipj,
clic in onta alle buone règole son fatti plurali. La permutazione
poi della / in r nella voce vorudhi e propria del dialetto milanese.
(ti) Mentre in tutti gli ùltimi versi relativi ai sei vizj capitali
precedenti, l'autore ripete Per co firà cacao, in questo introduce
la variante descacà, che è forma lombarda, mentre la prima è
vèneta.
(5) Fede V oscura morte die gli piglia la gola. La permutazione
della / in r nella voce gora è tuttora propria del dialetto milanese.
(6) No cala per non importa, non cale, è proprio di tutti i
dialetti vèneti.
Mena aP inferno in quel logo lapin.
No ic va li utlo (*) grande^ a, solaio, ni riche^a,
Ke no sia morto in la grande grame^a W.
Inlò è lagrenic e pianti e d'ogni man dolor W;
Omiunca homo lì plance e cria, e luti fan rumor.
Tal voi aqua e tal fogo; no pon sofrer la pena;
No gè vai niente, ke grossa è la catena!
Tu no gè vai, o mundo, un festugo de palia W,
Ke posa trar nul homo dequela grande travalia (5) .
Oi mundo misero, fato e cativo et orco,
L'omo ki te segue si è deslrugio e morto;
Zollane lo comandò ke Pomo no t' amasse,
Le toc cose sempre me < 6) le refu tasse;
Sempre fuisti incitabile , fat'ee ( 7 ) com Io vento
Fa cambiar lo tempo segondo lo so valor;
Ora piove et ora fìocha et ora scolda lo sol (8) ;
En così fé de Tomo k'c in toa bailìa ,9) .
(1) Noti gli è valso, o meglio, non gli valse grandezza, ce.
Paliudo porge un nuovo esempio della forma regolare dei parti-
cipi che in italiano deviano dalla règola.
(2) G ramerà per miseria, tristezza è voce andata fuor d'uso.
(5) Inlò per colà, ivi deriva manifestamente dal latino in loco
(ipso), alla qual orìgine talvolta s'accosta ancor più , trovandosi
scritto inloga, del pari che chilo, chiloga, per esprìmere qui.
(G) Festugo de palia è voce vèneta, ed è corruzione di fusto,
reso diminutivo , onde significa un gambo di paglia.
(») Travalia per travaglio, pota, dolore, è qui fatto di gènere
femminile forse per servire alla rima.
(6) Me per mai pronunziato alla francese.
(7) Fatto sei come il vento, e qui sott'intèndesi il quale fa can-
giare il tempo ec.
(8) Fioca per nevicare , e scoldà per scaldure sono modi pro-
prj dell'attuale dialetto milanese.
(0) Così fai tu dell'uom ch'è in tua balìa.
E (do e caldo e fame, sedhe e caristiaC);
No pò star in una on sia alegro on gramo W,
Ora ben et ora mal, ora prò et ora dagnio;
Un dì no stan alegro, ked el no se conturba;
Molto spesa mente del seno se remuda W;
Per co no me fido in ti , ke tu no m' par niente.
Seguirò la via de Deo, lo meo Segnior vivente;
Da lu vene le bonlae, le gratie e li lionor.
De tuti li savii ePè sopran doctor,
Et è lume resplendenle, ki ven in questo mundo,
Divina maicstae receve forma d'omo,
E Pè segnior de lo celo e de la matre terra;
Vene de la vergene gentil sancta pollila.
Cum el vene in lo mundo eo vel volio cumtare
Segondo lo vangelio, e lo tracto in vulgare.
Ki va coronando e par k'el stia lento sempre ( 4 ).
Lo Segnior del paradiso patre glorioso
El tramix lo Gabriel angelo pretioso
Ad una cita k'à nome Nazareth
A Maria vergene sponsa de Joseph;
El intra P angelo là o'era la pulzella,
(1) E gelo, e caldo, e fame, sete e carestìa.
(2) La voce on ripetuta in questo verso è uno sbaglio manifesto
del copista , che dovea scrivere ora, come fece nel verso seguente.
(3) È da notarsi la frase molto espressiva del seno se remuda,
per esprìmere: cangia consiglio.
(*) Torna impossibile il raggiùngere il significato di questo ver-
so , che doveva essere seguito almeno da un altro che compiesse
il dìstico, ed il quale rimase nella penna del copista. D'altronde
sembra , che anche la voce coronando sia stata alterata dal medé-
simo in luogo di corando per correndo, giacché allora si avrebbe il
principio d'un periodo : Chi va correndo ed appar sempre lento, ec.
La salutane le faxe molte bella,
E dix : piena de gratia domino Deo te salve!
Domino Deo è tego, lo rex celestiale;
Intro le femene tu è benedegia,
Sovre le altre savie casta et neta;
Benedicto lo fructo del tò ventre,
Filiol de Deo omnipoente.
Quando Maria odi questo sermon,
Multo inlora si ave turba tion;
E in so pcnsè si ave grande turbanca O,
Comente fosse questa salutanti W.
Dixe T angelo: oi, Vergene Maria,
No te stremila (3) la parola mia ;
Apreso Deo verax segnior
Si è trova gratia e valor,
Ke tu avrè in lo tò sancto ventre
Lo fiol de Deo vivente;
Jesù Criste de ti vera
Filiol de l'Altissimo clamao firà;
E lue darà segnio de Tortela ,
Lo segnor de ki regna in alegreca;
In cà ( 4 ) de Jacob sempre regnerà ,
(1) fn suo pensiero ebbe gran turbamento. Il Milanese odierno
direbbe pure : int'el so pensé, come ai tempi del Bescapè.
(2) Comente deriva senza dubio dal latino qua mente, che più
tardi prese le due forme diverse : come e qualmente.
(3) Stremìss e voce propria del dialetto milanese, per spaven-
tarsi; temere, ed è singolare il rinvenirla affatto eguale nel sè-
colo XIII. Non ti spaventi la parola mia. Anche l'esclamazione oi
colla quale l'angelo apostrofa la Vèrgine, con lieve modificazione
è tuttavia usata dal pòpolo.
(4) In ed per esprìmere nella casa è del pari tutt' ora usato
nel dialetto milanese.
E delo so regno mai fin no sera.
Dixe Maria a l'angelo de Criste:
Cum pò esser in mi questo?
D'avanzo ti ben lo digo (*),
Ke homo nesun non cognosco eo.
Dix P angelo, e responde a le:
Spirito Sancto vera in ti,
Et de T altissima grande virtue
Tu sere conpressa de lue ;
Per 90 ke de sancto nascerà ,
Fiol de Deo clamao firà.
Elixabeth la parente toa,
Ke intro la vegeca soa < 2 >
'A incenera un tal fiol W
Ke a Deo sera fructo bono,
Ancora no è sex mixi passati (4)
K'ela non aveva in^enerao;
E apresso Deo veraxe
Ben pò esser 90 k' el gè piaxe.
Responde la Vergene Maria:
Zò ke ài dito a mi si sia;
Ecame , ke sonto donala ( 5 > ,
(4) Sopra ogni altra forma inerita osservazione la trasposizione
del pronome ti avanti all'avverbio ben, la quale è caratteristica
del dialetto veneziano e ripugna alla sintassi di tutti i dialetti
lombardi.
(2) Che nella sua vecchiezza.
(5) Ha concepito un tal figlio. Ingenerare per concepire è voce
andata fuor d'uso, sebbene molto espressiva.
(4) Non sono ancor trascorsi sei mesi. Sebbene la voce sex sia
pura latina, non dobbiamo lasciar d'avvertire, che nei dialetti
lombardi dicesi ancora ses.
(B) Eccomi 3 che sono ancella. Abbiamo altrove avvertito, come
-<e 67 o>.
E del Segnior co sonto ancella,
K'eo si sonto soa veraxe;
Fa^a de mi co k' el gè piaxe.
In la cita là o' sta Qacharia
La è a nel a ti a la Vergcne Maria;
In clià (4 ) de (^acharia eia intrò;
Elisabeth si la salutòe.
Quando la gè fé lo sa ludo,
Elisabeth si ave cognosudo W ,
Solamente a la loquella,
Ke Maria gravida era.
Elisabeth per la divina (3)
De Spirito Sancto si è conplida.
Lo so dolce fantin si se exaltoe {i)
Dolcemente in lo ventre soe;
Ad alta vox clamar prese,
Inverso Maria guarda, e dixc:
Oi, gloriosa tu intro le vergerle,
Oi, benedicta tu intro le femene,
Benedicto lo fructo del ventre lo,
Benedicta l' anima, el corpo tò,
l'odierno Milanese pronunci ancora sont per sono; strana forma
in vero., della quale non si saprebbe rintracciare l'orìgine; don-
zela poi per sema o ancella è* voce milanese ancor viva.
(1) In cà per in casa, come ho già notato, è proprio del dia-
letto milanese.
(2) Anche la voce cognossudo per cotiosciutOj col raddolcimento
della u in gn s e caratteristico dei dialetti dell'alta Italia.
(5) Qui è manifesto, che il copista pretermise il nome al quale
l'aggettivo divina si riferisce, e che pare doversi congetturare
òpera^ o volontà.
(4) // suo dolce infante si scosse.
E tee biada ke tu credisti (4)
Quel ke te dixe l'angelo de Xriste!
Dixe Maria con grande amore:
Magnifica l'anima mia Io Segnore,
E Tè exultaho lo spirito meo
In Io saludho del meo Deo.
Quando Maria sponsa de Joseph
Gravida de Jesu Nazareth
El'à comencà ad ingrossare,
Et Josepo forte a dubitare;
El'era iusto homo e liale,
Mo ca no la voleva inflamae W.
Si gè vene in so talento 1
Da le partise inascosamente.
Pensando pur de questo fare,
L'angelo de Deo a lu se pare,
E dix: oi, Josepo filiol de David,
No temer tu de toa Maria;
Ere vergene pollila
La meliore ke sia in terra,
Ni chi foe, ni chi serae,
Ni chi mai se trovarae.
In^enerao si è in le (3)
Jesu Crisle filiol de Deo
Spirito Sancto, e insì
(i) E te beata, che credesti. Quivi tu credisti serba la pura
forma latina.
(2) Però non la voleva infamare (disonorare). È evidente l'in-
curia del copista, che nella voce inflamae ommise la r nell'ulti-
ma sìllaba, e forse intruse di soverchio la /.
(5) Qui si ripete la voce in$enerao per concepito, colla termi-
nazione vèneta ao, ed il pronome lombardo le per lei.'
Fira clamao Jesu da ti.
Lo popolo salvo farà,
D'entro li peccai li trarà (*).
In quclo tempo era un grande homo
Ke Octaviano ave nome;
Elo in terra si è segnior,
Et era fato imperatore;
Si à fato comandare
Per lo mundo universa W,
Zascaun se debia pur andare
Tuti a farse designare
A la cita o 1 illìn nadi; {3)
Si se facan scriver lai < 4) .
Si Pavé inteso lo bon Joseph,
Und'el insì de Nazareth,
E si se mise pur in la via;
In Bethleem va con Maria,
Per quelo le' ili g'an lor parentado,
Et ke David si g'era nado;
1 1 li én dela casa de David;
Per 90 gè van a farse scrive < 5) .
Quando il 1 i fon a quella cita
Ke Bethleem si à noma,
(4) Li redimerà dal peccato (originale).
(2) Anche qui vèdesi chiaro, come il copista obliterasse per ne-
gligenza l'ultima sìllaba le nella parola universale.
(3) Alla città ov'eglin? sono nati. Qui il verbo in per sono
ha la precisa forma dell'attuale dialetto milanese.
(4) Si facciano inscrìvere colà.
(8) Perciò vi vanno a farsi inscrìvere. La frase è affatto lom-
barda, e si usa tutt'ora in senso di disprezzo. Cosi : pa a fai scriv
significa : va in tua malora.
Lì de fora molto apresso
Maria à partorì li adeso
In un Iogo poverile,
Lo qual fi (4) dito bovile.
Là parturiscc sancta Maria
Del fantin k' en si aveva.
E de li pagni eia faxoe (2)
In Io presepio reclinoe ( 8 \
No trovò Iogo de plaxere ,
Ma s' il faxe pur li $arer (*).
Nato Io fantino de Io Salvatore
Jesu Cristo de Io mundo creatore,
Yasen I* angelo apresso li pastori
Ke de Io gre§o eran guardaori ( 5 >;
A quili k' erano in quela region
(4) Forse il copista per errore scrisse fi per fò.
(2) Lo fasciò coi pannilini. Ancor oggi il Milanese pronuncia
pagn per pannilini.
(3) Rkoverossi nel presepio.
(4) Dobbiamo crédere , che il copista , come avvenne sovente ,
scambiasse qualche lèttera o qualche sillaba , poiché la voce ca-
rer, che cosi è scritta nel Còdice, è di forma alquanto strana e
d'ignota significazione.
(8) Ch'erano custodi della greggia. Si noti, come il nome greg-
gia sia qui di gènere maschile e di forma diversa da quella che i
nomi latini di terza declinazione prèsero più tardi, come: fel,mel,
eh' ebbero la desinenza in e; il fiele, il ittiele , del pari che grex_.
il gregge. Cosi pure è da osservarsi l'assoluta mancanza dell'arti-
colo il, che solo nel sècolo successivo comparve nella lingua vol-
gare, trovandosi sempre lo, de lo j a lo pel maschile, la pel fem-
minile. Dalla quale osservazione è chiaro , che non si può con ra-
gione far derivare l'articolo il dal pronome latino ille s essendo
stato introdotto dopo che la lingua volgare aveva già assunte le
proprie forme ed avea supplantata la latina.
Per anuntiare la sancta nassion.
La clare^a de Deo li circumplexi W ,
Del grande timore son tuli presi;
Dixe T angelo: no abiai timore,
Ke v'anontio lo Salvatore.
Jesu Cristo fi clamato.
Lo qual anchò W si è nato
In Bethleem elo si èej
Grande alegre^a questo ve < 3 >,
In ogni populo el sera
Ke so fedehel W se trovare.
In lo presepio si Io vederi
Lo dulcissimo fantin-,
Vu '1 trovarì volto in pagni ;
Questo signo si v'è grande < 5 >.
Quando V angelo ave dito
La nascion de Jesu Cristo,
El fó dali angeli celestià
(4) È chiara la derivazione di questa voce dalla latina circum-
pketere per circondare, ravvolgere.
(2) Anco per oggi è voce puramente vèneta ; con lievi modifi-
cazioni peraltro è comune a molti dialetti italiani ed occitànici. Il
Milanese pronuncia incó; il Piemontese ancòi; i Provenzali enquey,
che si pronuncia come nel piemontese.
(5) Cosi sta scritto nel Còdice. La voce ve non ha qui un chiaro
significato , sebbene debba interpretarsi per avvenimento, fatto;
nò pare che venisse scambiata dal copista , poiché consuona nella
rima col verso precedente.
(4) E strana l'ortografia di questa voce , che s' incontra scritta
altre volte egualmente, e darebbe a crédere , che fosse prolungata,
o aspirata nella pronuncia ; màssime ove si consideri che nella
radice latina fidelis non entra 17*.
(8) Questo contrassegno vi basti.
Molto tosto aconpagnià,
Ke van laudando Io Segnior:
Gloria in excelso a Deo creator,
Et in terra pax et humilità
Entro li homini de bona voluntà.
L'angelo sen va con li altri in conpagnia
E van laudando Deo Io filiol de sancta Maria.
Al partimento de l'angelo s'axembia li pastu ( f ),
Parlando Fun contro V altro, e digando inter lor W:
Anderoo in Bethlecm in quela cita,
Ve?emo sta parola kc Deo n*à monstre.
UH sen van via dritamente alo logo;
Trovòn lì Joseph, Maria e Io filiol,
Et avèn cognosudo ke Pera verità
Quelo ki del fante i era annuntià W.
UH s'en tornòn in dreo < 4 ) digando per la (ente,
Nato si è Xristc lo filiol omnipoen te :
De quello ke i I li àn vecuo van Deo laudando,
An (O ke illi àn olcu lo van gloriando 15 ).
(4) Alla partenza dell 9 Angelo si radunano i pastori. Si scorge,
che la voce francese assembler j o rassembler, per méttere assie-
me, radunare, era comune allora al volgare itàlico, il quale serbò
alcuni derivati, come assemblea,assembramento. In prova poi della
negligenza del copista, devo notare la voce pastu che dovrebb'ès-
sere invece postar, come richiede la radice latina postar e la ri-
ma stessa, e come la stessa voce trovasi scritta alcuni versi prima.
(2) Dicendo tra loro. Digando per dicendo è tutt'ora usato nel
contado milanese.
(3) Quello che dell'Infante loro era annunziato. La voce t per
loro, a loro è ancora in uso presso alcuni dialetti lombardi.
(4) 11 Milanese dice ancora indrè per indietro , dedrè per di
dietro.
(tt) In questi due versi vcggiamo ripetuta la lèttera £ per tf, in
-^75 e>-
La sente ki l'oldiano sen dan mera velia W
De quclo kc van digando li pastù per la via.
Sancta Maria ma tre, la vergenc beata
Tuto 50 k'ela vedeva, tuto 50 eia governava W;
Tuto governava, et in so core poneva;
De 90 ke del so filiol pretioso vedeva
Oi! cum ci' è biada e piena d'alegre^a,
Haver un tal (ìlio ki è de tal grande^a!
AI signo de una stella resplendente
Tri Magi venen da oriente
I evan {2) quirando lo filiol de Dco,
vefuo per veduto, ed oleu per udito, ciò che accennerebbe ad una
speciale pronuncia. Cosi pure la voce an per in nel secondo verso
consuonerebbe colla en francese si nella pronuncia, che nella si-
gnificazione.
(4) Le genti che li ridiano ne stupiscono. La forma della voce
otdire per udire è costante in tutti i suoi derivati nel corso del
poemetto.
(2) In questo luogo governava significa: ne facea tesoro 9 cioè
osservava attentamente tutto ciò che vedeva, e l'imprimeva nella
mente e nel cuore. Colla stessa significazione viene usato ancor
oggi il verbo governare in quasi tutti i dialetti vèneti. Cosi, p. e.,
Ciapèlo e governalo significa: prendetelo ed abbiatene cura, ossia
riponetelo in luogo sicuro e custoditelo con cura. Quest' uso del
verbo governare è affatto sconosciuto a quasi tutti i dialetti lombardi.
(5) Cosi sta nel Còdice , ove la lèttera e certamente è soverchia
o doveva precèdere la i, dicendo : E i van quirando , ossia: ed
essi vanno cercando, dalla radice latina inquirere, che l'autore ri-
pete due versi dopo coll'affisso in, e permutando nella flessione la
e in a, col dire: inquirando in luogo di inquirendo. Se male non
m'appongo, questa permutazione costante della e in a nei parti-
cipi presenti dovrèbbesi attribuire all'influenza della lingua occi-
tànica, alla quale una tal permutazione è propria, e dalla quale
passò alla francese.
Lo qual è Dado rex de li elidei.
De questo rex van inquinando ;
Per Jerusalem si van digando:
Mo o'è culli lo qual è nado
Ke deli £udè fi apelado?< ft >
La soa stella avem ca vegui
Per £0 somo quilò (* ) vcnui ;
In oriente si n' apari ,
Yenudi Io somo per adorar qui.
Herodes odi questa novella
Ki era segnore de quella terra;
El ne fó dolento (3) e gramo
Con tuti quili de Io so reniamo < 4) .
El congregò tuli li majori,
Li sacerdoti e li d oc tori,
Ked el da lor saver voleva
La o' Cristo nascer deveva.
(4) Non v' ha duino, die in questo verso il copista ha scritto ke
in luogo di Re, oppure ha obliterata la parola re, senza la quale il
senso è nullo, e dovrebbe esprìmere : che re de' Giudei fu (o sarà)
appellato.
(2) Quilò per qui; sebbene questa voce sia ripetuta in varia
forma e con ortografia diversa , come chilo, kiloga , essa è pur
sempre la stessa derivazione da Aie loci.
(3) Il pòpolo milanese distingue tutt'ora i gèneri anche negli
aggettivi italiani terminanti in e colle desinenze o pel maschile,
a pel femminile, dicendo: dolento, fedela, per dolente, fedele. Nel
dialetto vèneto peraltro quest'uso è più generale e più chiaramente
manifesto, dicendosi tuttodì grando e granda in luogo di grande; j
mentre nel milanese questa distinzione è chiaramente espressa |
solo in alcuni aggettivi , essendo gli altri pronunciati tronchi ,
come appunto grand, che solo nel femminile è granda.
(4) Reniamo, per regno o regnarne.
i
I i
-<S 75 S>-
Quili diseno la verità;
In Bethleem in quella cita,
Per lo prophcta lo dissi e Tè scrilo < 4) ;
Lì de 1 nascer Jesu Griste.
Odi que disce la scriplura W
De Bethleem terra Juda:
De ti un duxe nascerà
K' el populo de Israel re^erae < 3 ).
Erodes suso im pei si se levoe 'W,
Li tri magi a si si clamoe;
Con grande amore imprese da lor (5)
Quando la stella si aparì a lor;
I eseri, lo tempo e li contrari ( 6 >,
(1) Poicliè il Profeta lo disse , e sta scritto. È manifesta Tini-
pronta latina nel verbo dissi da dixit, sicché pare , che solo più
tardi venisse scambiata la desinenza in e per distìnguere la terza
persona dalla prima.
(2) Ascolta ciò che insegna la Scrittura. Il verbo latino discere
è affatto scomparso dalla lingua italiana, nella quale sèrbansi ap-
pena alcune voci derivale, come: discépolo, disciplina e talun'al-
tra; si vede peraltro ch'era usato nel senso d'insegnare ai tempi
del Bescapè.
(5) Re$erae per reggerà attesta chiaramente la prevalenza della
forma vèneta , poiché è proprio esclusivamente dei dialetti vèneti
il permutare in g ossia z dolce il suono schiacciato della g, che
il lombardo pronuncia assai distinto, dicendo: regg, legg, giorno,
Giorg, laddove il Vèneto dice : rézer, lèzei\. zorno, Zorzi e simili.
(4) Si levò in piedi. Im pei è forma lombarda, dicendosi tutt'ora
im pè.
(tf) Pare che imprese in questo luogo significhi richiese , piut-
tosto che apprese, o seppe.
(0) Forse dobbiamo interpretare questo verso così : Le cose , il
tempo e le circostanze, sebbene non si conosca esempio della voce
contrati usata in questo senso.
Per ben saver tuti li fati;
E dixe a loro: or ve n'andà (4)
In Bethleem quela cita;
Del fantin domanda ri;
Pò verri, si m'el diri
Li o' vu l'avri trovado,
Et in qual logo ci sarà nado;
Ked e' vorò venire a lui
Per adorar sicomo vui.
Ili i se miseno in la vìa;
Ecco la stella li aparia;
Quella kc pare in oriente W
D'avanzo loro i aparì sempre;
Et illi seguivano quella .stella
Andando dreo < 3 ) de terra in terra.
Quando là stella fó andada
So ver Io fantin, là o' eia era nada ( 4 ),
La stella e lì demorò,
E più inan^e no andò.
Videno la stella ke lì slava,
E più inan$e no andava,
De grande al egreca si s'alegròn;
(4) Or ve n'andate. La forma andò in questo luogo è evidente-
mente forzata per servire alla rima con città; mentre cosi il Lom-
bardo come il Vèneto dicono , e forse anche allora dicevano :
andè.
(2) Pare in luogo di apare è non dubia negligenza del copista,
mentre nel verso precedente si trova aparia, e nel seguente aparì.
(3) Andà adrè in dialetto milanese, e andar drio nel vèneto ,
significano seguire.
(fc) Per rettificare il senso di questo verso , pare che dèbbasi
lèggere: là, ove egli era nato, il qual errore venne forse com-
messo dal copista per la consonanza della rima.
-<© 77 S>-
Entro la casa si entròn (*),
Lo fantìn trovòn lì stare
Gum Maria soa matrc.
Quando quisti l'avcn ve£U,
Si se $utòn cT avanco lu W;
Si Io comen?òn adorare
E de lor presenti a fare,
Et aver sover lor thesoro < 3) ,
Si gè offrìn mirra et oro,
Oro et incenso et mirra oflrcn
Questue Io don kcd il li gè fén (4) .
Qua' illi s'eveno a partire < 5 >,
Una vox i'è parili a dire (•):
Al re Herodes no tornahi ,
(4) Giova ripètere la osservazione già fatta sulla regolarità co-
stante nella formazione dei plurali dei verbi coll'aumento della n.
Qui troviamo due nuovi esempj , in entròn , alegròn , per entra-
rono 9 si rallegrarono.
(2) Si gettarono a lui d'inanzi. Le voci In per lui e le per lei ,
sovente adoperate dal Bescapè , sono ancora proprie del dialetto
milanese.
(5) Cosi sta letteralmente scritto, e pare che debba intèndersi,
o, ad averlo sopra ogni lor tesoro, oppure, a versargli sopra i
lor tesori.
(4) Fén, ed oflrén sono due nuovi esempj della formazione dei
plurali col solo aumento della n. Abbiamo pure un nuovo esempio
della licenza del poeta, o del copista nella voce oflrén, invece di
offrìn j come trovasi scritto nel verso precedente, perchè non era
vincolato dalla rima.
(tt) Quando stavano per partire. Anche qui sono manifeste le
sillabe ommesse dalla negligenza del copista , che scrisse qua per
quando, e s'eveno per si aveano.
(0) Letteralmente questo verso significa: Una voce loro è ap-
parsa a dire. La forma i'è 3 per loro è, si usa ancora in vari dialetti.
-=D 78 S>-
Per altra via ve n'andai.
E quili sen van per altra via,
Zascun sen torna in la soa villa (i) .
Li nomi dili magi l'un è Guaspar,
L'altro Marchion, V altro BaldefarW;
Zascun se va in soa region
Sicomo per V angelo a lor ven in vision^.
Quando la Vergene se levò de partore,
Si cum se trova intro le carte,
E quando in la eglesia eia introe,
La sancta mesa se gè canloe W;
La mesa sancta e li sermon
Et oldin lo canto san Simeon.
La mesa fó si sancta e verax,
Ke li bastón devenè cera.
Tale mera velia Deo faxeva,
Ke li bastón de flama ardeva;
Per 50 gè dixe li pluxor atleta W
(4) Villa per città è voce provenzale.
(2) Ancora adesso i nomi proprj Melchiorre e Baldassarre nel
dialetto milanese si esprimono : Marchion e fialdissàr.
(3) Ciascuno sen va nella propria regione, siccome ordinò l'an-
gelo loro apparso in visione.
(4) Egli è invero sorprendente lo strano zoticismo dell'Autore,
che introduce la messa cantata ai tempi della Vergine. Giova però
credere, ch'egli usasse tale espressione per èssere meglio inteso
da' suoi uditori, giacché non possiamo supporre in un cenobita
banditore della Bibbia e del Vangelo ignoranza di tal fatta.
(8) Belerà è voce sconosciuta , e forse resa tale da qualche er-
rore del copista ; il significato complesso peraltro dell' intero pe-
riodo è chiaro quanto basta. Basterebbe d' altronde permutare la
din per renderla intesa, giacché si avrebbe: o'el'era, cioè;
ope ella era.
t
I
Sancta Maria candeliere,
E si s'apella entro Io mesal
Sancta Maria eirial.
No fé pò longa dcmoranga
K'el fé sì ridia desmostranga (4)
A le no$e d' Architeclin
Là o' 1 fé de Faigua vin W.
Senga omiunca meneman^a (3)
El fé inlò W tal demonstranca.
Posa $e elio per vale e per montagnie W ,
Fin k'elPavé passao trenta anniH
Et ecco l'angelo lo messo spirituale,
Messo del Segnior , lo rex celestiale ,
Ven' a Josepo in vision, e i à dito ( 7) :-
Tó Maria, el fan Un, e fu$e in Egipto W;
Herodes quere lo fantin per degolare W;
(4 ) Che ne diede ampia prova.
(2) Colà; dove converti Vaqua in vino.
(3) Si noti la forza di questa espressione , intesa a constatare la
verità del racconto. Letteralmente significa : senza la mìnima sot-
trazione, e quindi corrisponde alla frase italiana : senza levarci
un ette.
(4) Inlò, che talvolta significa colà, come avverbio di luogo, in
questo verso pare piuttosto avverbio di tempo , e significa allora.
(») Poscia egli andò per valli e per montagne. Elio per egli è
pretto veneziano.
(6) Finch'ebbe compiuti trentanni. La desinenza in ào dei par-
ticipj di prima conjugazione è costante.
(7) / à dito, per gli disse.
(8) To' per prendi teco è voce vernàcola propria dei Vèneti; i
Lombardi pure dicono to. La radice da cui deriva sembra senza
dubio il verbo tògliere.
(9) Erode cerca l'Infante per farlo decapitare. Anche il verbo
Lì con eso loro no dibii demorare (*);
E stare in Egipto, e no ten despartire ,
De qui a quelo tempo ke t'el vero a dire < 8) .
Yoseph sen va tosto in Egipto,
Segondo quel ke l'angelo i à dito;
Yasen de nocte drito per la via
Con Io fantin e con sancta Maria.
Herodes vide ke l'è schernudo
Da li mai, ni ke tornòn a lui < 3) ,
El io plen d'ira e de iniquità.
Va in Bethleem in quela cita,
Fa degolar fantin per soa iniquità;
E fon cento quaranta e quatro milia.
In Io sancto paradiso la lor mason è scripta W,
D'avanzo Io creatore, in lo regno de vita;
E le lor madrane forte mente plurava W,
Velando li soi filiol ki Herodes degote va.
Or lasemo stare de questo ki è dicto,
E si andemo inaile segondo ke Tè scripto.
Venudo è Io tempo k' el sona la novella;
Morto si è Herodes, e meso solo terra.
L'angelo si sen va, et a Joseph à dito:
querere per cercare scomparve dalla lingua italiana, alla quale ri-
mase solo qualche derivato , come : quesito, questione, e simili.
(4) Torna vano avvertire, come dt'6/t per devi sia voce alte-
rata per incuria del copista.
(2) La forma propria del dialetto lombardo è manifesta nella
frase: de qui a quelo tempo ke, onde esprìmere: sino a che.
(3) Mai per Magi è pura dimenticanza del copista.
(4) Mason per abitazione; corrisponde al maison de' Francesi,
ed all' italiano magione.
(5) Madrane per madri è forse errore del copista, a meno che
non si consideri come derivato da matrone.
Tò Maria, el fantin, et exe de Egipto (*);
Ya in Israel, mort'è lo desliale,
Quelo ki mena^ava lo fantin degolare.
EI se leva suso (*) , e metese in la via ,
Ya in Isr'l con 1 fante e con Maria.
Ave ol$udo (3) Joseph e temeva de l'andare,
K/el filiol de Herodes regnava per so patre.
L'angelo de Deo in vision i apare;
In terra de Gallilea el devese andare;
El g'è una cita k'à nome Nazareth,
Li sta Maria, el fantin et Joseph;
UH demoran insema in sancta carità;
El fantin creseva in seno e in bontà;
Seno e saver e tuta cortexia,
E tuti bon eximpli de soa boca ensiva.
La (ente ki Podi va se dano mera velia
De $o ke dixe lo (ilio de sancto a Maria.
Po 9 se n'andoe per pian e per montagnie
Fin k' el Fave passao trenta anni.
Si sen ?e al fiume Jordane,
Quand'el bate^ó san (^oane;
Si gè mise < 4 ) Jhanc Baptisto ,
Et elo bate$ò Jesum Xriste.
(i) Esci dall'Egitto; la forma di questa frase imperativa è pretta
latina : et exi de jEgypto.
(2) El se leva suso è frase pretta veneziana.
(3l) La forma particolare del verbo oldire, come ho già avver-
tito , si trova conservata in tutte le voci derivate. Cosi in questo
luogo ave olgudo, per ebbe udito.
(4) In questo luogo il copista scordò la voce nome > senza la
quale manca il senso, dovendosi interpretare: gli impose nome
Giovanni Battista. 6
E quili ki enlora se batefàn,
Si avén nomi Cristian.
Quando el in trenta anni son cresue < 4 ),
El comencò le grande virlue.
Una grande mera velia el fé,
K' el resuscitò lo fiol del re,
K' entro l'aigua era fondao
Fin al ter 50 di el g'era stao.
Quand' el ke W li mandò a dire,
K' el se voleva convertire,
S' el gc rendeva lo so filiol
D* ond' el n' aveva grande dolo (*)_.
Jesu Xriste no se dementegò W,
K' el Sa noto Spirito si gè mandò;
À lui mandò Io Sancto Spirito,
Si '1 fé tornare da morte in vita
E si '1 trasse fora ale rive;
E tuta la (ente si lo vide.
Così lo rendè al patre soe W,
(1) È costante errore del pòpolo vèneto, quando pur tenta di
parlare italianamente, il far uso della voce sono nella terza per-
sona singolare del tempo presente, nel verbo èssere, dieendo : que-
sto sono bello, e slmili. Cosi troviamo ora in questo verso quando
el son cresue, ad esprimere : quando egli è cresciuto. È poi chiaro,
che il poeta ha cangiato cresuo in cresue, per servire alla rima
con virtue.
(2) Sebbene nel Còdice stia scritto ke, egli è però evidente, che
debba lèggersi re, ossia : quando il re gli mandò a dire.
(5) Ond'egli n'avea gran dolore.
(4) Dalla forma di questo verbo parrebbe doversi interpretare
non si dimenticò; ma conviene meglio al senso: non si smentì,
oppure, non ricusò.
(8) Rendè in luogo di rese, serbando sempre intatta la sillaba
radicale , giusta quanto ho osservato sin da principio.
-=© 85 3>-
Com el gè dixe e i comandò.
Molle sente a lui credevano
Per queste cose ke illi credevano;
Mo disemo lo re è batecao
Con tuti quili del so regnamo;
Jesu Cristo se n'alegra,
E da lì inan$e el predica
Facendo a luti grande sermon,
Segondo ke dixe la raxon.
Lo patre nostro Jesu Xriste
D'omiunca saver el è magistro,
El fé la sancta compagnia
Molto bella e ben complia.
Li apostoli mise in soi capituli
Com li sexanta e du disipuli.
Za no se fé longa demora (*),
Ke molta sente se convertir inlora
QuamTel passò per li deserti
E per li strigi e per li avete W;
E mandò soi predicatore
De fin in India la maiore.
Sancta Susana liale
Guarì de falso criminale;
(4) Tutla insieme la frase di questo verso significa: ben presto;
ossia non andò guari tempo.
(2) Colla sòlita negligenza il copista ha scritto avete in luogo di
averti, come richièggono il senso e la rima, onde si avrebbe : pei
deserti stretti e per gli aperti. Strigi per stretti ricorda la viziosa
permutazione lombarda delle ti in cc y dicendosi ancor oggi strecc
in luogo di stretti.
E san Jona xe de la barena < 4 );
Quando lo ?ita ( f ) entro V arena.
Lo re de gloria Jesu Cristo
D'omiunca saver el è magistro;
El descendè de cel e yen a nu
Facendo a nu le grande vertù W.
Li morti de terra su levò,
Visibel mente li suscitò;
Storti, $opi e anche sidrae (4)
De lor gè vene pietae.
Infirmi, cegi (5) e colai (ente
El gi W sanava incontinente;
El convertiva li peccatore
Trajeva fora deli errore.
El fé una cossa ke fé grande meravelia
(4) Sovente il Lombardo pèrmuta la / in r. Abbiamo altrove ap-
puntato gora per gola; cosi adesso troviamo barena per balena.
(2) Non è fàcile avvertire tutte le inesattezze e gli errori com-
messi dal copista; qui troviamo gitta in luogo di gettò , come nel
verso precedente xe in luogo di exi, ond' esprimere esci.
(5) La voce virtù in questo poemetto ba sempre significato di
prodigio, o miracolo.
(4) Sebbene di strana forma , la voce sidrae, già ripetuta altro-
ve, significa senza dubio sciancato, o checché di simile; forse an-
cora è corruzione di assiderato.
(5) Infermi, ciechi e colai gente.
(0) È proprietà distintiva dei dialetti vèneti il permutare il suono
delle // molli in Ig, pronunciando famil-gia, elrgi in luogo di fa-
miglia, egli. A provare quindi la prevalente influenza del dialetto
vèneto in Lombardia ai tempi del Bescapè , troviamo ancora trac-
cia di questa vèneta viziatura nella frase el gi sanava in luogo di
et gli sanava.
In li homini k' erano cinque milia ( f );
Sor un monte elo li fé assetare ( f >,
A grande largega li de mancare (3) .
De du pisci e de cinque pane orceai W
Tuti afati a li a saziai.
Dodex còfeni W fó V avanzamento
Segondo ki in lo evangelio se le$e inlò dentro (6) .
Inlora quela (ente si a coni e n 50 n
D'avanzo Jesu Xristo butàse in oraxòn;
Levar le man in alto, e preseno adorare;
De 90 k'el g'à donao contengano regratiare ( 7 ).
Or digemo W del Segnore veraxe
Como nosco el fé paxe (9) ;
K' el se degnò a nu venire
(4) Il nùmero mille è sempre espresso latinamente colla voce
milia.
(2) Ancora oggidì il pòpolo milanese dice : seta, setàss, per se-
deve, sedersi. Il vèneto dice : sentarse.
(5) In gran copia lor diede a mangiare.
(4) Con due pesci e cinque pani; non mi riuscì interpretare l'ag-
gettivo orgeaij che si riferisce alla qualità, o alla forma e gran-
dezza dei pani.
(5) Ne sopravanzàrono dodici canestri. Ancora adesso il Mila-
nese dice: dòdes còfen, ad esprìmere dódici canestri.
(0) Giusta quanto si legge entro il Vangelo. Segondo per se-
condo è forma lombarda.
(7) Se in luogo di contengano leggeremo comengòn a, corregge-
remo forse altro errore del copista , ed avremo : cominciarono a
ringraziarlo di quanto ha loro dato.
(8) Il Veneziano dice ancora disumo, per diciamo, favelliamo;
il Lombardo , disèm.
(9) Come si rappacificò con noi. La voce nosco in luogo di con
noi è dunque di vecchia data nella lingua volgare.
A magistrare et semonire ( f) r
Predicando onìiunca homo,
E facendo grande sernion
Ke nu devesem obedire
E la drita via pur tenire.
Quando questo a nu diseva
Lo so regno n'inprometeva (,) ;
Quelo regno glorioso
Sovra li altri pretioso,
K' el no gè va nesun si £opo,
Ke lì no corona e vaga tosto (,) ;
Ni si infermo, ni sidrao,
K' el no sia drito e resanao.
Nesun gè more, ni g'à grame^p;
Onìiunca homo è pieno de alegre$a.
El descendé de celo in terra
Per nu intro la grande guera;
Per sostenire sede e fame
Per lo peccao de Eva e d'Adame
E li disipuli drè veniando W
De terra in terra el andando;
(4) Ad ammaestrare ed ammonire.
(2) Inprométer per prométtere è forma propria dei dialetti
vèneti.
(3) Che ivi non corra e non cammini tosto. Più volte incontrasi
in questo poemetto il verbo coronare, per correre, ciò che è pur
meritévole d'osservazione , quando per altro non sia per negli-
genza del copista.
(4) Abbiamo altrove avvertito andar drè per seguire; qui tro-
viamo venir drè collo stesso significato; e troviamo pure ripetuta
la desinenza andò invece di endo, sebbene venire appartenga alla
quarta conjugazione.
-e© 87 3*-
Promettendo a nu la vita
Se nu $essemo (*) per la drita ;
Digando a nu li bon exempli
Li eser eli convenenle < 2)
A quili ke volen in cel montare
Per avere vita eternale.
D' un grande miracolo ve volio dire
Ke fé Xriste , sen$a mentire ;
Quelo nostro grande Segniore
Und'avé li £udei grande dolore,
Sacerdoti e Farisei,
Li principi deli Qudei
Invidiosi e grami e forte;
K' el suscitò Labaro da morte,
Lo qual era in lo monumento
K' el marciva $a là dentro;
Quatro dì el stete in morte,
Si k' el pudiva molte forte.
Jesu Criste si lagrenioe,
Ad alta voxe La caro clamoe.
Quand'el clamao, Labaro vene fora,
Incontinenti (3) ci in sì fora;
Labaro fó in pei levao,
Da morte a vita suscitao;
E Io Segnor lì in presente
(!) Ecco. un nuovo derivato del verbo tre o gire nella voce
cesserno, per gissimo, o andassimo.
(2) Esser èglino necessarj. La voce eli per èglino è propria dei
dialetti vèneti.
(3) E manifesta la derivazione di questa voce dalla latina incon-
tinenter.
-<3 88 3>-
Comandò ali soi dcscentri ( f ),
K' eli lo deveseno desìi gare,
E laxarlo via andare.
Ora vu avi intesso un bel sermon,
E molto ben trato per raxon.
Clamemo marce al creatore,
Ki è nostro patre segniore,
Ke el ne dia intendimento,
Segondo lo so bon piacimento,
Ke nu possemo dir e fare
Zo k' el ne volese comandare ;
Ke nu possemo portar in paxe
Questo mundo reo e malvaxe,
A 90 ke nu possemo andare
Et in alta gloria demorare.
Ora komiomo W intenga e stia pur in paxe,
Se d'un bello dito audire ancora ve plaxe;
Et eo si prego tuta gente
La qua 9 è qui comunamente
Ke me debia intende et ascoltare
De 90 ked eo volio cumtare.
Et el ve dixe meser san Poro:
Inló 0' è 7 tò core, Wò è 7 tò texoro ( 3 );
(4) In luogo di discépoli, (Imputi, l'autore fece qui uso della
voce discenti, per ragione della rima con presente; ma il copista
vi ba interposta un r, che guasta e la rima e la parola.
(2) Altrove abbiamo sempre rinvenuto omiunca homo; qui il
copista ha messo fuori di posto Vh ed obliata la finale unca. Ciò
nulla di meno è chiaro il significato : Ora ognuno presti atten-
zione e stia cheto.
(3) Colà ov'è il tuo cuore, ivi è il tuo tesoro. È interessante la
distinzione ivi fatta tra i due avverhj inlò, ed t7fò.
Queslo (ligio saprai, Segnore,
Ki T intende, el è da honore
E de gloria e de bontà,
E de omiunca utilità,
De gr anelerà e de cortexia,
E de verità sen?a buxia.
Sapiai, Segnor, questo sermon.
Non è miga de bufon (*)•
An$e M en sermon de grande pagura ,
D'onde eo si n'ò molto grande rancura W.
Petro de Barsegapè san$a tenor W
Questo si fó lo ditaor W
Ke dito questo di tao,
E dal so core si Pà pensao;
Mo el è pluxor W ditaori
Ki àn dito de beli sermoni;
Ank' eo ven dirò, se a Deo plaxe,
A quel homo Segnore veraxe
Ki m'an dato cognoscan^a,
Et in lu tenio grande fidanza.
(1) Questo modo di dire è invero troppo basso e disdicèvole ad
un sacro oratore , ciò che può solo escusare la rozzezza dei tempi.
Siccome egli si accinge a narrare la Passione di G. C, cosi pre-
dispone con questa introduzione il lettore , assicurandolo, che non
è racconto inventato.
(2) Anzi un racconto sì spaventoso.
(3) Rancura per rancore; forse per formare la rima con pagura.
(4) San^a tenor, cioè francamente, veracemente.
itt) Ditaor, vale a dire: quello che lo lia dettato, come chiara-
mente esprime nel verso seguente.
(0) Pluxor, cioè parecchi, dal provenzale e dal francese più-
sieurs, o meglio dal latino plures.
Ora ve volio comengare e dire,
E per raxon molto ben fen ire,
Alo eo prego tuta gente
Sed eo fallase àvu presente <*>
Ke vu me debiè perdonare,
E no reprehende lo meo ditare.
Et eo ve dirò dra W passion
Ki sostene lo nostro Segnore,
E cum el resuscitò,
E cum l'inferno el spoliò,
E cum el ne trasse li soi amivi
Si cum la scriplura dixe.
Una grande maravelia denange v' è dita (*),
La qual de sovra si è scripta .
In sto libro molto bon,
Lo qual si à pluxor sermon;
K' al fó trato da morte a vita
San Labaro de Ebitania;
Così farà de l'altra gente
Quando el sera lo so placimente ;
Poi receve palma e oliva.
Matega fan quilli ki la schiva ( 4 H
(4) S'io fallassi, rammentatevi. Sed per se porta saffissa la d,
ond' evitare V elisione con eo; aver presente per ricordarsi avver-
tire, è modo di dire ancor proprio di parecchi dialetti.
(2) A meno che non voglia attribuirsi ad errore del copista, ciò
che è molto probàbile, reca sorpresa il trovare in questo luogo
l'articolo dra per della, che è proprio dei dialetti liguri e di al-
cuni pedemontani, sebbene non ha guari fosse ancora in uso
presso i dialetti dell'alta Lombardia, verbanese e ticinese.
(3) Denange v'è dita], vale a dire: vi fu già raccontata, oppure
vi ho già teste raccontato.
(4) Stolti quelli die fa ricusano !
La £obia fé con li soi frai (*),
Con lor mangiò in carila;
Pò gc lavò le man e li pèc.
Jesu Xriste filiol de Deo
Cum el fó vencjuo < 2 ) in quela nocte
Dal traitò Juda Scariote,
Per trenta dinar, ke più non prese,
Per me$o la gola sen apesse (*).
D' onde queste cose a vii dona W
Za ve cu n tarò molt tosto per man < 5 >.
Se vu intendi pur ancora (6)
Eo no ve farò tropo demora.
Quando Labaro suscitò in Betania,
Li Qudè pensòn grande folìa,
E si fon grami et molte tristi
De questo miracolo ki fé Criste;
E se voren W pur pensare
(1) Passò il giovedì co 9 suoi fratelli (discepoli). La voce cobia
per giovedì è ancora propria di alcuni dialetti vèneti, specialmente
del veronese. 11 Veneziano pronuncia zióba ; V antico milanese ,
come consta dai documenti, pronunciava giòbbia, e ancora adesso
in molli luoghi del contado è viva la voce giòbia.
(2) Nella parola venato per venduto si rinnova la permutazione
della d in f già più volte avvertita, e la desinenza dei participj vèneti.
(5) Spesse per appese, vale a dire : s'appicò per la gola.
(*) Dobbiamo crédere, che il copista ommettesse in questo luogo
alcune lèttere, o ne scambiasse altre, poiché la voce dona, che
non consuona colla rima , non si connette colle altre nel periodo.
Forse dèvesi lèggere domàn, cioè: dimani.
(5) Per man, vale a dire: per ordine, a mano a mano.
(0) Il verbo intèndete è sempre usato dall'autore, nel senso di
prestare attenzione.
(7) Voren per vogliono è pura forma del dialetto milanese, che
tuli' ora pronuncia : voren.
Cum lo possono a morie trare;
A Iraimento et a grande torto
Pur votano far si k'el sia morto.
E di e nocte vati pensando ,
El trai mento si van cercando ,
Cum ili! posseno olgiref 1 ),
Ke illi no voleno k'el debia vivere.
Un de 'I s'axemblaW li Pharisei
E li principi deli Qudei;
Si sen van a Jesu Xriste,
Si lo clamón per magistro;
Jn mal dire et in mal fare
Hit set credevano inganare
Con falsità e con In ivi a.
De lu pensavano felonio
Ouela sente invidiosa f
Bruta e falsa et inodiosa;
No calavano t3) de pensare
Como illi lo possano accusare
D'avaneo lo pòvolo e del segnore
Ke de loro era imperatore.
No li cessavano del mutilili
Per farlo prender et ol^ìre.
In parole Tavraven reprencuo < tJ ,
(1) Anche il verbo oteire per uccìdere serba la forma costante,
che abbiamo avvertito in oldire per udire.
(f ) Axemblarse, per unirsi, convenire, è voce molto affine al-
l'occitànica ed alla francese s'assembier, se ra$$emb{&\
(5) Non cessàvaìio di pensare. Ancor oggi nel dialetto milanese
cald t fra gli altri, ha il significato di venir meno, diminuire.
(fl) Lo avrebbero ripreso nei detti, se pur io avessero potuto.
La forma deHa parola aprateli* del pari che quella dei participi i
è pretta veneziana.
~cg 95 $>-
Se illi avesseno pur posuo.
EI nostro Segnore Jesu Xriste,
Lo qual era bon magistro,
Sape ben lo lor affare
Li lor penseri e li lor andare '*>;
Vide la lor iniquitae,
Mo el era plen de humilitae.
Humel mente gè respose,
Parlando cum plana voxe
El i asponeva la scriptum ( f ) ,
Parlando con grande mensura < 3) .
El cometa a semonire,
llli no volevan pur audire;
E li £udè mìseno man ale prede (A) ,
E si gè tra se va no drè W.
El fu$ì delo tempio e si s'ascose
Ke illi Favràvan morto a voxe.
Ora sen va de terra in terra,
E li £udè li fan la guerra;
Ora sen van li £udei
E li falsi Pharisei
Consiliando molle forte.
Com el Signore omnipoenle
A si clamò li soi descentre,
In li que è la fidanza ( 6 ),
Si li faxe la predicane,
(4) / lor pensieri e la loro condotta.
(2) Egli esponeva loro la Scrittura.
(5) Mensura 9 per precisione, moderazione.
(*) Àncora adesso il Lombardo pronuncia prede per pietre, sassi.
(5) Trar drè per gettar contro è maniera lombarda.
(6) Nei quali è pura la fede.
El gc dixe: ora m'ascoltae;
In Jerusalem mego tornae (1) .
Hcu ve digo in verità
Ke (irò inloga passiona W.
Lì lo filiol del Creatore
Com el Segniore pò esser morto (3)
Sera trahido ali peccatore;
UH me ligaran alo palo
Come fosse pur uh latro ; < |
No gi lagaràn de roba indoso (i) ! ^
Dati Qudè da ki al meritofo < 5 >
1 Ili spudano suso lo volto,
E diran k' el sia stolto;
Si li daran suso Io galon
E de vergelle e de baston ( °);
Tal gè darà suso la niaxella,
Ke sangue g' andarà de qui in terra.
Po' Io meteran in croxe,
(i) Meco tornate. Pare che le vocali ae nelle parole ascoltae,
tornae dèbbansi lèggere come il dittongo latino ae, nel qual caso
avrebbero l'odierna pronuncia : ascoltò, tome.
(2) Che colà subirò i miei patimenti. Sono per lo più derivate
dalla radice fieri le voci del verbo essere; perciò troviamo firò
per sarò.
(3) Questo verso deve eliminarsi, come intruso per distrazione
del copista. Il senso e le rimelo esclùdono interamente, dovendosi
lèggere: Ivi il figlio del Creatore sarà tradito dai peccatori.
(ft) Non gli lasceranno veste indosso. La parola Ioga per lasciare
è ancora viva nel contado milanese.
(8) Lo strano accozzamento delle parole di questo versa rende
assai malagévole indovinarne il significato.
(6) E di vergile e di bastoni. Vergella per vérga è voce an-
cora viva nel contado milanese.
-co 95 *>-
Si l'ulciran tuti a xoxe (*>;
Al terso dì sera levao,
Da morte suscitao.
Quando el i ave ben predicai,
E molto ben amagistrai,
Vasen drito per la via
Com li disipuli in conpagnia.
Quando el fó a Bel fa gi e
Al monte de ollive,
Si clamò du deli irai,
Et a lor dise: or ve n'andai,
E si andai intrambi du
In quel castello ki è con tra nu.
Li aloga W trovarì
Una asena con Tascnìn;
1 11 i én ligai, e vu li dcsligai <*>,
Et a mi si li mene.
Se vu trovò in Io castello
Ki ve faca alcun revello <*),
(1) Nell'ultimo verso del capo precedente sia scritto : Vavravan
morto a voxe, ossia l'avrebbero iteci so colle grida. Pare quindi che
qui pure debba lèggersi a rose, amiche a xoxe /parola d' ignoto
significato.
(3) Ecco una diversa forma del ripetuto avverbio di luogo intona,
inlòy illoga e slmili, derivato sempre dalle forme Ialine tu loco,
eo loco, ilio loco.
(5) Essi sono legati, e voi slegateli* e conduceteli a me. Abbiamo
qui una prova del modo col quale dèvesi pronunciare deslitjai
(che forse dovèasi scrìvere destigae), dalla voce mette colla quale
dev'èssere rimato. E ciò ci somministra novella prova della neglt-
genia costante del copista, clic scrisse la medesima voce in tante
forme diverse, cioè: andai, andae 3 andè.
(*) Revello per rilievo, opposizione* Si vede chiaro T che fu in-
vertito l'ordine delle sillabe -, per conseguire la rima.
Diri, k' el non abia sogniate,
Ke alo Segnor fano besognia.
UH se nìetèn in la via
Intranibi du in compagnia,
Et al castello illi andòn
E T asena si desligòn W;
Illi la desligòn li adeso ,
Eia, Pasenìn con esa apreso;
UH la nienòn com esso loro,
Si dan alo Segnore ;
Suso gè mente <*) le vestimente;
Sover r asena vera* mente
Lo Segnor ge'fén montare,
Per più sua ve cavalcare W.
Elo se mete in la via ,
E la grande $ente lo seguiva.
In Jerusalem va lo Segnore,
Et asai gè fan lo grande honore.
Partìa g'è de quela $ente
Ke solevcno le vestimenti 5 )
E rame de palma ,
Si le metevano suso la strada ;
La strada van tuti adeguando <*)
(4) Sognia per cura, pensiero, dalla voce francese soin.
(2) E slegarono l'asina. È sempre costante la forma regolare
per la formazione delle terze persone plurali.
(3) Per negligenza sta scritto mente in luogo di metal, ossia
méttono.
(4) Onde più agiatamente cavalcasse.
(5) Che si levano le vestimento. Per errore il copista scrisse
soleveno, anziché se levano.
(0; È molto propria ed espressiva la frase adeguare la via, per
tògliere gli inciampi, e rènderla piana e netta.
La o' era le prede e lo fango ;
Ke Ea aseoa non liabia male ,
E ke la vaga più soave.
Omiu nea homo va cantando,
El Deo del cel si van laudando;
Osaual Jesu Xrisle,
Fané salvi bon inagistro i!) ;
Bcnedjgio sia lo Creatore
Kt n* n dato si bon Segnore !
Tuli < [ii ili dela cita
Grandi e piceni, e tal e quali
Incontra veneuu al so Segnore;
Si gè fan lo grande ho no re.
Si com'in la Seri p tura se trova scripto,
liti gè fén quel honor kt vò dito.
In Jerusalcm si sen andóe
Et in lo tempio si entroe.
Trovò lì merenda ndìa t*';
Tuie le merce vola viri .
Et desbregò tu Lo lo tempio { *K
DJsc a quili k' erano là dentro:
Casa mia, et oi, casa de oratiou,
Fata v* an speronca da latron i*U
(i) Fané saki per fa noi salvi, o facci xtttvi, è maniera propria
cosi dei dialetti vèneti , come dei lombardi.
(3) hi trovò mercato. Si vede elio da dal sècolo XII! èrano in uso
ambe le \oci merce e mercalanzm , poiché nel verso seguente
soggiunge : tutte le merci getta via; ina con significato diverso.
(5) De&bregàr* o desbrigàr per sbarazzare, tògliere tutte le cose
inutili e moleste, è voce ancora usala nei dialetti vèneti , ove ha
ancora il significalo di sbrigare, per far presto, spicciare.
(4) Fatta v 1 fottuto spelonca di ladroni. La permutazione della/
7
-<=© 98 3>-
E po' va via per la terra,
Kc nesiin homo no l'apoda ;
No gc fó ki l'albregase ( !) ,
Ni ki de beve li n' in classe;
Ma ese de la cita a man a man.
Quidexe milligia ben luitan {i \
A casa dcla Madclcna,
E li ave ridia cena.
Maria fó alegra forte,
K' el suscitò lo fradelo da morte.
Si lo receve alegramente,
E po' li dona de languente (3)
Prctioso e plen d'odore,
E sì ne un^c lo Segnore.
Li alo cn albregai (M
Lo Segnore con li soi frai.
Ma si g'è un falso frado < 5)
Ki Juda trailo fi clamao; \
in r nella voce spelonca si ripete ancor oggi nel dialetto mila-
nese , come in parecchie altre voci da noi avvertite.
(4) Anche l'inversione del posto della r in albregase, per alber-
gasse, òdesi tuttogiorno dal pòpolo milanese.
(3) Quìndici miglia ben lontano. Ho già avvertito di sopra come il
Vèneto in generale inverta il suono delle II molli . che in italiano
si rappresenta con gli, in Igi. Questa influenza della pronuncia
vèneta è qui manifesta nella parola millgia, nella quale il copista
ha di più inserito una t. Vedi la Nota (6), a pag. 84.
(3) Inguento dice tutt'ora il pòpolo milanese per unguento.
(4) hi sono albergati. La voce én per sono e albrrgai per al-
bergai sono proprie del dialetto milanese.
(5) Poiché nel plurale è sempre scritto frai per fratelli o discé-
poli , non v'ha dubio, che in singolare dovrebb' èssere frao, tanto
più che meglio consuonerebbe con clamao, ossia chiamato.
Del Segnore era senescalco,
E cancvé si era questo trailo {ì \
Si cometica a husinare W
E de grande ramporgnie a tra re,
De 90 ke sta Maria fé va (3) ,
UiuTal Segnore eia onjeva W;
E si deseva entro li frai :
Za W vegnì, si m'ascoltai :
Per que se perde questo unguento
Ke ben vale dinari d'argento?
Ben se porave esser vencù W ?
E de bon dinar aver ablù ( 7 ) ,
Et aver fato carità
A quili qui àn necessità.
Ora respondea lo Segnore,
E dixc a Juda Io traitore:
Perque vatu W ramporgniando,
(1) Ed era cantiniere questo traditore. La voce canevé è ancora
viva nel dialetto milanese. A qual fonte poi il nostro autore attin-
gesse la notizia di questa professione di Giuda, non ci è dato co-
nóscere.
(2) Egli comincia a buccinare, vale a dire a mot^morare , ed a
calunniare.
(5) Fesa per faceva è ancora usata da alcuni dialetti lombardi.
(k) Poich'essa ungeva il Signore.
(5) Za, per qua è voce vernàcola generale.
(6) Ben potrebbe èssere venduto. Ecco un nuovo esempio della
forma vèneta in porave, e della permutazione della d in ? nella
voce vengu.
(7) Qui dovrebbe èssere scritto abiti, voce ancor viva nel con-
tado milanese per avuto.
(8) Perchè vai tu rampognando? La voce vate* ha forma occità-
-<3 100 S>-
E Maria molestando?
Era fato bon lavore,
Ke Fa ungio W Io Segnore;
De li poveri avrì asai con vu;
Mo eo no scrò sempre con vu.
Dixe li frai alo Segnore,
Parlando con grande amore:
Dì, Segnore, là o' el te pla$a
0' nu devemo far la pascila ?
Et el dixe: or ve n'andai
In Jerusalem quela cita,
Vu vederi un homo andare
Con un vasello d'aqua portare ,
Et portarà un vasello de aqua;
Dige, kc farò sego la pasca;
Com eso lu ve n'andarì,
Et a casa soa de mora ri.
Li aloga apresti* <*)
De quel ki besognia de fa;
Tute cose a complimento,
Ke no gè sia mancamento.
Questo volio ke vu sa pia,
Ke meo tempo si e aprovimà.
Du dili frai vano via
Entrambi du in coupaguia.
No calòn, si fon andai (3)
nica e vèneta ad un tempo , mentre, così il Provenzale, come il
Veneziano dicono ancora : vas-tu.
(4) Ungio per unto., colla permutazione della t in g propria del
dialetto milanese.
(2) hi apprestate.
(5) No calòn per no» cessarono, non desistettero. Abbiamo al-
-^ 401 3^
Drita mente ala cita ;
Lo bon homo avèn vecu;
Si sen £èn tirilo a lu;
Lì in presente si li àn dito
Zò ki li manda lo magistro ;
Ked liei sego voi albregare < 4) ,
E la festa de pasca li voi fare.
Et i Ili receve alegra mente,
A casa li mena incontinente.
Li aprestan lo mangiare,
E quel ki g' è mestér <*> de fare.
Lo Segnor con li soi frai
In questa casa én albregai.
In l'ora de vespro el g' intrò
Tuti afati si là salutò;
Dixe: frai mei, mandegemo < 3 >,
Entremo a desco e si ccnemo.
Quando illi fon tuti asetai W,
E' si a dito ali soi frai :
Un grande tempo ò desidrao W,
(E, leva la man, si k segnao),
De mangiar con tuli vu
In questa pasca k'è vegnu;
trove appuntato il verbo calare col significato d'importare , come
derivato dalla radice latina calere. In questo luogo, ha il significato
suo proprio di venir meno.
(1) Ch'egli vuole albergar seco.
(2) E quanto vi è mestieri di fare. Si vede che la frase italiana
esser mestieri, far di mestieri è molto antica.
(3) Mandegemo, per manduchiamo, mangiamo.
(4) Asetai per sedati è voce lombarda,
(tf) Già da gran tempo ho desiderato.
-<$ 102 &-
Or mangicmo in carità,
A qò ke sia passiona.
Or mandugà lo Segnorc
In carità con eso loro,
E pò da desco se levòe;
Li soi frai a si clamòe,
E si gè dise : oi , frai mei ,
Eo ve voi io lavar li pei.
E si respose un deli frai,
Ke san Pietro si clama,
E dixe: Meser, ke votu fare <*)?
Perquè votu li nostri pei lavare?
Dixe lo bon Segnor veraxe:
Fra Petro W, sta in paxe;
Quando t'avrò lavai li pei,
Ben tei dirò perqu'el fa$' eo < 3) .
Alo Segnore Petro respose,
E si li dise a piena voxe:
Li mei pei no lavare,
Ni im perpetua no li sugare (4) .
Dise lo Segnore ali frai soi :
Si li toi pei no lavarò,
Non avere mego a partire,
Ni a fare, ni anche a dire.
(1) Messer per Signore, efie ptiot tu fare?
(2) È strano il predicato fra', col quale i mònaci più tardi si
denominavano tra loro.
(3) Ben ti dirò perch' io lo faccia.
(4) / miei piedi non laverai, né giammai li asciugherai.
Ancor oggi il Milanese ed il Vèneto usano la terminazione è
nella seconda persona singolare del futuro., e la voce siigà, o
sugar per asciugare.
-<$ 403 3>-
Dixe Petro: Meser, e' son tò,
Lavarne li pei, e le man e io co i*);
Fa, Meser, quel ke te plaxe,
Ke tu è me Segnor veraxc.
Quando ili i avéno tuli li pei lavai,
E tuli a desco ili' in tornai,
Si li comen^a a magistrare,
E si gc dise in so parlare :
Questo cxcmplo e' v' ò dao W
Deli pei ke v'ò lavao.
Si corno e' li ò lavadi a vu
Ke li debiai lavar inter vu;
E questo ve volio comandare,
Ke ve debiai inter vu amare.
Or se lamenta lo Segnore,
E dixe ali frai lo so dolore;
Si li dixe con grande suspiro :
Un de vu me de' traire !
Li frai ne fon molto dolorosi ,
E molto grami e penserosi ,
Mormorando entre loro:
Qual e quel ki è traitore?
Juda trailo era a desco,
E crida forte: soni' e' deso (3) ?
Lo Segnor si gè respose
Humel mente, in plana voxe:
Tu è dito : sonfe* deso?
Noi palese ni anche per questo * 4) .
(4) Co per capo è voce propria del dialetto milanese.
(i) Quest'esempio io v' ho dato.
(3) Son io desso? Vedi la nota (3), a pag. 66.
(*) Non lo paleso neppur per questo. La forma ni anche è prò-
(.1).
-=$ 40* 35-
El g'à lì un de li fraL
Ke san (^oliane fi clamao;
In 'scoso (*) del Segnore dormiva;
Grande fidanza in lu aveva ,
Ke aveva grande dolore
D'eser traido lo so Segnore;
Si le comencò a dire:
Ki te de', Meser, traire?
El gè respose humel mente:
Quel farà la traixon (2)
Ki mangiare questo hocon.
E lo Segnor dixc a Juda :
Toi, to' sto bocon e si'l manduga
Quel ke tu à pensao de fare,
Tralo tosto a desbregare ( 4) .
La boca avrì lo tra ito Juda,
Tol el bocón e si 'I manduga.
Quando l'ave mandugao,
Sathanas gè fó intrao;
Da desco se levò , e si ce via <*\
priamente vernàcola, perocché i Vèneti dicono gnatica, i Lombardi
gnan.
(i) In grembo del Signore et dormiva. Ecco una voce pretta
milanese., che dice in scoss per esprìmere in grembo; e quindi
chiama scossa il grembiule.
(2) È ben ovvia la consonanza di questa voce con trahison fran-
cese, che significa del pari tradimento.
(3) Prendi questo boccone, e mangialo. Le voci toi, to', da tò-
gliere, sono lombarde.
(4) In questo luogo desbregare è adoperato nel senso proprio di
spicciare. Spicciati presto.
(5) Si alzò dal desco, e se n'andò.
_
-<$ 40» &*-
E lasa star la compagnia.
Lo Scgnor dive ali frai :
Sia guarnidi et a prestadi (i) ,
E ben acorti et ave^udi W,
Ke questa nocte siri asaliudi.
Scandalicai vii sari
Quando preso me vederi.
Dixe Petro un dili frai:
£a no serò scandalismo.
E gè dixe lo Segnore:
Tu avrè lo grande tremore.
Quando tu vedere li £udc
E Scrivanti (3 > e Pharisei;
Et ancora questo te volio aregordare (i) ;
Ke trea via W me di renegare ;
Inanzc k'el gallo habia canino
Trea via m'avrò renegao.
Dixe Petro molto forte:
E' troverò inance la morte < C) .
(1) Siate agguerriti e pronti.
(2) Bene attenti ed avveduti, poiché in questa notte sarete assaliti.
(5) E Scribi e Farisei.
(*) Aregordare per ricordare è ancora proprio del pòpolo mi-
lanese.
(8) Trea via per tre volte, tre fiate. La \occ via per fiata è an-
cora usata in aritmètica, dicendosi : dii via dii fa quàtter, ossia :
due fiate due fanno quattro.
(6) Io subirò prima la morte. L'influenza della lingua proven-
zale nelle forme di quella del Rescapè rèndesi sovente manifesta
nelle flessioni dei verbi. Abbiamo visto più volte (ti e onde espri-
mere (ti sei; ora troviamo qui eo troverò , ad esprìmere il futuro
troverò, che nelle lingue occitànica e francese è appunto trou-
verai.
-^ 406 e>-
Li altri dìseno come fé Petro :
Morì voliemo se l'è mesterò (*>,
E ^ascaun de nu si sera gramo
De questo ke nu te vederamo;
Et linea da ti no samo pari re W
Per laxarse luti oleire.
Or lasemo questo stare,
Ke innante eo volio andare.
Lo Segnor im pei levò,
E li soi frai a si clamò;
Con eso loro el (é via
Drita mente ad una villa.
Quando illi fon lì arivai,
UH erano stangi (3) et afadigai;
Li frai se dano alo possare i 4) ,
E Io Segnor ?e adorare.
Si se butò in oriente < 5) ,
Le man levò incontinente,
E si dise: oi, patre meo,
Ti ki è Segnore del cel,
Se questa morte a ti si plaxe ,
Ben la volio portare in paxe; \
(4) Ecco un nuovo esempio della frase esser mestieri, per far
d'uopo, abbisognare.
(2) Qui in luogo di samo parire è chiaro che deve lèggersi
s'avemo a partire, giacché il significato di questo verso è il se-
guente : Ne mai ci divideremo da te, e poi continua : per lasciarci
uccider tutti.
(5) Anche qui la g ha suono duro come in gè, e quindi suona
evidente : stanchi e affaticati.
(4) Possare per riposare è voce vernàcola lombarda.
(K) Si rivolse verso V oriente.
-<e 107 &*-
Da k'eo cognosco lo tò talento O,
Ben volio soffrire questo tormento,
Per salvare la huinana eente
La qual se perdeva mala mente.
, Per questo passio W ke debio portare,
Ben volio ke tugi (3) se deban salvare;
Et, oi, dolcissimo patre meo,
A ti recomando lo spirito meo.
Quando el ave asè oradho < 4) ,
À li soi frai se n'è lornao.
{ loro si dixe cum carità :
No dormì, ma sì vegià < 5) ;
Stalli luti in oralione,
Ke non intrè in temptatione.
(4) Dappoiché io conosco il tuo volere. Sebbene il verbo cogno-
sco sia pretto latino, pure debbo avvertire, clic tutti i dialetti
lombardi e vèneti serbarono il suono gn, a differenza della lingua
italiana. E pure da notarsi la voce talento per volere, volontà.
(2) Passio è la voce latina generalmente sancita ad esprìmere
la Passione di G. C. E però singolare , come un nome femminile
e in latino e in italiano, sia fatto maschile, così dall'autore, che dice
chiaramente questo passio, come dal pòpolo ne* vari suoi dialettiche
ancora denòmina el Passio, il racconto della Passione di G. C. tra-
mandatoci dagli Evangelisti. Ciò deriva probabilmente dalla desi-
nenza in o distintiva dei nomi maschili.
(5) Ho avvertito altre volte, come il Milanese permuti sovente le
tt in e schiacciato, màssime nel plurale dei nomi, dicendo: el tèe,
i tei, ossia il tetto, i tetti,- così : tìitt per tutto, e tiic per tutti. La
voce tugi per tutti, ci attesta che allo stesso modo pronunciàvasi
anche nel sècolo XIII.
(*) Quando egli ebbe alquanto pregato. La voce asse, per abba-
stanza, assai, è del pari vèneta e lombarda.
(B) Non dormite, ma vegliate.
-<« *08^
Trea via fé ad orare < !)
Al so patre spirituale;
Pagura si à deio morire, i \
Mo in paxe el voliò (i) soffrire ,
Da k'el plaxe alo so patre
In piena pax lo voliò portare.
Et el se retorna ali soi frai;
Si li trova adormi nthai;
Or gc dixe lo Segnore,
E si gè dixe con grande amore:
Or dormi e si posse
K'el meo tempo è aprosimao.
Juda traitór desliale ,
Apensando lo grande male (3)
Et a pensando lo grande dolore
De traire lo Segnore,
No cala dì e nocte pensare W ,
Gum el ne possa liaver denaro;
El se n'andò ali £udei,
Per vender Io GlioI de Deo.
Comcnca dire inter loro:
* i i
Or m'ascoltai, belli segnor, ■
Un grande tempo avi querudo, j ,
(1) Tre volte andò à pregare.
(2) Folio per volle, ci è nuova prova dello sforzo col quale ai
tempi del Bescapè si evitavano tutte le irregolarità dei verbi, màs-
sime nella formazione dei tempi passati e dei participi Possiamo
asserire, che le règole gramaticali a ciò destinate èrano senza ec-
cezione.
(3) L'uomo zòtico del volgo suole ancora preméttere l'eufònica
a al verbo pensare.
(4) Non cessa di pensare dì e notte.
\
\
-<S 109 S>-
Domandò et an voliudo (*)'
Quel ke se dixe re deli £udei ,
E dixe ke l'è filiol de Deo;
Se vu'I vorì, e' vel darò < 2) ,
Entro le man. vel meterò;
Questo volio ke vu sapiai,
Ke volio esser ben pagao.
Li £udei fon adun (3)
Conseliando pur inter lur
De quel ki k dito lo trailo,
KM voi vender lo Segnor.
In lor conselio àn ordenao
Ke Juda fica 1 4 ) ben pagao.
Trenta dinar d'ariento,
Questo sera lo pagamento;
Si li fan venir lì in presente.
Si Pan pagao incontinente.
Quando Juda fó ben pagao,
E li dané ave governao < 5) ,
(4) Lungamente avete cercato, dimandato ed anche voluto. È chia-
ro, che il copista ha per errore scritto domando, in luogo di do-
manda; o domandao. La voce an per anche è ancora usata tra i
Lombardi.
(2) Se voi lo volete, io vel darò. La permutazione della / in r
nella voce vorì è propria del dialetto milanese , del pari che la
flessione finale.
(3) In questo componimento è ripetuta più volte la frase essere
ad un per unirsi, adunarsi.
(4) Fissa per fosse òdesi ancora in molli luoghi del contado mi-
lanese.
(B) Ecco un nuovo esempio del verbo governar per riporre,
custodire. Vèggasi la Nota (2) a pag. 73.
-<e ho e>-
Dixe: Segnor, ora m'intendi:
L'omo è ve^ao e scaltrio (1) ,
Ke l'omo sa de pluxor arte,
Ke lo cognosco ben in parie.
Per 90 volio ke vu sapiai,
Ke vu sia pur petite asai,
E de le arme ben guarnidi,
E luti afati me seguidi.
Àndarò inan$c, e vu apreso;
Quel ke baxarò, el sera deso;
Vu lo pitia e si 'I tegnarì;
Farine po' quel ke vu vorì.
Et illi cridan: sia, sia,
No v'aslalè, i») sì, andemo via,
Juda se mele in la via
Com li (^udei in conpagnia.
Tal porta spada , e tal fol$on (3) ,
E tal cortelo da galon W;
Illi gè van con grande lumere (5) .
(1) L'uomo è avveduto e scaltrito. Pare che in luogo di vegao
debba lèggersi aveguo, come altrove si è visto.
(2) Non sostate (non indugiate), partiamo. Il verbo astalarsi
per sostare, sospèndere, e affatto sconosciuto così ai dialetti, come
alla lingua italiana.
(5) Folción per grande falce, o coltello pota torio, è voce an-
cora viva in tutto l'agro milanese.
(4) Cortelo da galón significa quel coltellaccio , che un tempo
solea l'uomo del pòpolo portare al fianco pendente dalla cìntola.
Ancor oggi il Vèneto ed il Lombardo pronunciano cortelo o cortèi
in luogo di coltello, colla sòlita permutazione della / in r.
(5) Lùmera o lumiera per làmpada è ancora in uso presso il
pòpolo milanese.
-<© ni e^
E con lanterne et cervelere v\
Or va via lo Iraitore
Dritamenle alo Segnore,
E si dixe a Jesu Xriste:
De' te salve, oi, magistre !
In quelo logo lì presente
Si Fa baxao incontinente;
E Jesu Xriste dixe a lue:
A mi perquè è vegnue Wt
Li Qudei si lo pillan,
Si gè ligòn de drè le man.
Or lo comenròn a blastemare,
E de grande guan^ade a dare ;
L' un lo tira, e l' altro lo fere (3, 7
E l'altro gè va criando circo.
Li altri frai fucino via (4) ?
Lasòn stare la conpagnìa
De pagura ke ili i àn abiudo
Quando ilio se videno assaliudo.
Un gè ne fó ki se defese
Quando lì l'avevano preso;
Zo fó Petro Tun deli frai
Ki a lo cortelo ben amolao (5) ;
(1) La voce ccrvelere che assai probabilmente significa cèrei, o
fiàccole, se non è una nuova alterazione del copista, è voce inte-
ramente perduta.
(i) Perchè sei tu venuto a me ? Ecco un nuovo esempio del
verbo è per sei, dal latino e dal francese tu es.
(5) Fere per ferisce, com'è tult'ora in uso nella poesìa italiana.
(*) Fufìno per fuggirono, in luogo di fuchi. Questa volta il co-
pista, fuor dell'usato, vi aggiunse una o alla n.
(5) amolao, o molao, dice ancora il Veneziano per aguzzato; il
Lombardo dice mola.
-^g 442 sc-
Si lo trase fora dela guadina (1) ,
E vasen a loro con grande ira
Ki era Imbiuto ( J) contra Io Segnore
Si taliò Torcgia W ad nn de loro.
E Jesii Xriste si la piliò
Et incontinente gè la soldo < 4) ,
E si à digio alo so fra'
Cum la grande humilità :
Petro, mete lo cortelo tò,
E si Io torna in lo logo so ;
Kc agiadio sol ferire (5)
A gladio è degno de morire.
Dixe lo Segnore ali £udei,
Ke gè ligòn le man de drè:
E con spade e con lan^on
Preso in' avi com'nn latron;
Za fue il tempio spesa fiada ^ 6 >
Là dentro ke v'atnagistrava;
Vu ? Cudei, no' me prendisti,
INi nesuna fiada me lenisti.
(4) Guadina per vagina, o fòdero è voce ancora viva nei dia-
letti vèneti.
(2) Dalla strana forma di questa voce, probabilmente guasta per
òpera del copista , non ho potuto ritrarre verun significato.
(5) Oregia per orecchio in gènere femminile è voce ancor pro-
pria del dialetto milanese.
(& ) Soldo per saldò, attaccò, dìcesi ancora dal pòpolo milanese.
(5) Il copista colla sua consueta negligenza scrisse agiadio in
luogo di a gladio, com' è ripetuto nel verso seguente ; e quindi il
significato di questi due versi è: Chi colla spada suol ferire è de-
gno di morire colla spada; ciò che fu reso con lieve modificazione
nel vecchio proverbio : Chi di coltel ferisce, di coltel perisce.
(6) Qui è d'uopo lèggere : Già fui nel tempio spesse fiate.
-^ 113 3^
El g'è un soxero de Caifax
Ke voi saver quel vit'el fax i l K
Si nel domanda palexe mente
Vecando quili ki g'in presente.
El gè responde lo Segnore
Gum planeca e con amore:
In lo tempio ho predicao,
In palese et non in privao,
In sinagoga et in con tradì ,
Là oe li ^iidei én congregadi;
Querìne quili ki in' àn ol$ù W,
Ke molto speso g in abiù;
1 Ili ve diran la verità
De quel ke li à magistrà.
Un deli Qudei lì in presente
Levò le man incontinente,
Si gè de tal < 3 ) suso la maxella ,
Ke sangue gè ce inintro W in terra;
Forte crida contra lui :
Tu mala mente responcù.
Responde a lu lo filiol de Deo,
Alo crude falso (Jiideo;
Humel mente et in grande paxe.
Dixe lo bon Segnor veraxe :
(4) Avvìi un suòcero di Cai fa, che vuol sapere qrnl vita ei meni.
La frase far la vita è propriamente lombarda.
(3) Chiedetelo a quelli che mluxnno udito.
(5) Qui dobbiamo crédere , che restasse nella penna del copista
la parola schiaffo, o guanciata, od altra equivalente.
(4) In intro in terra contiene per certo qualche sìllaba di trop-
po, a meno che non intendesse esprìmere: sin entro terra.
8
-<e il* &~
Se digo jnal, rendi provarla i f >,
E si monstrai testimonianza;
Se digo ben, perqué me dai,
Digando eo la veritai ?
La (ente rea e malvaxe e falsa
Si menòn Xrisle a Caifaxc;
A furo M et a grande ira
Con tra lu lo populo crida ;
San (^oliane e san Petro
No se tolevano $a deo W.
Un grande fogo era in la casa
0' la (ente se scaldava ;
Petro (é là mollo tosto
Ke poca roba aveva indoso.
In quelo tempo era sorada W,
E tuta nocte aveva vegiado;
Or se scalda pianamente (5) .
Una ancella ke lì era
A Petro pari molto fera < 6 >;
Incontra lu eia i à dito:
Tu è de quili k' erano con X risto.
Responde Petro, e si '1 negòe;
(1) Provanca per prova è forse licenza del poeta per conseguire
la rima.
(2) Non v'ha dubio, che qui deve lèggersi furor o furore.
(3) Forse deve lèggersi dreo, volendo esprìmere., che Pietro e
Giovanni non gli stavano appresso., ma bensì a qualche distanza.
(*) Dovrebbe dire sorado, come richiede il senso e la rima, e
significa raffreddato. La voce soràr per raffreddare, ossia divenir
freddo, è viva generalmente nei dialetti vèneti.
(5) In questo luogo il copista obliterò di trascrìvere un verso,
che dovea rimare con pianamente, e formare il dìstico.
(6) Sì fece a Pietro con alterigia.
-£ iitt e>-
Oi, femena, disc, quelo niente no soe (,) .
Un'altra anccla lì in presente
Si a dito lo someliante;
Petro aferma e si <;ura ( 2) ,
K'el noi cognoscc ni '1 vide unca v3) .
Un altro homo disc a Petro:
Tu eri con Jesu Naca reno;
La toa loquela lo manifesta.
Petro cura e si protesta:
Mi lo cognosco, ni lo so.
Trea iìada lo renegò.
Lo gallo cantò lin presente;
E Petro Todi incontinente.
Quando el odi lo gallo cantare,
Si s'à comencà aregordare
De quelo ke i aveva dito
Lo segnor De Jesu Xriste,
Ked el lo deveva renegare
Ance k'cl gallo devese cantare.
Vergonca n'avé e dolore.
K'cl rcnegò lo so Segnore;
Or se concò a lagreinare ( 4) ,
E de grami suspiri a trare.
Li prìncipi deli .(^udei
Sacerdoti e Pharisci,
Quando lornòn tuli adun .
(i) Non lo conosco punto.
(i) Zuràr per giurare è maniera propria dei Vèneti.
(5) Che noi conosce, ne lo vide mai. Troviamo costantemente
tmea per mai, dal latino unquam.
(*) Ora cominciò a piàngere. Non v'ha dubio, che si doveva
scrivere comandò. .
\
-<S 416 S>-
■
Grande conselio fan cnter loro.
En contra Xriste àn ordenao
Ke a morte fica condemnao.
liti menano Xriste a Pillato
Et ànlo fato lu legato (r) .
Juda vide, lo Segnore
In grande pene et in dolore
Amaramente et a grande torto
Dali giudei dever fi morto W;
E pensa ke l'à mal fato,
E voleva retrare in dreo lo palo < 3) .
Si sen va ali £udei,
E domandò lo filiol de Deo.
1 Ili resposeno incontinente,
Ke il 1 i ne voleno far niente.
Lo falso Juda peccatore
Li dinar ?etò enter loro;
Dal bon Segnore se desperò
ì
Et incontinente si l'apicò.
1
Pillalo clama lo filiol de Deo,
E dixe: è tu re deli giudei?
Et responde Jesu Xriste,
Et si gè dixe: tu è dito (4) .
Li prìncipi deli (^udei,
Sacerdoti e Pliarisei
Li comen^ano acusare,
•
E de falsi teslimonii dare.
(4) Legato^ per giùdice, àrbitro.
(2) Dover èssere ucciso.
(5) E voleva annullare il contratto. Ancor oggi il milanese di-
ce: tira in drè nel medésimo senso di annullare.
(K) Maniera latina, letteralmente tradotta da dixisti; tu fiat detto.
-<« 147 3=-
Pillato dise al Segnore:
Odi que te dixe questor < 4) ?
Ke illi te dan testimonianca ,
# 7
E con tra ti fan provala.
Lo 8egnor sta humelmente,
No gè responde de niente.
Pillato ke a grande torto vide,
Jesu Xriste voi fi morto,
Ad falsità et a buxia
Ulcire lo voleno per invidia ,
Laxsa lì lo filiol de Deo,
E vasen fora ali giudei.
1 11 i én congregai lì apresso,
Et a lor dixe lì adesso:
Vu avi ordenao,
Ad orni urica pasca de fi laxao W
Un de quili ki aveseno offeso,
Ce in vostra possa fosse preso.
Guai voli ki vaga in paxe
D 1 entre Xriste e Barabaxe?
Tu ti crian; Barabaxe;
Quel voliemo ke vaga in paxe;
E criano molto forte,
Jesu Xriste (i?a morto.
Pillato responde, et a lor a dito;
Que sera de Jesu Xriste?
Non a fato nesun torto,
Perqué devesse esser morto;
No trovo in lu ca cason,
(4) Questor per costoro.
(9) Che ogni anno nel giorno di Pasqua sia liberato dal carcere.
-<e H8 a>-
Perqué in lu abià rason (l)
De far Xriste degollare,
Ni a tormento tormentare.
E li giudei erian ad alta voxe:
Pur moira, moira in la croxe (f M
Crucificare pur lo voliemo
Sor la croxe delo legno.
Pillato vide lo rumore
Kc ili m fan contra'l Segnore,
Ke niente el gè $ova < 3) ,
Quando per lu el li pregava;
Ma maior iniquitac
Li cresceva pur assae (4 >;
Venir el le de bela aqua
In un vaxelo k'à nome la caca <*":
El le mane si se lavòe ,
Et un donzello a si clamòe,
(!) Perchè in lui abbiate ragione o causa.
(2) Moira per muqja; il Milanese direbbe: ch'el mora ; ed il
Vèneto: ch*el mora.
(3) Zova per giova è pronuncia vèneta. La rima peraltro e la sin-
tassi accennano all'errore del copista, die dovea scrìvere giovava.
(4) Gli dispiaceva assai. Nel dialetto milanese dicesi rincrès per
rincrescere.
(5) Forse ai tempi del Bescapè chiamàvasi caca il catino, o la
catinella, che serve a contener l'aqua destinata a lavarsi le mani.
La voce cazza per altro nei dialetti vèneti ed in lingua italiana
esprìme solo il ramajuolo y che a guisa di cucchiaja serve a tras-
portar l'aqua dai grandi recipienti nel catino. Questo medésimo
strumento dìcesi in dialetto milanese tazza, e chiamasi poi cazzù
la cazza di pìcciola dimensione , che serve a mestare e scodellare
le vivande.
-<© 449 3>-
K'el gè portasse un mantile W,
Et ali giudei comenca dire:
Segnor, eo me lavo le man,
Vedente vui tuli per man W;
Àncora si è a loro digando:
K'eo no volio esse colpando < 3 >
In Io sangue de questo homo.
Li <^udei disseno a lu:
Tuto sia sover nu;
Sovra li Clio ke nu habiemo
Tuto lo pecca o recevemo.
Àia per fin Pillato de Xriste ie de baili;»,
Ke illi fatano ?o ke illi voliano
Per soa grande folìa.
Illi perdonòn a Baraban,
E tolén Xriste a man a man;
Si lo despoliòn tuto nudo,
Si com'el fosse pur mo' nassudo ( 4) ,
E no gè lasòn de roba in dosso.
Fora la trasen mollo tosto,
(4) Questa voce, eh' è pure italiana ad esprìmere tovaglie* la o
salvietta, si pronuncia ora dal Milanese mantìn; quando peraltro
vuol esprimere il pannolino destinato a rasciugarsi, lo distingue
col nome di sùgamàn.
(i) Al cospetto di voi tutti. L'aggiunto per man significa ad uno
ad uno, vale a dire : nessuno eccettuato.
(5) Colpando per colpàbile o colpévole. Qui per certo il copista
ha obliterato un verso , che collegando insieme il periodo do-
vrebbe rimare e formare il dìstico col verso seguente , il quale
perciò rimane solo e staccato. Di una tal negligenza abbiamo già
visto, e troveremo nuovi esempi.
(4) Appena nato. La frase par ma' per appena, di fresco, fu
sempre di buona lingua, e deriva manifestamente dal latino mox.
-^ 120 $*-
Po' se lo ligòn alo patio,
Si com'el fosse pur un latro,
E de vergelle molte grosse
Si lo ferivano so ver le coste.
E tanto gè de M per le bra$e e per le gambe,
Ked el pioveva vivo sangue;
E la carne bianca molto s' ascori va W,
Più negra ka coldera eia si pariva < 3) .
D'una corona li fan presente
Fata da spine ben pò niente.
Più ka lesena d'era aguda W,
Suso lo co si gè Fan metua;
Et illi gè la metén de tal virtù ( 5) ,
K'el sangue fora g'è insù < 6 >;
E d'una porpora Fan vestio,
A $o k'el fi?e ben screnido < 7) .
D'avanzo gè stan in $inogion W
Per far de lu deresion;
(1) Qui il copista ha dimenticato la n caratteristica del plura-
le, oncT esprimere : gli diedero.
(2) S'ascoriva per s'oscurava^ anneriva.
(3) Parca più nera ch'una caldaja. È tutt'ora proprio del basso
pòpolo e del contado milanese il pronunciare colà per caldo ; di
qui appunto coldera per caldaja.
(4) Essa era acuta più che lésina. La voce lesena è propria di
tutti i dialetti vèneti , mentre il Milanese pronuncia lesna.
(») Virtù per forza, giusta il significato radicale della parola.
(6) Clie il sangue gli uscì fuori.
(7) Screnido per schernito. Giova avvertire l'uso di questa voce
nel sècolo XIII, essendo per avventura una delle antiche radici
itàliche.
(8) Gli stanno d'inanzi in ginocchioni. Il Vèneto pronuncia an-
cora oggidì in zenogión, ed il Lombardo in genogiòn.
-^e m &*-
E per iniquità e per grande ira
Tuto Io pòvelo sen scregniva <° ;
E si desevano a mala fé:
Deo le salve, meser lo rex!
In Golgatha va li elidei
Con eso lo filiol de Deo < s) .
Li Qudei videno un homo
Ke Simon aveva nome;
Si gè fan la croxe portare
E grama mente lo voi fare < 3) ;
No sei atenta a contradire,
Ke gran pagura ha del morire.
Quando i II ì fon là andai,
E tuti afati congregadi,
Lo povolo cria tuto a voxe:
Pur rnoira Xriste in la croxe/
Ora fó Xriste lì arivado,
E molto tosto Pan crucificado.
Là suso in la croxe si l'apicòn,
Le man e li pei si g' ingiodòn (4) :
Or lo comencan a ferire
Si com'homo k' ili voleno olcire;
Et in me$o de du latrone
Xriste sostene passione.
Com eso loro in croxe levao
(i) Tutto il pòpolo lo scherniva.
(i) I Giudei vanno sul Gòlgota col figliuolo di Dio. E da no-
tarsi il modo con esso in luogo di con, che non senza eleganza è
ancora usato nella buona lingua.
(5) E lo fa a mal in cuore, di mala voglia.
(*) È comune così ai dialetti lombardi come ai vèneti il verbo
incùria, inciodàr per inchiodare.
T
-^ 123 &-
Et in meco loro è cudigao.
L'un era reo et peccatore,
Forte screniva lo Segnore;
ÀP altro ne fice grande peccao O,
Marce gè vene e pietà;
À Jesu Xriste marce clamoe,
E dixe: Mcser, in lo regno toe
Quando vorrò lì andare,
De mi te debii aregordare.
E Jesu Xriste si gè dixe:
® Àncoi sere mego in paradiso W.
Lo Segnore vide la matre stare
Plangorenta e grama strare W,
Dolorosa e mollo trista
Con san (^oliane evangelista.
Intrambi du prese a clamare,
L'uno al' altro a comandare ( 4 ).
A la matre si dignoe:
(b) Oi, femina , ecco lo filiol toe.
ÀI disipulo dise apreso,
Zò era (^oliane lì adeso:
Ecco la maire toa!>
(1) L'altro n'ebbe gran compassione. È frase comune e generale
nei dialetti vèneti e lombardi il far pecà, per aver compassione, o
destar compassione. Giova notarla come usata anche ai tempi del
Bescapè.
(2) Oggi sarai meco in paradiso.
(5) Strare non ha verun significato; forse dovea ripètere stare,
o qualche verbo di simile significazione.
(K) Comandare per raccomandare, dalla radice latina comandare.
Quindi il significato dell'intiero periodo è il seguente : Gesù Cristo
chiamò a sé S. Giovanni e la Madre Maria, e cominciò a racco-
mandare Vuna alValtro.
-«& 145 e»
Et elo la tén ormai per soa ( |} .
Quand'el vene a traversare l fl ,
Ad alta voxe prese a clamare:
Oi, patre meo, domine Deo,
A ti comando lo spirilo meo;
Et oi, patre meo celestiale,
JNo me dibli abandonarel
E la soa testa si inclinòe,
E da beve domandòe.
E un deli giudei fó tosto acorto;
Axeo con fere g'avé sporto ( 3) .
E quando el n'avc ben cercao < 4 > ,
Et ali (^udei disc: el è consumao.
Ora traversò Jesu Xriste W ,
Quando el ave questo dito.
Ora plance e plura san età Maria
Del so fìliol, ke la vedeva
In la crox esser penduo.
Despoliado e luto nudo;
<3>
({) Ed ei la tenne ormai per sua (madre).
(2) Quando si sentì venir meno. È strano il verbo traversare ,
ond* esprimere il passaggio da questa all'altra vita.
(5) Gli porse aceto con fiele. Il Veneziano pronuncia ancora aséo
per aceto; il Milanese, asè. La voce fere per fiele poi attesterebbe
che la permutazione della / in r , che abbiamo già avvertita in
gora, barena ed altre, per gola, balena, ec, era un tempo più
frequente che non ai giorni nostri.
(*) Cercao per assaggiato. Questo senso traslato, ma pure espres-
sivo del verbo cercare, è ora affatto perduto.
(5) Il Bescapè non volle valersi del verbo morire, né d'altro di
egual significazione, parlando di Gesù Cristo; ma ripete il verbo
traversare, cioè passare da un luogo ad un altro, come fece Cri-
sto, che scese alle regioni inferno, e poi salì al cielo.
-*Q Iti 3^-
Dal co ali pei el sanguenava (*),
In^la croxe o' el picava W,
E passionado molto forte
In la crox ci* el pende in morte.
Li giudei pieni de venin
Si gè menòn r a vogai Longin W;
E Longin fa vogai apenào W,
La lan^a gè mise per lo costào;
E per sì grande fonja lo feriva,
Dentro dal core el la sentiva;
E fora per la sancta plaga
Si insì sangue et aqua.
Lo sangue e l'aigua vene in placa W,
Et el sen lavò li ogi e la fa<ja;
Li ogi sen lavò e li menton W,
Posa vide più claro ka un falcon.
Quando el vide, si lagrcmò,
Et in greve colpa si clamò.
El vene al sangue, e si'l covrì < 7 >;
Et a Deo tanto servì,
Tanto gè fé servisii da bon grao (*),
(i) Dal capo ai piedi versava sangue.
(a) Ov' era appeso.
(5) Non mi fu dato scoprire la radice dell'epiteto avogal dato a
Longino, che sappiamo èssere stato un milite romano.
(*) Apenao per impietosito, mosso a compassione,
(tt) Plaga, cioè sul piazzale ove sorgeva la croce. Forse l'autore
si valse di questa voce per la rima con foga.
(6) Dopo aver detto nel verso precedente, che Longino se ne
lavò gli occhi e la faccia, ripete lo stesso sostituendo a faccia la
voce mentori* cioè il mento, perchè acconcia alla rima con falcon.
(7) Si accostò al sangue ( versato al suolo), e il ricoperse.
(8) Grao per grado, giusta la pronuncia veneziana.
-=e 155 &-
K' el fó po' martiro clamao.
Posa s'è leva un tempo tale f>,
Ke fó molto greve e mortale.
Tuto lo mundo s' atenebrie ,
La nocte fó da meco die Wj
Pestelentie e terremoti,
Da me$o dì devene nocte;
Tuta la (ente si se smariva ,
Asai g'en fó ki sen pentiva (3) .
Per $ò fé ben lo re Pillato,
K'el se lavò da quel peccato.
A mala mente et a grande torto
Jcsu Xriste si è morto.
Tuta la terra si tremòe
Quando Xriste traversòe.
Multi corpi én suscitadi,
E da morte én su levai;
La luna, el sol si se obscurì,
El tempio grande se despartì (4) .
Deus, aida < 5 >, dix sancta Maria,
Questa si è grande malvasia (6)
Ki à fa sto Qudeo
In lo dolce filiol meo.
Or clama e dix sancta Maria:
(1) Qui il nome tempo è adoperalo per procella, temporale,
com'è tutt' ora in uso in tutti i dialetti cispadani.
(2) Tutto il inondo fu coperto di tenebre . sicché fu notte a mezzo
il giorno.
(5) Fé n'ebbero molti che si pentirono. '
(*) Spartisse per fèndersi, dividersi è ancora vivo nei dialetti
lombardi.
(5) Aida per ajuto, soccorri. In italiano dicesi pure atto.
(0) Malvasia per malvagità, iniquità.
-*S 126 9^
Vu ke traversai per la via,
E lai e quai a mi ve gì (0,
Lo meo dolbr si vederi 1
S'al n'è nesun lo someiante
Al meo dolor ki è cotanto.
Sin g 1 invida le soe serore M,
Ke sego plangan sto dolore.
Or plantari e pluran molte forte
Del so filio, k'ela ve morto
A gran peccao e mala niente
Flagelao, e grave mente.
Deus, aida, dix sancla Maria,
Plangemo tuie in compagnia;
Piange mego le me serore,
Piangi mego lo grande dolore,
Piangi mego del meo filiol,
D'ond 9 eo ne porto lo grande dolo,
Ke sempre è stado bon e Itale,
Sanga peccao e sanga male,
Da k 9 el insì dal meo ventre,
Casto e puro è vivudo sempre;
E da k 9 el fó ingenerao,
Sanga macula è alevado;
Sempre à servido ali Qudei
Lo dulcissimo filiol meo;
Dal meo [ilio UH àn abluo
Tufo quel ke li àn voliudo.
(1) A me guardate. È manifesto, che qui l'autore imprese a
voltare letteralmente nella sua lingua la lamentazione del Profeta:
O vos qui transitis per viam, attendile, et vide te, si est dolor sicut
et dolor tneus.
(2) Serore per sorelle, dal latino sorores.
-<$ 127 e>-
Per invidia, et a grande torto
Li Qudei si me Pan morto.
Quando d'ave co dito et a tuta fiada,
Si fó in terra slrangosada l*).
Le tre Marie g'én presente
Le que' si n'én grame e dolente,
E le ne portan lo grande dolore
De la morte del Salvatore.
Piangeri tute in compagnia
Con la Vergene Maria ;
Or pianteli tute tre serore
Con grangi suspiri e con dolore (2 >
Del bon Segnore Jesu Xriste,
Lo qual in crox è ca finito,
Si coni' eo ve n'ò aregordào,
E donante n'abiemo parlào.
Certo li (Judei si ne fén sogura
Con tra 'I Segnor ic fén cura;
Idi perdonòn a Baraban;
Xriste oleìseno a man a man,
Ki era iuslo, e bon Segnor;
E quelo era latro e traitor,
Et, oi tapin, miseri, dolenti!
Com poivo esser grami sempre (3 >
Li latron mìseri Cudei,
Aver morto lo lilio de Dco?
(1) Cadde a terra angosciosa e svenuta.
(2) Grangi suspiri per grandi sospiri. La permutazione della d
in g nella voce grangi, è la stessa della line, che abbiamo av-
vertito più sopra.
(3) Come poterono èssere sempre tristi. La voce potrò è forse
alterata per incuria del copista.
Oi, Deus, aida, sancto patre,
G>m pensòn questo a fare,
K'el mundo aveva in soa bailia,
Pensar de lu cotal folia?
E lo fiol de Deo veraxe
Tuto lo recevè in paxe,
Ke ilio fó prò e forte W,
Et obediente de fin ala morte;
Quand'el vene a traversare,
A lor degnò a perdonare;
Al so albergo el g'invidò,
Quando lo co el g' inclinò.
Et oi, Jesu Xriste Deo veraxe,
Manda a nu la toa paxe.
Lì im presente era un homo,
Ke Josepo aveva nome,
Et era d'una terra maralvaxia M;
Vene a Pillato, e si 1 queriva W;
E questo Josepo era bori e liale,
E molte ie desplaque questo male,
E dixe: eo son stao tò soldaero W,
Mi anche altro da ti no quero W,
Se no quel propheta, s'el te plaxe;
K'el volio Mietere entro lo vaxe.
(I) Poiché egli fu prode e forte.
(1) Non sapendo come interpretare questa voce, l'ho trascritta
letteralmente come sta nel còdice. Egli è per altro evidente., che
qui l'autore parla di Giuseppe &' Arimatea.
(3) Feime a Pilato, e il richiedeva.
(4) Io fui tuo soldato. È singolare' l'affinità, forse accidentale, tra
questa voce soldaero e la corrispondente inglese soldier.
(5) Ne altro da te chieggo.
-<© 429 §>-
Pillato g'en dà la parolla < ! > 5
Ke con la bona ventura la tolla W ,
S'in faga soa voluntà,
Ke $a no li sera veda < 3) .
Josepo Pillato regratià,
Et a Jesu Xriste si è retornà.
Et Josepo e Nicodemo
Si gè desclavò le man e li pei (4) ,
Per amore e per grande servixio
Lo trasseno $oso del cruciiixo (5) .
Et Josepo aveva un bel pano
Lavorào e ben fato;
Inlò dentro si rinvoltò W,
E po' '1 portali via da inlò;
Si lo portòn al monumento
Ke ole più ke no fa plumento t 7 >;
(1) Pilato gliel promette.
(2) Che con buona pace se lo prenda. Tutti i dialetti vèneti e
lombardi fanno sempre uso del verbo tògliere per prèndere 3 il
qual ùltimo è esclusivamente proprio della buona lingua. Cosi il
Milanese direbbe: cltel sei toja; tò; tolti; ed il Veneziano: el se
lo toga; tò; tolìlo; per esprimere : se lo prenda; prendi; prendetelo.
(3) Ne faccia ciò che cwofe, che non gli sarà vietato. Fedàr, o
veda, per vietare è affatto ignoto ai dialetti cispadani, che fanno
uso del verbo proibire.
(*) Gli schiodarono le inani ed i piedi.
(5) Lo trassero giù dalla croce. La voce zoso per giuso, è pro-
pria del Veneziano.
(6) Colà dentro V involse. Il Milanese direbbe : el Va invollià.
(7) Che olezza ben più che melissa. Il verbo ole deriva manife-
stamente dal latino olere. L'espressione che no fa è maniera tutta
propria del dialetto lombardo, ancora in uso. Ilo poi interpretato
plumento per melissa, come l'erba aromàtica più olezzante e più
9
-<© 430 $>-
E quele sancte compagnie
Et asè plura le tre Marie,
K'elle portòn per bon tallento
Lo sancto pretioso unguento.
Lo sancto corpo si è ingorvernìo t f ).
L'anima sen ?é al 1 inferno drita.
Quando ad inferno fé Jesu Xriste,
Passò serpenti e basilischi.
Tanto g'intrò e ferro e forte,
Ke tute se dexbrixò le porte W;
Le porte rompe e dexbrixò,
E Lucifero incadenò;
Lucifero se mise in cadena,
E li soi amixi trase da pena.
Quando el trase fora Eva et Adame,
Isac, Jacob et Abrame,
Isaia ne a Irato in quela dia,
Natan prophela, et Ysaia,
nota, e come quella che in lingua provenzale denominàvasi ap-
punto piment. Da questa radice medésima trassero forse gli Spa-
gnuoli il nome pimientò da loro dato al pepe* ossia al capsicus
annuus.
(1) La voce ingorvemio è certamente alterata dal copista, che
vi aggiunse un r e vi omise una t, dovendo scrivere ingovernito,
che meglio consuonerebbe colla rima dritto, e derivando dalla
radice governare, che abbiamo appuntata alla nota (2), pag. 73, si-
gnificherebbe riposto o deposto.
(3) Che tutte si spezzarono le porte. Seguendo la règola costante
dovrebbe èssere scritto dexbrixòn per il plurale. In questa voce è
manifesta l'affinità col briser dei Francesi, e col brechen dei Te-
deschi, che hanno il medésimo significato. Eguale affinità serba
altresì col verbo sbregdr dei dialetti vèneti e collo sbregà del mi-
lanese, che significano lacerare, stracciare.
-<© 434 3=-
El proplieta Sacariel,
J e remi a et Israel (1) ;
S'in trase Moiscs et Aaron,
David profeta e Salomon,
E tuto lo povol de Israel,
E la compagnia de Moises,
E thomasen et anoe W
Inlora partì li bon dali re'.
Quando V inferno el spoliò,
Al monumento retornò;
Al terso di k'el resuscitò,
Partise da lì, e si sen'andò,
E si sen $é in Gallilea,
Per fu^ire la ^entc £udea.
Le tre Marie portoli un unguento,
E si sen'andòn al monumento,
Là oe Fera me tuo; si guardoli;
Lo sancto corpo no gè trovòn.
Lo sancto angelo g'aparì
Li o' era le tre Marie,
E tute tre suso un predon W
Si stasevano in grande pensaxou t 4) ;
E fén sembianza de tremore,
Quando eie videno lo splendore.
(4; Forse voleva esprìmere Esdra, forzandolo alla rima.
(2) Ilo trascritto questo verso tal quale sta nel còdice, onde il
lettore di me più sagace possa indovinarne il significato. Vorrebbe
dire per avventura : e Tomaso, ed aìiche Noe? Il senso e la rima
non vi ripugnano; ma non è chiaro.
(3) Abbiamo visto preda per pietra, che ancor oggi nel contado
dìcesi préa; ora troviamo predòn per masso, gran pietra.
- (4) Pensaxon per meditazione, pernierò. Forse la desinenza è
♦stata forzata per la rima.
-*S 432 $>-
Lo sancto angelo si li a saluloe,
Po' le querì, e domandoe;
E si gè disse con grande amore:
Non abià vu £a timore;
Mo que aspcctavu (*>, tre Marie?
Eie resposeno, e si desevano:
Nu aspectemo lo Deo possente,
Ki è insuo del monumento;
Ke ancoi al' alba del maitin
A pari un sancto pelegrin;
Nu l'atendemo e li soi ministri,
Ked illi cuintan <*>, k'el sia Xriste,
K'è verax padre e Segnore,
Ke de luto lo mundo è creatore,
Ke soffrì la grande pena,
Ke l'à vecu la Madelena W;
Andrea e Petro lo van cercando,
E li discipuli e li altri sancti.
Dix T angelo: vu querì Jesu Na^arc
Crucificao dali (^udei?
In Gallilea ve n' andari;
E li aloga lo trovarì.
Or ve n'andai. Le tre Marie
Gum sancta gratia replenìe
Vidi (*) ad Andrea et a Petro
(1) Il pronome posposto al verbo interrogativo colla forma
aspectà-vu, accenna alla rimota influenza dei dialetti occitànici e
francesi : che aspettate ?
(2) Cuintan per raccontano. Il Milanese odierno direbbe ctinten.
(3) Poicliè la Maddalena lo vide.
(h) Didi ò senza dubio errore del copista, che dovea scrìvere
dixe, dissero.
/
i
-<S 433 &-
Et ali altri sancti ki '1 requerono,
A san età Maria et a san C^oane ?
Ke lì alò lo trovaran.
In Gallilea $é li sancti,
Là o' era suscita dolo e pianti
La soa maire gloriosa,
Kè fó de Deo regina e sponsa ,
E soa matre et soa filia;
Questo fó grande meravelia !
Et elio filiol e patre
Si com' el vose comandare (*>.
E in alo ter^o dì k' el suscitò
Ala JMadelena se monstrò;
E la Madelena entro Torto era;
E Jesu Xriste $é là o' d'era;
E quela prese a guardare,
E Jesu Xriste vide lì stare.
Quela a lui si sen'andò,
Et ali soi pei si se butò;
E li comen^à mercè clamare,
Si coni' eP era usada fare.
E Jesu Xriste si la segnore W ,
Partise da lì, e si sen'andoe.
A san Petro et ali altri frai
Pluxor fiada si s'è monstrà;
E per terra e per mare
Pluxor fiada a lor g' apare.
(!) Siccome et volle comandare.
(5) Per nuovo errore sia scritto segnore in luogo di segnòe j
vale a dire : la benedisse. Così almeno richiede il senso e la rima
andòe.
-<a !3ft e>-
Una sema (*) k' i eran vegnui
In t'una casa luti aduni,
Molto grami et penserusi
(Per li (^udei eran ascusi),
Avevan serao le fenestre e li usgi {i) .
Et in grande pagura stavan tugi;
Molto staxevano in grande error.
Quando Jesu vene in tre lor;
Jesu Xriste vene in me^o,
Et a lor parlò adesso;
Entre lor vene, e disse: ste in pax.
E tuli cognovén Deo verax < 3) .
Pax a vui, el dix a lor,
E' son deso, non abiai timor.
Si ke $ascaun l* afigurò W;
Ma san Thomax gè dubitò.
San Thomax Mora no g'era,
Quand'el vene la sancta spera ( 5) ;
Quando Jesu fó ben cognosuo,
E san Thomax si fó vegnuo,
El no crete < 6 ) la verità ,
Fin k' el no tocò le plage;
(i) Qui pare che debba lèggersi una sera, giacché sema, com'è
scritto nel còdice, non ha venia significato, a meno che non vo-
gliasi risguardarlo come un derivato della radice latina semel, che
appunto significa una volta.
(2) Aveano chiuso le finestre e gli usci.
(3) Cognovén per riconóbbero.
(*) Sicché ciascuno il riconobbe.
(5) Spera è per me voce ignota, giacché la significazione di
sfera che ha in nostra lingua mal s'addice in questo luogo.
(6) Crete per credette. Nuova trascuranza del copista.
-<0 458 8^
E lo Segnor dixe: Thomax,
No critu ke sia Deo verax?
Vedi le man, vedi li pei.
Vedi le ploge, fra di mei.
E Jesu Xriste si annuntià;
Beati ki vite W, e ki crederà! |
Ma più beato sera colli
Ki no vite, e crederà a nn!
Inlora sape senca tenore W,
Ke l'era ben lo verax Segnore.
Quando fó si ferma la credenza,
La pasca fén per alegran^a.
Tri di avevano ci^unao < 3 ),
Per lo Segnor ki fó penao;
Ki no mangia ven, ni bevevano,
Per grameca k'ili avevano;
Ma lo Segnor si li alegra,
De sancta manna si li sagia;
Cum pianeta e con mensura,
Si g' averse la Scriptura W,
Ked ili credano con la mente,
K'el sia deso verax mente.
Quaranta di apari a lor
Jesu Xriste lo Salvator;
De sancto regno k'el gè parlava,
E de ben far li amagistrava.
(4) File per vide.
(3) Allora seppe senza risertm (senza alcun dubio).
(3) (Sfumo per digiunato. Nuovo esempio della frequente per-
mutazione della d in e.
(*) Apre loro la Scrittura. Averse per apre è voce ancor viva
nei dialetti vèneti.
-<« 156 e>-
E po' dixe ala soa maire,
Ke la se debia confortare;
In breve sarà in tal compagnia.
Ke mai no sentirà de lagnia <*),
Più luxerà le speritale W,
Ke no fa stella cornale;
Sempre staremo mi e le
In la marce del patre meo,
A reclamare solo timore W
Marce per tuli li peccatore.
Lo patre meo si creò lo mundo
De fin al cello in lo profondo < 4Ì ;
E cel , et airo , et aqua , et terra ,
E tuto quanto sover el'era.
Za intro loro m'à trametuo,
E mal cambio me n'àn ren^uo < 5) ;
Vu sa ve ben la verità,
Si cum' co fu crucificao;
La mia morte e' ò lasao scripta ,
E cum'eo son tornao in vita;
E vu diri entro li sermon
La mia morte e la mia resurrection.
(1) Lagni per lamenti, e lagna ss o lagnarse, per querelarsi son
voci comuni a tutti i dialetti cispadani.
(2) Forse significa spirituale, cioè: Ella (Maria) fatta spirito, ri-
splenderà ben più che stella mattutina.
(3) Così sta scritto , né è possìbile darne fondata interpreta-
zione. Bensì potrebbe darsi, che l'ignorante copista invertisse il
posto di due vocali, scrivendo solo timore, in luogo di solito
more, ciò che darebbe un giusto senso al periodo.
(4) // Padre mio creò l'universo, dall'alto de 9 cieli sino all'abisso.
(8) E me n' fimi reso un cattko concambio.
-<e 137 §^
E dixe ancora a £oane et a Petro,
Gum lo mundo ora lo so guerero;
Lo mundo ve taso, e si I refudo,
Quel mundo si no m' à cognosuo;
Al mundo vigni, al mundo cognovi,
E Ip mundo no cognove mi {{ l
Cosi ve digo e ve responso,
Ki è con mego no si con '1 mundo (i) .
Vedente loro el se levò ,
In Fallo cello si sen' andò;
In quelo regno glorioso,
D'avanzo alo so patre pretioso.
Li disipuli delo Segnore
'An abiù lo grande dolore,
Li que romasen ?oso in terra (3) ,
In dolor et in grande guera;
Und'al Segnor li à laxadi
K' el no li à sego menadi;
E si in romasi de dreo
In quelo monte de olive;
Et levan li ogi inverso cel,
Et al Segnor si guardano dreo.
Du angeli veneno adesso a loro,
Si com plaque al creatore,
Mollo belli et avinenli ,4) ,
(1) Al mondo venni > il mondo conobbi , ed il mondo non mi
conobbe. Sono evidenti le radici e le forme latine.
(2) Chi è con me , non sia col motido.
(5) Essi che rimasero giù in terra.
(4) Anche la voce avvenente, ossia di vago aspetto, era dunque
usata coll'odierno significato anche ai tempi del Bescapè.
-«=© 158 ^>-
Vestidi de bianco, e belli e (enti (1) ;
Si gè diseno incontinente:
Oue fàvu M qui , bona $ente ?
Là suso in cello perquè guarda,
Drè alo Segnor, là o' el è andà?
Si com l'avi vejuo montare,
Lo veri £a 90SO tornare.
E li angeli si séno via (3)
Entrambi du in conpagnia;
Là suso in celo si én tornadi,
Là ili i staràn sempre exaltadi.
Li disipuli vano via;
Quela bona compagnia
In Jerusalem sen van ascusi
Molto grami e penserusi,
Und'el Segnor li abandonò;
Perqué in terra li lasò,
K' el no se Ji menò dreo
Quand'el montò là suso in celo.
Lo Segnor si li amò tanto,
K'el gè tramise lo Spirito Sancto;
Mi dise du vene in lor W,
Aprisi fon de grande amor,
E de seno e de scriptura,
(1) Forse significa cinti, qualora non fosse una sìncope di gentili.
(2) Che fate voi qui, buona gente?
(5) E gli angeli partirono.
(ft) Ho trascritto questo verso come sta nel còdice, ma non mi
fu dato ridurlo a chiara lezione, correggendo gli errori del co-
pista che lo rèndono oscuro. Si vede peraltro che dovrebbe signi-
ficare: appena lo Spirito Santo scese in loro, furono compresi
da grande amore , ec.
-<e 159 e>-
E de grande bona ventura,
E de sapientia e de bontà,
E de tuta grande lialtà.
Grande mente én confortai,
K'illi se teneno asegurai;
Spirito Sancto si è in lor
Ki gè dà for^a e valor,
E grande seno e grande memoria,
De dire delo Segnor de gloria;
E quando illi se veneno a despartire,
Tuti se baxòn sen$a mentire < {) .
Ora se despar^eno per Io mundo W,
E digando ad omiunca homo,
Ke Jesu Xriste si fó morto
Amaramente et a grande torto,
E da morte è su levao,
In alto cel si n'è andao;
E van digando in palexe
La sancla vita ked el faxeva;
Cum'el vene in questo mundo.
Per scampar omiunca homo
Dele man de vegio antico
Sathanas crude inimigo;
E van digando ste novelle
E per cita e per caslellc.
Là o' è li grangi imperatori (3( .
Marchivi e conti e grandi segnori
(41.
?
(i) E quando si separarono, si baciarono cordialmente.
(2) Si spàrseno per lo mondo.
(3) Là we sono i grandi imperatori.
(4) Se non bastassero la lingua , lo stile e l'intero tessuto del
racconto a pòrgerci idea esatta dell'assoluta rozzezza dell'Autore,
-e© uo s>-
Palexe mente , vedente omiomo
De questa sancta passion
Ke sostene Jesu Xriste,
Lo qual fó lor magistro.
No temeven de niente,
Ke i Ili no deseseno palex mente;
Ke illi no splanaseno O la scriptura
Là o' el'era la più dura,
Tuta sente amagistrando,
E lo batexemo predicando.
Mera velia quel k' illi diseno
Dela fé e del bateseino,
Predicando la Trini tai,
Ke omiunca homo vegnia a cristi n ita.
Asai dela $ente segueno lor
E con la mente e con lo cor;
Predicando franca mente,
La Gesia M cresce grande mente;
Tute lo mundo va parlando
De £Ò Requisii van digando,
E de seno e de savere,
De grande vertù ke illi paren avere.
Lo patre Deo creatore
Grande vertù si fa per lor < 3) ;
No vene a lor a men de niente M ,
K'el con lor regna sempre,
potremmo ora appuntare t marchesi ed i conti del sècolo d'Au-
gusto !
(1) Splanaseno per illustrassero.
(2) Il Lombardo pronuncia ancora adesso Giesa per Chiesa.
(3) Per mezzo loro fa grandi miracoli.
(4) Pare che debba intèndersi: Non ricusò loro cosa alcuna.
-cg> 444 $>-
Et a lor si fé una impromessa,
Ke a lor fó de grande gronderà W;
Ked el nolia abandonare W ,
Fin k'el mundo sia durare,
No a fidel li soi corpi,
Ke per lu debiano esser morti.
Or se stan d'avanzo li re,
Predicando la san eia fé;
D'avanzo conti e marchixi,
Et afermano in palex,
Ke Jesu Xriste si è Segnor
Verax, patre et salvator;
K' el fé cello et la terra,
E descendé in la ponila;
Recevé morte verax mente,
Per salvare la humana renio;
E cum' el ter^o dì el resuscitò,
E cum V inferno el spoliò,
E trase fora li soi amixi,
Si cum la Scriptura dixe.
Incadenò lo inimigo,
Quel superbo vegio antigo;
E trase fora et Adame et Eva,
E tuti li bon ke lì era;
Li propheti e li sancti patriarchi < 3) ,
E li menò in vita eterna,
(i) Non v'ha dubio che in luogo di grandetti qui doveva èssere
icritto: allegrezza.
(2) Qui troviamo un esempio del verbo latino nolle volgarizzato:
CliEi non voglia abandonare il mondo, finché sarà per durare.
(3) Quivi il copista obliterò un verso, che, rimando con patriar-
ci, dovea compiere il dìstico.
-<S U2 3>-
E lì aloga li governa (1) . (
E ki voi li andare !
In questo a demorare,
Tegnia Xrisle per so Deo,
E lasa stare lo van e reo;
Tegnia la fé drita e veraxe,
E fax^a quel ke a Xriste plaxe;
Et adora in Trinità
La divina tnaieslà;
E scili vie Satanaxe,
Omiunca idola se destruga M,
Entro lo fogo se conduga,
Ke non àn intendimento,
Ni alcun cognoscimento;
Ben è raxon ke le siano destruge,
E tute afate siano conbusle.
Ouisti regi et imperatori,
Conti e markixi e grandi segnori
Si fon irati contra li descentre
De Jesu Xriste omn ipoente;
Si li fan martoriare,
E de grande pene durare,
In la croxe pene soffrire,
Taliare le teste, e morire;
Ili se leganao scortegare ( 3 >,
(1) Ed ivi li conserva. Giova avvertire il costante uso del verbo
governare per porre in sei'bo, custodire.
(2) È cosa strana il trovare il nome ìdolo in gènere femminile.
Forse l'autore dal nome latino neutro plurale idola trasse la ca-
ratteristica del femminile volgare.
(3) Colla sòlita negligenza il copista scrisse leganao in luogo di
lagavan, vale a dire : lasciavano, dal verbo Ioga, sul quale vèg-
gasi la nota (ft) a pag. 94.
-<8 1*5 3>-
An$e kc illi voliano Deo negare (1) ;
Et si stano molte forte,
Et in grande paxe toleno la morte (i) .
Alegramente e cum bon core,
Si ke la morte no gè dorè t3 \
En così van l'anime de lor
Jn paradiso alo so Segnor,
Jn questo logo resplendente,
E lì stan alegramente;
Jesu Xriste lo bon Segnor
Si gè fé a lor grande honor.
Li sancti corpi pretiusi
Privadamente fin ascusi,
Sepelidi e governadi (*);
Tuti son sanctificadi ,
Deo fare per lor vertù ^
Segondo kello W ke nu aveino vecu;
Gesie g' è fate alo so honor W;
In nostra terra n'è pluxor.
Clamemo marce a Jesu Xriste,
Lo qual si è verax magistro,
Kè n' dia gratia de ben fare;
(1) Questi due versi insieme significano: Eglino (gli Apòstoli)
si lasciavano scorticare piuttosto die rinegare G. C.
(2) Toleno la morte per subiscono, o ricévono la morte. È co-
stante l'uso del verbo tògliere per prèndere, ricevere.
(3) Il dialetto milanese si fa di nuovo manifesto nella voce dorè
pel duole^ essendo ancor viva la voce dór colla stessa significa-
zione.
(4) Governadi per riposti; veggasi la nota (2) a pag. 73.
(5) Iddio operò prodigi per mezzo loro.
(6) Il copista per negligenza scrisse kello per quello.
(7) Chiese ( cioè templi ) furono edificate in loro onore.
-^ 1** 3>-
Ke nu abiemo vita eterna
D'avanzo l'alta segnorìa
Cum quella nobel compagnia
In secala seculorum. Amen.
Pelro de Barsegapè si voi ancora
Tractar, e dir del Segnore,
K' el vork dir e fare,
E li bon e li rei £udigare;
E se vu volisi, bona £ente,
Questo dito ben intende ,
Si ven dirò in grande parte
Si cum'el è scripto in queste carte;
Et eo prego per bon amore,
Ke vu debic intende, boni segnor,
E vu donan (*), ke sì presente,
Prego ke vu debiai intende;
Questa non è pan^anega d' inverno {i)
Quando vu stè in grande so^orno ( 3 >,
E stè a grande asio a pè del fogo W ,
(1) In questa voce o fa d'uopo trasportare l'ultima n inanzi Va
che dovrebb'essere e, formando così e voi donne, che siete pre-
senti; oppure staccare la sìllaba an che significa anche, pure, leg-
gendo : e voi pure, o donne, ec. Ancor oggi il Milanese pronuncia
nel plurale i domi per le donne.
(2) Questa non è fàvola d'inverno; vale a dire di quelle che si
raccontano al fuoco nelle lunghe sere d'inverno. La voce panzà-
nega è ancora viva nel dialetto milanese colla stessa significazione
di fola.
(3) In grande socomo qui significa : per l ungile ore.
(4) Tutto questo verso con lievi modificazioni s'accorda nelle
forme col dialetto milanese odierno. E re ne state agiatamente a
pie del focolare.
-c£ 1*5 S>-
Cum pere e pome quando e' le?o < !) ;
Mo se vu intendi ben la raxon,
Vu si n'avrì grande pensaxon <*);
Se più de prede no seri duri,
Vu vi n'avri de grande pagure W;
Si intendi questo sermone
Ke ve volio dire per raxon,
E se vu ve de ben ad intendimento,
Qualche cosa n'avivo imprende i 4 >.
Quel homo si è malo ke tropo s'ascgura
In avere grande ridiede e slare in a ventura ( 5 );
Ke F ò ve^uo ventura e grande rike^e
Ki én devenue a grande bascca.
Lo secolo è fragele e vane;
Tal g' è anco, no g' è doman ;
Zascaun devrìa pur pensare
En < 6) in ben dire et in ben fare;
E sovra li quatro pensameli te,
Ond' omo vene a salvamente.
Lo prumer si è de strapasare W;
(1) Óon pere e mele quand' io leygo.
(2) Ne avrete argomento di grande meditazione.
(3) Sono costanti le forme vernàcole di pagina per paura ,
preda per pietra, e simili.
(*) Qualche cosa ne apprenderete.
(tf) In questo luogo aventura e ventura^ com'è ripetuto nel verso
seguente, significano pròspera fortuna.
(6) Per errore dell'amanuense è scritto en per et.
(7) // primo si è quello della morte. Ancor oggi nel dialetto mi-
lanese rùstico la i di primo viene scambiata in u\ dicendosi el priim.
La voce strapasare è la stessa che l'italiana tra\mssare per morire;
noi abbiamo già visto usata dal Bescapè l' altra : traversare collo
stesso significato. 1
-=§ 1*6 <£=-
E lo segondo de resuscitare;
Lo ter£0 si è del paradiso;
Lo quarto è inferno; 90 m'e viso.
Ki penserà sovra quisti quatro,
Za no farà mortai peccato;
E quel ke no gè pensare,
Se ben el vive, mal g' avrà.
Àvemo dito de questo mundo,
E de que è fato Tomo;
E cum Xriste vene in terra
Jn la sanctissima pollila;
E cum el portò grande passion,
Per nu aver salvalion;
Àncora g' è un poco a dire;
No ve recresca del odire,
Com lo Segnor omnipoente
Zudigarà Fumana sente.
Alo ^udisio, al dì de Pira
Ke li sera de grande mina,
E li sera podestà
Forte mente acompagnià,
E la celestià ca vaiarla.
Zoe li angeli gloriusi,
Cum tuti li sancti prcliusi;
Li sera lo grande splendore,
Ki resplenderà cum fa (*) lo sol ;
La divina maiestà,
Prctiosa podestà,
Jesu Xriste possente,
Molto forte e grande mente
(1) (Mesi tutto giorno nella bocca del pòpolo lombardo coni 9 fa,
per siccome, del pari che.
-<© 1*7 £3-
Sc ponerà suso la cadrega (1) ;
E d'avanzo lu la nobel schiera,
E cureri e lubaturi l*>,
E li grangi e li menuri ( 3 >;
Oniiunca persona debia li andare
A quelo aregno genera < 4) ;
Molto tosto e prestamente .
Asemblarà tuta la (ente;
Le grande vertue dal cel vera,
In Josaphal la condurà
L'altissimo verax Dco,
Per cudigare lo bon dal reo.
Mo li sera sì grande fortuna l5)
(i) Cadrega per sedia è voce comunemente usata nel dialetto
milanese ; il vèneto dice : carega. Qui per al Irò dobbiamo interpre-
tarla per trono.
(2) Tubator chiama il Milanese il pùblico banditore, perchè fa
uso di tuba, o tromba.
(3) E % grandi e i subalterni, vale a dire: tutta la gerarchia
celeste.
(4) A quell" arringo generale. Il copista ha messa anche qui fuori
di posto la n, che dovea precèdere e non seguire la </, formando
arengo; dice vasi ancora volgarmente rengo e venga; ma questa
voce scomparve del tutto dai dialetti, dacché cessarono le concioni
popolari.
(B) Una prova evidente della prevalenza del dialetto >èneto nella
lingua scritta del sècolo XIII ci porge la frase: sarà sì grande
fortuna, ond' esprimere una tremeiula procella , mentre il Vene-
ziano distingue appunto ancora oggidì col nome di fortuna le
burrasche più pericolose e più fatali dell'Adriatico. Che tale è
quivi pure il significato di questa voce , è chiaro dai versi seguen-
ti, ove dice: che farà turbare il sole, la luna, le stelle e gli ele-
menti, ec. ec.
-*e 1*8 e>-
Turbar fena lo sol e la luna <*) ,
Le stelle del cel e li alimenti (,) ,
E Pairo e luti li firmamenti.
E ben vel dixe la Seri p tura,
Ke li apostoli avran pagura,
Quando illi vederan lo cel piegare W ,
E li archangeli an tremare.
Alo quando quili avran tremor,
Oue porà dire li pecca tor,
Ke no saran mundi ni lavai
Dali crudelissimi peccati?
Multi poran esser dolenti,
Ke là no trovaran parenti,
Ke posa Tun l'altro asconder,
Ke molto avran desi a dir ( 4) .
Oi Deo, cum seran beati
Killi, k'eran W iusli trovali !
Partir i avrà lo Segnore
Si cum fa lo bon pastore,
Ki mete le pegore da l'una parte.
E Ji capri li* mete desvarte (6) ;
K'el melerà li bon dalo lado dextro.
E li malvaxi dalo lado scnestro;
(1) In luogo di fena lèggasi farà, essendo manifesto Terrore
del copista.
(2) Qui pure in luogo di alimenti, dèvesi lèggere elementi.
(3) Piegare per piegare; cioè, quando vedranno il cielo scom-
porsi.
(K) C/ie molto avranno a pensare a sé stessi.
(») In luogo di k'eran, lèggasi ke firan o seran , vale a dire:
che saranno trovati giusti/
(6) E mette i capri in disparte.
\
_j
-<3 1*9 3>-
i
1
E si farà comandamenti,
1
Ke omiunca homo intenca queta mente
La sententia k'el voi dare,
E manifesta lo ben dal male.
1
Ki avrà fato ben. so sera,
i
E cimi eso lu lo trova rà (*);
1
Ki mal avrà fato, lo somelientc,
/
/
/
Gum eso lu el sera sempre W.
Ora arenga W Jesu Xriste
Inverso li bon dalo lado drito < 4) ,
/
E a lor dixe lo bon Segnor,
Gum grande pianeta e cum amor:
Vu, benedici!, veni a mi,
Ke vu siai li ben venui!
ì
Vegnì via alo regno meo,
Ki ve aprestado dal patre meo;
Fame e sede me vedisti,
1
1
1
Grande pietà de mi a vis ti;
Vu facisti caritae,
1
Vini e pane me deste asae;
Vu me vedisti peregrinare,
Cum esso vu me fisi stare W;
Mudo me vedisti e mal guarnido,
E ben da vui fue vestido;
Infermo me vedisti et in prexon,
(1) Chi avrà fatto del bene, sarà suo, e lo troverà sempre
stesso.
in sé
(2) Similmente chi avrà fatto il male, lo porterà sempre ,
(3) Arenga per arringa.
(h) Rivolto ai buoni dal lato destro.
%eco.
(5) Presso voi mi ricorrasi*.
-<e ino e>-
De mi portasi co m passio n
(*>:
E se eo veneva povero e nudo,
Cum alegreya fu recevudo;
Per carità m' albregasti ,
E vestimente me donasti;
Sed eo fu' infermo et amalao,
Da vu fiva ben revisitao W;
Molto n'avisi pesancoa e dolo* 3 *,
Sicum'eo fose vestro filio.
Diran li iusli ad una voxe
Là o' sera la verax croxe:
Quando te videmo, palre sancto,
Ke nu te servimo cotanto (4 >?
Dix li iusti ancora a Xristo:
Dì, Meser, quando fó questo,
Ke nu te videmo in povertà,
E ke nu te fessemo carità?
E lo Segnor dirà a loro
Humclmenle con grande amor:
Quando vedisti lo povero stare
D'avanzo vu marce clamare,
Nudo e crudo < 5 > e mal guarnido,
(!) Di me aveste compassione.
(4) S'io fui infermo ed ammalato, da voi veniva rifocillato. In
luogo di revisitao dovrebbe leggersi revisiao, cioè refiziao, come
%%ltl* oru dice il Veneziano ond' esprìmere rifocillato.
(5) Ne aveste grande afflizione e dolore. La voce pesanfoa deriva
umnlfoMamente dalla provenzale pesance che appunto significa af-
flizione, e dalla quale ebbe orìgine la voce castigliana pesadumbre.
(h) Quando avvenne, o Padre santo, che noi ti vedemmo e ti
Wimmo in tal modo?
(N) fi frase ancor viva presso i dialetti vèneti, ond'esprìmere la
iMM'IVtta indigenza d'un infelice, il dirlo: nudo e crudo.
\
-*& ibi e>-
E mal cal$ado e mal vestido,
Sostcnir fame e sede,
De lor ven fite grande marce ;
A vu ne prese pietà,
Vui li albergasi in carità;
De vostro aver ie fisti ben (*);
Et eo tal don ke a vu ne ven,
Vu seri sempre beati f
Benedicti et incoronati,
Ke quando vidisti li mei menor,
E gè fisi ben per lo meo amore W ,
Inlora lo fisi a mi insteso (3) ,
Ke (ascaun de lor era meo messo.
Mo è venuta la saxon W,
Ke vu n'avrì grande guiardon W;
Cum esso mego in lo regno meo
Sempre stari d'avanzo lo patre meo;
Li iusti pon stare onne < 6 ) in paxe;
Zo ke g'è dito mo'ge plaxe.
Zoan lo dixe, Marco et Malheo
Et anche Luca lo disipulo de Deo,
Lo rex de gloria si li a pollare,
Et a presente domandare
(i) Colle vostre sostanze li beneficaste.
(2) E li beneficaste pei* amor mio.
(3) Allora lo faceste a me medesimo.
(4) Ora è giunto il tempo. È ovvia l'affinità della voce saxon
coll'occitànica saison, che significa stagione, ed anche tempo.
(5) Anche la voce guiderdone quivi corrottamente espressa nella
parola guiardon , se è , come pare indubitato, di origine germàni-
ca , fu introdotta nella nostra lingua da parecchi sècoli.
(6) Onne per tutti, dalla voce latina omnes.
-<3 152 e»
Quili k'in dala man senestra,
Kc no fon digni de la destra.
E po' parla lo Segnore
Da lado senestro, o' è 'I dolor:
Maledici! , andàven via
In la grande tenebrìa.
Entro lo fogo eternale,
Ke sempre mai devi lì stare
Cum lo crudel inimigo,
Lo diabolo vegio antigo.
No me valse marce clamare.
Ke vu me volisi albrcgare;
Vu me vedisi afamado,
Nudo e crudo, et amalao;
Non avisi pietà,
Ke a mi fisi carità;
Vu no credisti ali mei ministri
Ke dela le?e erano magistri;
Ke ben savevano la doctrina,
Ki è veraxe medesina;
Da fare li mei comandamenti,
Vu ve ne mostresi molto linti (*>,
E mala mente si én recevui
De quili k' erano infirmi e nudi;
Vu me vedisi incarcerao,
Povero e nudo e despoliado;
Eo soffrì dolor e tormento,
Et afamao e sedolento < s) ,
(1) Nel? eseguire i miei precetti vi mostraste molto lenti. In luogo
di linti lèggasi lenti, cioè restii, come richiede anche la rima.
(2) Sedolento per assetato è voce nuova che non ha riscontro
in verun dialetto.
-<3 153 e^
Et in carcere et in prexon
Sosteni fera passion,
Et molto grande infirmità*,
De mi non avisi pietà;
No me volisi sovenir
Per uno pogie guarire li \
Responde li peccator
Con grande dolia e con tremor:
Mo' quando te videmo infal besognia (*\
Ke unca de ti non avessemo sognia (3) ?
Se altra persona nel dissese,
A nu no par k 1 el g' el credesse ( 4 > ;
Ke nu te vedescmo infirmila,
Ni soffrir necessita,
Ni quando te videmo nudo essere,
Povertà, fame e sede.
Responde lo bon Segnor,
E si dirà incontra lor:
Quando vu vedissi lo povero stero
D'avanzo vu marce clamare,
Ke a lor fasisti carità,
Vu non avisi pietà.
Ili i se reclamòn da me,
(4) Torna difficile restituire questo verso alla sua vera lezione;
pare peraltro che dèbbasi intèndere : Non mi voleste soccórrere
ond'io potessi guarire.
(2) È caràttere proprio di tutti i dialetti cispadani 1' esprìmere
la preposizione nel, o nello colle parole int'el.
(3) Sognia per cura^ dal provenzale e dal francese som, come
abbiamo altrove avvertito. V. la nota (4) a pag. 96.
(*) Se altri, fuor di te , cel dicesse > ci pare che nessuno gliel
crederebbe.
\
-<$ 4»4 $>-
Non avisi in lor marce.
Or ve n'andai, vu mala (ente,
Entro lo fogo k' è Ulto ardente.
Maledicti et blastemai
Vu stari là sempre mai,
Ke quando vedisi li minimi mei
Ke ve querivano lo ben per Deo l*\
Vu non volisi unca albregare,
Ni gè dese bever né mangiare.
Mo quando lor non albregasi
A mi medesimo lo vedasi < a) .
Lo merito ke devrì avere
In proximan Favi vedere ' 3) ;
Vu andari in fogo ardente ,
Grudel e pessimo e bollente,
In greve puca et in calor,
In tormenti et in dolor
Infimo, grande e tenebroso
Ke molto è forte et angososo.
A provo dela grande calura W
(1) Che vi chiedevano elemòsina in nome di Dio.
(5)4 me medesimo il ricusaste. Torna supèrfluo l'avvertire, come
in tutti questi verbi, olire ai tanti errori ed alle molte inesattez-
ze , il copista omettesse sempre la t, scrivendo volisi, albregasi,
vedisi, vedasi, in luogo di volisti, albregasti, vedisti, vedasti, e si-
mili, nei quali tutti ha serbata la t della flessione latina, in luogo
della e finale italiana.
(3) In breve lo vedrete. Forse deve lèggersi in proocimum, op-
pure in proximam, sott'intendendo horam.
(4) Nel contado milanese dlcesi ancora a pròv, oppure a prof,
ond' esprìmere appresso, che è appunto il significato di a provo in
questo verso del Bescapè. Ne abbiamo un esempio nel Canto XII
dell'Inferno dell'Alighieri, al verso 93, ove trovasi a pruooo pure
V
-e© ÌW Q>-
Avrì sì pessima fregiura (*),
Ke luti cridan: fogo, fogo/
E fa mai no trovarì bon logo;
E fame, e sede avrì crudel;
Ma non avrì lagie ni mei W;
Inan^e avrì diverse pene
De crudelissime cadene;
Ad un ad un siri ligai,
E molto firì marturiadi
De scorpion e de serpenti ,
E de dragon molti mordenti
Ki van per eoe e devorare < 3Ì ;
Mo si no ve poran luiare W ;
E quili marturii seran tanti,
Doli, angustie, cridi et pianti,
per appresso; ed ha egual significato la prob del Provenzale, non
che il prope dei Latini , dal quale verisimilmente tutti gli altri
derivano.
(1) Fregiura per freddo. Ho già avvertito l'uso del Lombardo di
permutare sovente le tt e le dd in ce ed in gg schiacciati. Infatti,
ancora adesso pronunciasi frèl, o frèg, per freddo. Dalle pre-
messe osservazioni la versione italiana di questo perìodo è la se-
guente : Appresso all'ardente calore avrete sì intenso freddo , che
tutti grideranno: foco , foco! Anche la voce fogo, come è scritta,
del pari che la seguente logo, ha la pura forma veneziana, mentre
il Milanese pronuncia fog, log.
(2) Abbiamo un nuovo esempio della permutazione delle Uing,
nella parola lagie per latte, che ancora adesso il pòpolo milanese
pronuncia /a*.
(3) La voce eoe è certamente storpiata dal copista, sicché torna
assai difficile indovinarne il significato , che pur dovrebbe èssere
quello di cògliere, a/ferrare.
(h) Luiare, forse per dilaniare; anche questa voce pare muti-
lata dal copista.
-<S 4B« 3>-
Ki ve para mille anni una hora <*';
E più seran nigri ka mora W
Quilli ke v'àn marturiare;
E ca mai no devri requiare < 3 >.
Or stari destrugi e malmenai ,
E data mia parte siè blasfemai.
Quand'el avrà sententiao,
Et asolvudo et condempnao ?
Et condempnao li peccatori
Entro lo fogo inferri ore,
Molto tosto è ben viaco
Gè darà lo grande screvaco < 4)
In la scuira tenebria
Cum demonii in compagnia.
In quella dura passion
No g'è più redemption!
Lasemo stare li condempnai,
K'illi seran li mal fadai;
E digemo deli asolvui;
(i) È comune ai dialetti vèneti e lombardi la frase: sembrar
mille anni un* ora, ond'esprìmere, che il tempo parrà molto lungo
per l'intensità del dolore.
(?) Siccome il copista non fece uso di lèttere majùscola, se non
per le sole iniziali d'ogni verso , così non si può determinare, se
per mora egli intenda una Negra , o Etiope, oppure il frutto del
rovo (rubus fruticosus) che spesseggia nelle nostre siepi, e che
distìnguesi col nome di mòra.
(3) Nei dialetti vèneti dlcesi ancora requiàr, nei lombardi requie,
per riposare, aver pace.
(4) Nei dialetti vèneti scravazzo significa diluvio, rovescio d'a-
qua. Pare quindi che qui debba intèndersi, che, pronunciata la fa-
tale sentenza, immantinente precipiterà lo stuolo dei peccatori nel
tenebroso regno insieme ai demonj.
-<© 157 *£-
Quilli seran li ben venui.
Vu ki m'odi et ascoltai,
Et in vostro core pensò,
E vu vorì ben odire
Zò k'el Segnore ve manda a dire;
Vu sempre mai stari con lu,
Ni ?a no sa partir da vu;
E si ve darà vita eternale
E gloria celestiale;
E de nela di ase ala paxe W
E a quilli, ke le soe ovre faxe.
In lo libro de vita li iusti si én scripti,
Et lauda da Deo e benedigli;
Cum Jesu Xriste la compagnia
UH faran l'albergarla
In lo regno resplendenle (2) ,
(1) Ho trascritto questo verso letteralmente come sta nel còdi-
ce, sebbene mi sembrasse, che debba ridursi alla lezione seguen-
te: E Deo ne la dia, se a lu plaxe^ vale a dire: E Dio ce la
conceda (la gloria celestiale), se a lui piace.
(2) Questo è l'ultimo verso del Poemetto del Bescapè serbatoci
nel còdice archintèo, o piuttosto, cóme sembra, sin qui trascrisse
il copista, né procedette oltre, sebbene appaia manifesto., che pò-
che linee dovèano mancare al compimento del medésimo. Ora ,
siccome con questo verso medésimo è terminata la pàgina , così
ad annunziare la continuazione del perìodo sospeso., trovasi a' piedi
della pàgina stessa il richiamo della prima parola del verso che
dovea seguire, che è d'awnco; ma nella pàgina che segue, in luogo
della continuazione del Poemetto, trovasi un'orazione pure in
volgare, evidentemente scritta da altra mano, e con lingua e modi
diversi, sebbene presso a poco dello stesso tempo. Nell'averso di
questa carta, che é l'ultima del còdice, dopo la preghiera 9 trò-
vansi alcune dichiarazioni scritte collo stesso caràttere della pre-
ghiera. La prima é questa :
-<© 1K8 0>-
PtV/ro da Barxegapè, ke era un fantòn,
Si à fato sto sermon.
Si compilliò e si Va scripto
Ad honor de Jesu Cristo.
Qui peraltro devo osservare , che in tutto il corso del Poemetto il
nome dell'autore è ripetutamente espresso de Barsegapè, e non
mai da come in questa nota, né colla x in luogo della s. Oltre a
ciò soggiunge, ch % era un fantòn; e poiché fantòn é voce strana,
priva di significato, dobbiamo lèggere santòn, cioè, ch'era un san-
t'uomo; ciò mostrerebbe chiaramente, che l'autore era già morto,
quando fu scritta questa dichiarazione, e che quindi non può in
verun modo èssergli attribuita. Se l' Argelati , che pel primo fece
menzione di quésto còdice , ed il Giulini che appuntò l' errore
della data, avessero avvertita e l'imperfezione del Poemetto, e la
scrittura diversa delle ùltime due pàgine, ed il vero significato di
questa nota, ne avrebbero dato certamente un diverso giudizio.
La seconda dichiarazione, a differenza della prima, che risguarda
l'autore del Poemetto, si riferisce al tempo in cui il còdice fu
trascritto , ed è la seguente :
In mille duxento sexanta e quattro
Questo libro si fò fato.
Et de junio si era lo prumer dì
Quando questo dito se fenir;
Et era in secunda diction
In un venerdì a bussando lo sol.
Ilo già avvertito nella Prefazione V errore dell' amanuense che
scrisse sessanta in luogo di settanta, giacché solo l'anno 4974 con-
corda colla indizione e col giorno e mese indicati. Aggiungerò ora,
che questa data si riferisce al tempo in cui il còdice fu scritto., e
non già al tempo in cui fu dettato il Poemetto dall' autore > il
quale, come consta dalla prima nota, non era già più. E quindi ne
viene , che l'età del Poemetto risale ancora verso , e forse avanti
la metà del sècolo XIII.
DE LE
ZINQUANTA CORTEXIE DA TAVOLA
DE FRA BONVEXINO DA RIVA
ra bon Vexino da Riva, che siete in borgo Legniano
De le cortexie da descho ne dixe primano (');
De le cortexie cinquanta che se den servare a descho (*)
Fra bon Vexino da Riva ne parla mo' de frescho.
(1) Pare indubitato, che l'autore dettasse anteriormente in la-
tino un breve trattato sui modi urbani da osservarsi a mensa , e
che avvisasse poi di volgarizzarlo in questo poemetto. Perciò in-
comincia dicendo : Fra Buonvicino da Riva die dimorò nel borgo
di Legnano, trattò pel primo dei modi urbani che dèvonsi serbare
a desco, ed ora ne parla nuovamente. La frase de fresco ond'esprl-
mere nuovamente è propria di tutti i dialetti vèneti e lombardi, i
quali più spesso la usano ad esprìmere testé, poco fa, sebbene di-
cano rinfrescar, rinfresca per rimiovare, ripètere.
(2) Ho avvertito nella Prefazione, come i manoscritti dell'Am-
brosiana, dai quali questo componimento fu tratto, appartengano
al sècolo XV, e siano quindi posteriori di due sècoli incirca all'o-
riginale. Egli è perciò appunto, che troviamo meno frequenti alcuni
segni ortogràfici proprj del sècolo XIII , tra i quali il A: a rappre-
sentare il suono duro della e , ed in sua vece le eh poste inanzi
a tutte le vocali senza distinzione.
44
-<© 462 S>-
La primiera è questa : che quando tu è a mensa e ,
Del povero bexognoxo imprimamente inpensa;
Che quando tu pasci lo povero, tu pasci lo tó Segnore,
Che te passerà, poxe la toa morte, in Io eternai dolzore {i \
La cortexia segonda: se tu sporze aqua alle man,
Adornamente la sporze; guarda no sia vilan ;
Asay ghe ne sporze, no tropo, quando el è tempo d'estae;
D'inverno per lo fregio in pizina quantitae ( 3 *.
La terza cortexia si è : no si tropo presto
De corre senza parola per asetare (*) al descho ;
Se alchun te invida a noxe, anze che tu sie asetato,
Per ti no prende quello axio , d'onde tu fuzi deschazato < 5 \
(1) Anche il Buonvicino, come il Bescapè, scrive tu è, per tu sei,
serbando la radice latina quale si pronuncia dai Provenzali e dai
Francesi.
(2) Ho avvertito a pag. 70, nota (8), come nel poemetto del
Bescapè , i soli artìcoli ivi usati siano lo e la, non essendovi trac-
cia dell'artìcolo t7; la stessa osservazione devo ripètere nei com-
ponimenti del Buonvicino, in prova di quanto ho asserito nella
Prefazione , che cioè per l'uniformità delle voci e delle flessioni
la lingua degli scrittori di quel tempo era modellata sopra un tipo
convenzionale sanzionato nell' Italia cispadana, ciò che, ben più che
dalla identità degli artìcoli, apparirà manifesto dai suceessiviraffronti.
(5) L'influenza del dialetto veneziano è resa qui manifesta dalla
terminazione delle voci quantitae, estae; ciò nullostante sono egual-
mente chiari i caràtteri distintivi del dialetto lombardo nelle voci
fregio per freddo, segonda per seconda, poxe per dopo, non che
nelle molte che verrò mano mano appuntando.
(4) Seta per sedere è voce milanese ancora viva.
(K) Pria di sedere, non devi scegliere un posto, dal quale po-
tresti èssere scacciato. La voce axio per posto, o seggio, non ha
riscontro preciso in verun dialetto. Nei vèneti per altro asio signi-
fica: ritiratevi, sgombrate, fate posto. É chiaro, che deriva dalla
voce italiana agio, agiatezza. *
-*$ 165 3=~
L oltra è (*) : Anze che tu prendi lo cibo aparegiao
Per ti , over per tò mayore, fa si ch'el sie segniao <*'.
Tropo è gordo e vilan (3), e incontra Cristo malegna
Lo quale alli oltri guarda, ni lo so condugio ( 4 > no segna.
La cortexia zinquena: sta aconzamente al descho,
Cortexe, adorno , alegro , e confortoxo e frescho;
No di' sta convitoroxo, ni gramo, ni travachao t 5 >;
Ni con le gambe in croxe, ni torto, ni apodiao.
(1) Oltra per altra è proprio del dialetto milanese e di altri lombardi.
(3) Qui troviamo le terminazioni vènete dei participi già avver-
tite nel componimento del Bescapè„ e ripetute in tutto il corso
del presente. Quanto all'interpretazione di questi due versi, pare
che l'Autore., dopo di avere nel precedente quadernàrio avvertito,
quanto sia disdicèvole ad un convitato il sedersi a mensa , prima
che gli venga indicalo il posto assegnatogli , giacché incorre-
rebbe nel pericolo d'essere rimandato ad altro seggio, voglia ri-
pètere in questo il medésimo precetto, sotto altra forma , ond' e-
vitare la taccia d' ingordigia , dicendo : Prima di prèndere il cibo
apprestato per te, o pel tuo superiore , fa ch'egli venga assegnato.
(5) Troppo è ingordo ed inurbano. La voce gordo , a gord è
ancora viva nel dialetto milanese ; ma solo a dinotare buon peso ,
o meglio soverchio.
(4) La voce condugio è strana e nuova, sicché farebbe d'uopo
indovinarne il significato , che dal contesto del perìodo dev'èssere
pietanza, cibo, o simile. Se non che troviamo nel Glossario del
Du Cange la voce condulium, non che l'altra condwtus che ne
conferma l'interpretazione. Conductus, ivi si legge., cibus ad com-
munem refectionem appositus. Vèggansi le relative citazioni nel
Glossarium ad scrìptores medito et infinito latinitatis. Ecco adun-
que un'altra voce nostrale caduta in oblivione.
(B) Non devi stare a mensa pensieroso, triste, né sdrajato. Il si-
gnificato della voce convitoroxo, strana e nuova per noi, si deduce
dagli aggettivi precedenti, ai quali dev'èssere opposto. Travacao
per sdrajato è voce pretta veneziana , del pari che la frase se-
guente: con le gambe in croxe.
-^ 104 &>-
La cortexia sexena: da poy che l'omo se fiada (*•,
Sia cortexe do apodiasse sovra la mensa bandia (*);
Chi fa dra mensa podio < 3 ), quello homo non è cortexe ,
Quando el gh'apodia le gambe, over ghe ten le braze destexe (*\
La cortexia setena si è : in tuta zente ( 5 )
No tropo mangiare, ni pocho; ma temperadamente ;
(1) Mentre l'uomo si riposa; vaie a dire, nell'intervallo fra un
cibo e l'altro, in cui si sospende il mangiare ; fiadà o fiadàr per
riposare, prender fiato, è voce comune ai dialetti lombardi e vèneti.
(2) jébbicuradinon appoggiarti sulla mensa imbandita. Anche
la voce bandia, del pari che la sua terminazione, è pretta veneziana.
(5) Chi fa della mensa appoggio. Non dobbiamo lasciare inav-
vertilo l'artìcolo dra, del quale abbiamo trovato altro esempio a
pag. 00 nel Bescapè. Quell'unico esempio isolato c'indusse a du-
bitare , non fosse per avventura un nuovo errore del copista ; ma
trovandolo ora qui ripetuto, ed in più luoghi, come vedrassi in
sèguito^ non è più lecito dubitare, che gli articoli ro e ra fossero
propri un tempo del dialetto milanese dal quale già da sècoli
scomparvero. Se ora ci facciamo a considerare, che gli stessi ar-
ticoli èrano usati, non ha guarì, da tutti i dialetti parlati nelle re-
gioni del Verbano e del Ticino, presso alcuni de' quali tutt'ora si
conservano; che sono ancora vivi in quasi tutti i dialetti monferrini
e liguri , presso i quali vanno pure a poco a poco dileguando; sa-
remo costretti a conchiùdere , che un qualche nesso collegava an-
ticamente le favelle -dei vari pòpoli diffusi in quelle regioni.
(4) Nell'interpretare i segni ortogràfici convenzionali del Còdice
Arcbinteo ho avvertito , come la voce gè, la quale ora significa vi
ossia ivi, ed ora gli, o le, o loro, si dovesse pronunciare sempre
col suono duro, come se fosse scritto ghe, osservando, che l'uso
d'aggiùngere Vh alla g, onde esprimerne quel suono, a quel tempo
non era ancora generalmente sanzionato. Ora a conferma di quella
mia asserzione troviamo sempre nei manoscritti dell' Ambrosiana ,
che appartengono a tempi posteriori , la stessa voce glie coli' h
interposta, ciò che prova, che deve sempre pronunciarsi col
suono duro.
(5) In tuta zente, vale a dire : a ciascuno conviene.
-<e 16» s>-
Quello homo on ch'el se sia ( r >, che mangia tropo, ni poeho,
No vego quentro prò (*) ghe sia al'anima, ni al corpo.
La cortexia ogena si è : che Deo n' acrescha ,
No tropo imple la bocha, ni tropo mangia inpressa (3;;
Lo gordo che mangia inpressa, e che mangia a bocha piena,
Quando el fisse apellavo , no ve responde apena.
La cortexia novena si è: a pocho parlare,
Et a te ni re pox quello che l'à tolegio a fare (*J;
Che T omo tan fin eh' el mangia , s' el usa tropo a dire ,
Le ferguie fora dra bocha sovenzo pon insire i*\
La cortexia dexena si è : quando tu è sede («) ,
Travonde inanze lo cibo , e furbe la bocha, e beve ( 7 >.
(1) On ch'el se sia per chiunque egli sia.
(3) Quentro prò 9 , ossia: di quanto giovamento. La voce quentro
pare alterata dalla negligenza del copista.
(3) Non riempi troppo la bocca, né mangia troppo in fretta. La
voce imple serba la pura forma imperativa latina ; mentre la voce
m pressa è pretta veneziana.
(4) Ed attèndere a quello che imprese a fare. Letteralmente si-
gnifica: E tener dietro (badare) a quello eh' Im tolto a fare.
(5) Sovente le brtcciole possono escir fuori dalla bocca. In que-
sto verso abbiamo un nuovo esempio dell'artìcolo ra in caso abla-
tivo. Ferguie per brìcciole è voce milanese ancor viva, come pure
sovenzo è tuttora usata nel contado.
(•) Quando luti sete Lo stesso verbo tu è, che trovammo usato
per tu sei,, è qui adoperato ad esprimere anche tu hai, come
presso il Bescapè.
(7) Trangugia prima il cibo, indi forbisci la bocca e bevi. Il
verbo travòndere per trangugiare merita speciale osservazione.
Come pure è da avvertire la terminazione imperativa latina in e
in tutti i verbi travonde, furbe, beve, che l'italiano termina in ».
-<« 166 e=-
Lo gordo che beve inpressa, inanze ch'el voja la chana (*>;
Af oltro fa fastidio che beve sego in compagnia.
(i) Pria die vuoti il gorgozzule. Il verbo vojà per vuotare è
proprio del dialetto milanese , come pure cuna per gorgozzule*
intendendosi le canne della gola.
(2) Non pòrgere la coppa all'altro, quand'egli vi può attìngere,
a meno ch'egli non tei richiedesse. Io questo periodo riscontriamo
voci e maniere di dire di speciosa eleganza, quali sono: porger la
coppa per offrir da bere; attìngere per arrivare, raggiùngere;
fare accorto per chièdere, dimandare.
(3) In questo verso, che è tutto in puro dialetto veneziano, quale
è tuttavia parlato, dobbiamo avvertire la frase VA de mete zoxo,
ond'esprìmere : deve deporlo. Questa maniera di rappresentare il
verbo dovere è comune a tutti i dialetti dell'alta Italia, ciascuno
dei quali colle rispettive sue voci dice letteralmente : io ho da
andare, tu hai da scrìvere, egli ha da pagare, ond'esprìmere: io
devo andare, tu devi scrìvere, egli deve pagare; per modo che al
verbo avere va sempre sott' intesa la voce dovere, bisogno od al-
tretale. Ho avvertito questo modo peculiare dei dialetti, come
quello , che nulla ha di comune colla lingua italiana scritta , né
colla latina.
(*) Gli infiniti dei verbi sono sempre mutilati dell* ùltima silla-
ba, come abbiamo notato presso il Bescapè; cosi troviamo qui
beve per bèvere, e più sopra rezeve, prende, per ricévere, prèndere.
E la undexena è quésta: no sporze la copa al' olirò, j
Quando el ghe pò atenze, s' el no te fesse acorto (');
Zaschuno homo prenda la copa quando ghe plaxe; i
E quando el l'à beudo , l'à de mete zoxo in paxe ( 3 >. j
i
La dodexena è questa: quando tu di' prende la copa, j
Con dove mane la rezeve , e ben te furbe la bocha; !
Con l'unaconzamente no se pò la ben receve;
Azò ch'el vino no se spanda , con doe mane di' beve (". '
-<£ 167 £>-
La tredexena è questa : se ben tu no voy beve,
S' alchun te sporze la copa, sempre la di' rezeve W;
Quando tu Yk receuda, ben tosto la pò mete via;
Over sporze a un* altro eh' è lego in compagnia (*'.
L'oltra che segue è questa: quando tu è alli convivi,
Onde si à bon vin in descho, guarda che tu no t'invrie < 3 ;
Che se invria malamente (*), in tre maynere offende;
El noxe al corpo e al' anima, e perde lo vin ch'el spende ( 5> .
La quindexeua è questa: seben vermi ariva,
No leva in pè l 6 > dal descho, se grande cason no ghe sia;
Tan fin tu mangi al descho w>, non di' moverse inlora ,
Per amore de fare careze a quilli che te veraveno sovra w.
(1) È pure da notarsi la costanza colla quale non solo nel verbo
ricevere, ma in molte altre voci, al suono schiacciato della e è
qui sostituito lo z, ciò che è proprietà distintiva del dialetto ve-
neziano., come: Gonzamente, azò, rezever, zercar, zinquanta, per
acconciamente, acciò, ricevere, cercare, cinquanta, e simili.
(2) 1 due verbi mete e sporze sono di modo indefinito , comec-
ché tronchi, in luogo di méttere e pòrgere.
(3) Abbi cara di non ubriacarti. La voce invriase è manifesta
corruzione dell' italiana inebriarsi.
(4) In luogo di che lèggasi chi, come il senso richiede: Chi si
inebria stoltamente, offende in tre modi.
(5) Il verbo spèndere è qui adoperato nel senso di sciupare, dis-
sipare.
(6) In pè per in piedi è la sòlita maniera lombarda ancora viva,
da noi altrove avvertita.
(7) Finché tu mangi a mensa. Il Lombardo dice: fin a tant che
ond' esprìmere finché.
(8) Per far lieta accoglienza a quelli che sopravenìssero. In
questo verso troviamo alquante maniere caratteristiche dei dialetti
vèneti , e sono : per amore ond' esprìmere : affine di, onde, o per.
La stessa frase talvolta significa eziandìo a motivo di, per cagione
-<© 4 68 S^-
La sedexena apresso con veritae (*) :
No sorbilar dra bocha quando tu mangi con cugial (*);
Quello fa sicom bestia, chi con cugial sor bilia;
Chi doncha ( 3 ) à questa usanza, ben fa s'el se dispolia.
La desetena apresso si è: quando tu stranude (*),
Over ch'el te prende la tosse, guarda con tu lavori ( 5 )
In olirà parte te volze, ed è cortexia inpensa (*),
Azò che dra sariva no zesse sor la mensa ( 7t .
La desogena è questa: quando Tomo sente ben sano.
No faza onde el se sia del companadego pan;
di, come : no son vegnudo per amor del tempo; vale a dire: non
sono venuto per cagion del tempo. Altra maniera vèneta si è far
carezze per bene accògliere, come pure veràveno per verrebbero,
che è modo esclusivamente veneziano già usato più volte anche
dal Bescapè.
(1) In questo verso il copista ha dimenticato la parte principale
della proposizione, che è il verbo , e forse qualche altra voce.
(2) Non sorbire con la bocca quando mangi col cucchiajo. Non
lascerò d'avvertire un nuovo esempio dell'articolo ra.
(3) Donca per dunque è ancora vivo nel dialetto veneziano, ed
in molti luoghi di contado.
(K) Così il Vèneto, come il Lombardo pronunciano ancora stra-
nudar, o stranudà, per starnutare.
(5) Forse significa: procura colle tue labra di volgerti altrove.
Il Veronese ed il Veneziano dicono lutt'ora lavri per labra.
(6) E pensa, die è urbanità.
(7) Acciocclve parte della saliva non cada sulla mensa, in que-
sto verso troviamo novelle prove della simiglianza tra la lingua
del bescapè e quella del Buonvicino. Oltre alla ripetizione dell'ar-
tìcolo ra, troviamo la permutazione della lèttera / in r, frequente
nel dialetto milanese, nella voce sariva per saliva; e nella voce
tesse la medésima modificazione del verbo gire, che abbiamo più
volte avvertito nel precedente poemetto.
L
-^ 160 e»
Quello eh' è lechardo de carne, over d'ove, over de formagio,
Anche n'abielo d'avanzo, perzò no de '1 fa stragio l*).
La dexnovena è questa: no blasma li condógi (*>
Quando tu è alli convivi; ma di, che l'in bon tugi l3) .
In questa rea usanza multi homini ò za trovao,
Digando : questo è mal cogtOj o questo è mal salao ( 4 \
E la XX." è questa: ale toe menestre atende;
Entre altru'no guarda, se no forse per imprende
Lo menistranlc, s'el ghe manca ben de guarda per tuto;
Mal s'el no menestresse clave e se lovo è bruto ( B \
La XXL" è questa: no mastrulare (6 ) per tuto
Como avesse carne, over ove, over semiante condugio;
Chi volze, over chi mastrulia sur lo taliere zerchando,
È bruto, e fa fastidio al compagnon mangiando.
(i) ancorché n'abbia di troppo, non dee perciò farne sciupo.
Qui è da notarsi la frase fa stragio per sciupare, dissipare, la quale
ha molta affinità colla milanese trasà, di eguale significazione.
(2) Non biasimare le pietanze. Per ciò che risguarda la voce
condugi, V. la nota (4) a pag. 163.
(3) Ma dì, che sono tutte buone. Il dialetto milanese è qui ma-
nifesto nelle voci in per sono, tugi per tutti.
(*) A nuova conferma della prevalente influenza del dialetto
vèneto nella lingua degli scrittori lombardi di quest' època , tro-
viamo qui le stesse voci e forme vènete che abbiamo appuntato
nel Bescapè, quali sono: za per già, digando per dicendo, oltre
alla terminazione ào nei participi trovao, salào.
(») Le voci clave e lovo, che a mio avviso furono alterate dal-
l'imperizia del copista, mi rèsero impossìbile la certa interpreta-
zione di questo verso.
(6) Mastrulare qui significa rimestare, métter sossopra i cibi
nel tagliere, scegliendo il miglior boccone per sé.
-<$ 170 e>-
La XXII." è questa*: no te rezc vilanamente IO ;
Se tu mangi con verun d' uno pan comunaraente ,
Talia lo pan per ordine, no va taliando per tu lo;
No va taliando da le parte, se tu no voy essere bruto.
La XXIII.* : no di' roetere pan in vino (*•,
Se tego d'un napo medesrao bevesse Fra Bon Vexino;
Chi vole peschare entro vin, bevando d'un napo conmego,
Per meo grao, se eyo poesse, no bevereve consego ( 3 \
La XX1III.* è : no mete in parte per mezo Io compagnon ")
Ni grelin , ni squela ^ ] , se no ghe fosse gran raxon;
Over grelin , over squela se tu voy mete inparte ,
Per mezo li Io di' mele pur da la toa parte (•).
La XXV.* è : chi fosse con femene sovra un talier mangiando,
La carne a se e a lor ghe debia esser taliata;
(1) Non ti mostrare inurbano.
(2) Non devi mettere il pane nel pino.
(3) Per mia fé, s'io potessi, non terrei seco. La voce grao per
grado, volere è ancora usata nel dialetto vèneto, del quale pure è
esclusivamente propria la forma beverave per berrei. È poi ancora
da notarsi in questi due versi il pleonasmo conmego, consego, che
abbiamo avvertito eziandio nel Bescapè, in luogo di meco, seco.
(4) Non deporre inanzi al compagno.
(tt ) Il Veneziano designa col nome di grèla o graéla la graticola,
e con quello di scuòla, la scodella. Di qui si vede, che ai tempi
del Buonvicino il Galateo permetteva che si ponessero sulla mensa
la gratìcola e le stoviglie di cucina che aveano servito alla con-
fezione delle vivande, poiché segue dicendo: Se tu vuoi tenere in
serbo la gratìcola, oppure la scodella , devi porla a te d* inanzi ,
dalla tua parte.
(0) Ti lo dì mete, per lo devi méttere, è forma veneziana.
-<© 174 e>-
Lo homo de' più esse intento, più presto e honoreure,
Che no de 1 per raxon la femena agonzente («).
La XXVI.* è questa: de grande bontà inpensa <* ,
Quando lo tò bon amigo mangia alla ioa mensa ;
Se tu talie carne, over pesso, over oltre bone pitanze o ,
De la più bella parte ghe debie cerne inanze t 4 '.
La XXVII.* è questa: no di' tropo agrezare ( 5 )
L'amigo a caxa tova de beve, ni de mangiare;
Ben di' tu receve T amigo e Targhe bella cera,
E darghe ben da spende ( 6 ) e consolare voluntera.
La XXVIII. è questa: apresso grande homo mangiando,
Astalete de mangiare tan fin che Tè Levando 1 7 );
Mangiando aprcsso d'un vescho i*\ tan fin ch'el beve dra copa,
Usanza drita prende; no mastegare dra bocha < 9) .
(4) La voce agonzente è per me nuova e sconosciuta, e forse
malamente riprodotta dal copista.
(3) Pensa, eli 9 è grande bontà, quando, ec.
(3) *Se tagli carne, pesce od altre buone pietanze.
(4) Devi anzi tutto scegliere la miglior parte pel tuo convitato.
Quivi l'autore fa uso della radice latina cernere per scégliere.
(5) Non devi stimolare troppo l'amico in tua casa a bere , né a
mangiare. Lo strano verbo agrezare per eccitare, affrettare è pro-
prio del Milanese, che dice agrezà. Anche i dialetti bresciano e
mantovano usano la voce grezàr colla stessa significazione.
(0) Ho avvertito alla nota (5) pag. 167, come il verbo spèndere
fosse in quel luogo adoperato nel senso di sciupare; quivi con lieve
modificazione significa : dagli da mangiare e da bere in abondanza.
(7) Sospendi di mangiare sinché egli beve. Anche il verbo attu-
tarsi per sostare, sospèndere fu da noi avvertito nel poemetto del
Bescapè, come voce affatto perduta. V. la nota (3) a pag. 4 40.
(8) Quel medésimo precetto che fu dato a chi mangia presso un
Grande, è qui ripetuto per chi mangia presso un véscovo.
(0) Avvertasi l'uso dell'articolo ra nei nomi dra copa, dra boca.
-*$ 472 e>-
La XXVIIII.' è questa: se grande homo è da provo (*).
No di' beve sego a una hora , anze ghe di' dà logo (');
Chi fosse a provo d'un vescho, tan fin ch'el be vera ve,
No di* leva lo so napo, over chel vargarave W.
E la trentena è questa: che serve, abia neteza ( 4 );
No faza in lo prexente ni spuda , ni bruteza 1 5 );
Al' homo tan fin chel mangia, più tosto fa fastidio;
No pò tropo esse neto chi serve a uno convivio (*'.
Pox la XXX." è questa: zaschun cortese donzello
Che se vore monda lo naxo, con li drapi se faza bello ( 7 );
(1) Se un personaggio distinto ti è vicino. La voce da provo è
propria del dialetto milanese, che dice ancora adesso a prof, per
esprìmere appresso, vicino.
(2) Non dei ber seco ad un tempo , ma aspettare ch'egli abbia
finito. È sémplice ed espressiva la frase: ad un 9 ora, per espri-
mere nel medésimo istante; come pure l'altra: devi dargli luogo,
per aspettare.
(3) Chi fosse presso ad un véscovo, non dee levare la sua tazza,
finché egli beverebbe, o verserebbe. Ommettendo di riprodurre più
oltre la osservazione sulla terminazione vèneta dei verbi bevérave,
vargarave, avvertirò piuttosto, come quest'ultimo, che corrisponde
air italiano varcare, nel senso di sorpassare, sormontare, equivale
in questo luogo a spàndere per eccesso di liquore. È pur da no-
tarsi la voce napo per tazza, che altrove esprime con copa, voci
ormai serbate all'italiana poesia.
(4) In luogo di che lèggasi chi, e si avrà la concisa sentenza:
chi serve, sia pulito.
(5) Non faccia all'altrui presenza né sputo, né altra sozzura.
(6) Anche la sentenza espressa in questo verso non può èssere
né più espressiva, né più vera, cioè: Non può èssere troppo netto
chi serve ad un convito.
(7) Ogni gióvane educato che vuole pulirsi il naso, lo pulisca
coi pannilini. È invero meritévole d'osservazione la scelta delle
voci usate dal Buon vicino, che si può dire perciò le scrittore eie-
-^ 173 &~
Chi mangia, over chi menestra, no de' sofia con le die (*>;
Con li drapi da pey se monda vostra cortexia (*\
I/oltra che veo è questa ( 3 ); le toe man siano ne te;
Ni le die entro le o regie, ni le man sul cho di' mete (*);
No de* Tomo che mangia habere nudritura,
À berdugare con le die in parte, onde sia sozura (*).
gante del suo tempo. Tali sono : donzello, per giocane,, o piuttosto
per famiglio, che fa riscontro alla voce donzella per ancella usata
dal Bescapè, e tutt'ora viva nel dialetto milanese; cortese per edu-
cato, mondare per pulire, drappo per pannolino, farsi bello per
pulirsi; voci tutte, che per proprietà e purezza ben si addirebbero
anche adesso a qualunque purgato scrittore. Ciò non pertanto an-
che in onta alla scelta delle voci l'autore ci rivela la sua orìgine
lombarda nel verbo vore per vuole, permutando la / in r, alla fog-
gia del Milanese, che dice appunto vór.
(1) Chi mangia, o chi minestra non dee pulirsi colle dita. Notisi,
come in questo caso, in luogo del verbo mondare l'Autore faccia
uso del verbo sofia (soffiare), che è proprio del dialetto milanese.
E pure da avvertirsi, come il plurale del nome dito sia femminile,
mentre in tutti i dialetti lombardi e vèneti è maschile.
(2) Piacciavi pulirvi coi panni dei piedi. Se reca sorpresa lo
scòrgere ai tempi del Buonvicino persone civili alle quali facea
d'uopo insegnare, èssere cosa sconcia il pulire il naso colle dita,
non è meno ripugnante, né meno sconcio il precetto, di valersi a
tal uopo de' pannilini coi quali si ra\volgè>ano, o s'asciugavano i
piedi. Il qual precetto ci attesta, che a quel tempo non era ancora
introdotto l'uso del moccichino, e forse neppur quello delle calze 1
(3) Uoltra che ven è pura forma milanese, e significa: la se-
guente.
(*) Non devi méttere uè le dita entro gli orecchi, né le mani sul
capo. Anche le voci oregie e co sono milanesi.
(8) In questi ùltimi due versi riscontriamo due voci strane, seb-
bene derivate dai dialetti parlati, e sono: nudritura e berdugare.
lì Milanese dice ancora nudregà, per cavare le cose entro, nel senso
di astèrgere, pulire; di qui pare derivata appunto la voce nudri-
tura che significa pulitura. Similmente è viva presso il vicino dia-
-^ 17* $>-
La terza poxe la XXX." : no brancorar con le man ,
Tan fin tu mangi al descho, ni gate, ni can (*);
No è lecito allo corlexe a brancorare li bruti
Con le man, con le que W al tocha li condugi.
L' oltra è : tan fin tu mangi con homini cognosenti ,
No mete le die in bocha per descolzare li dingi < 3> .
Chi caza le die in bocha , anze che l' abia mangiao ( 4) ,
Sur lo talier conmcgo no mangia per me grao.
La quinta poxe la trenta: tu no di' lenze le die ( & );
Le die chi le caza in bocha brutamente furbe;
letto piacentino la voce bardiigà per frugare, stropicciare, che ap-
punto è quivi il significato di berdugare, voce ornai scomparsa dai
dialetti lombardi. Quindi la versione italiana di questi due vqrsi è
la seguente: L'uomo che mangia non deve pulirti frugando con le
dita in parti sozze.
(1) Finché tu mangi a mensa, non devi stropicciar con le mani
gatto, né cane. Nel verbo brancorar, che significa palpeggiare, veg-
giamo ripètersi la permutazione della l in r, corrispondendo all'ita-
liano brancolare.
(2) Que per quali, forse dal latino quce.
(3) Non méttere le dita in bocca per curare li denti. Il verbo
descolzare 6 proprio del dialetto milanese rùstico, il quale dice
descolzà per scavare, sradicare le piante, e quindi per similitùdine
qui significa : scavare le brìcciole impacciate fra i denti. Anche la
permutazione della t in g nel nome denti è propria del Milanese
che pronuncia i denfj.
(h) Qui tutto è veneziano, così la frase cazàr le die in boca per
méttere le dita in bocca, come cazàr per cacciare, mangiào per
mangiato.
(8) Non devi bagnare le dita. S* intende pulirle leccandole colla
lingua. Ed ecco un verbo nuovo, lenzare f del quale non rimane
vestigio nella lingua, o nel dialetto. Solo in quest'ultimo, e pro-
priamente nel milanese, troviamo slenza per aqna dirotta. Bensì
-*& 17» e>-
Quello homo che se caza in bocha le die inpastruliale <*\
Le die no én più ne te, anze son più brute (*).
La sesta cortexia poxe la trenta:
S'el te fa mcstere parla l3) , no parla a bocha piena;
Chi parla, e chi responde, se l'à piena la bocha,
Àpena eh' el possa laniare negota (".
Poxe questa ven quest'oltra: tan fin ch'el compagno
Avrà lo napo alla bocha, no ghe fa domando,
Se ben tu lo vo' apelare; de zò te fazo avezudo < 5 >;
No l'impagià, daghe logo tan fin che l'avrà beudo (•*.
riscontriamo lo stesso verbo col significato di bagnare nel Voca-
bolario della lingua furbesca, da me publicato nel mio Saggio
sulle lingue furbesche; e siccome è noto, che i mariuoli nel loro
gergo introdussero molte voci antiquate, cosi possiamo crédere,
che anche lenza) e abbia appartenuto un tempo al nostro dialetto,
il quale ne serba il derivato slenza.
(i) Le dita impiastricciate.
(2) Le dita non sono pia nette, anzi più sporche. Ecco un nuovo
esempio della voce èn per sono, derivata dall'antica enno italiana,
e corrispondente alla in milanese.
(5) Qui abbiamo un chiaro esempio dei verbo far di mestieri,
per aver d'uopo, èsser necessario; così pure dell'infinito mutilato
dell'ultima sìllaba, nel verbo parla, come è proprio del dialetto
milanese.
(4) Se ha la bocca piena, a stento può articolare (balbettare)
qualche voce. Il verbo laniare in questo senso non ha verun riscon-
tro nei dialetti; bensì la voce negota è pretta lombarda, e sebbene
propriamente significhi nulla, niente, pure talvolta si adopera ad
esprìmere alcun che, qualche cosa.
(8) Di ciò ti ammonisco. Notisi la frase fare avveduto, per am-
monire.
(6) Non l'impacciare, aspetta sincliè avrà bevuto.
-*S 176 e>-
La XXXVIII. a è questa: no recuntare ree novelle (0,
Àzò che quilli ch'in lego, no mangiano con recore (*);
Tau fin che li oltri mangiano, no di nove angosoxe (*);
Ma taxe , over di parole che siano confortoxe.
L'oltra che segue è questa : se tu mangi con persone,
No fa remore, ni tapie, se ben gh' avise raxone (*);
S'alchun de li toy vargasse, passa olirà fin a tempo ( 5 J,
Azò che quilli ch'in tego, no abiano turbamento.
L'oltra è: se dolia te prende de qualche infirmitade,
Al più tu poy conprime ( 6 ) la toa necesitade ;
Se mal te senti al descho, no demostrà la pena;
Che tu no fazi recore a quilli che mangiano tego insema.
Pox quella ven quest'oltra: se entro mangiai vegisse
Qualche sghivosa cossa, ai oltri no desisse < 7 );
Over moscha, over qual sozura entro mangiai vezando (*),
Taxe , ch'eli no abiano sghivo al descho mangiando.
(i) La voce ree per tristi, cattive, trovasi ancora nel Bescapè.
(2) Accioccliè quelli che sono teco non mangino con rammà-
rico. La voce recore corrisponde all'italiana rancore.
(3) Qui ripete con altre parole la precedente sentenza: Finché
gli altri mangiano non dire nuove angosciose.
(k) Non far rumore né ciarle , quand'anche tu avessi ragione.
La voce tapie può avere egualmente riscontro nella milanese tape-
là, cicalare, ciarlare, come nella francese tapage, strèpito, baccano.
(8) Se alcun de* tuoi trascendesse, lascia córrere sino a tempo oppor-
tuno. Ecco un nuovo esempio del verbo varcare, in senso figurato.
(6) Quanto più puoi, reprimi (o soffoca) il tuo dolore.
(7) Se tu vedessi alcuna cosa schifosa entro le vivande, non dirlo
agli altri.
(8) Nella parola vezando per vedendo, si riscontrano le stesse
forme appuntate nel Bescapè, quali sono: le permutazioni della d
in f o z , e della e in a.
-<s 177 a>-
L'olirà è: se tu porte squelle al descho per servire,
Sur la riva dra squella le porexe di' lenire (0:
Se tu apili le squelle cor porexe sur la riva (*),
Tu le poy mete zoxo in so logo senza oltro che t' ayda (*\
La terza poxe la quaranta è : se tu sporzi la copa ,
La sumità del napo col polexe may no tocha;
Àpilia Io napo de soto , e sporze con una man ;
Chi ten per altra via, pò fl digio, che sia vilan W.
La quarta poxe la quaranta si è : chi voi odire:
Ni grelin, ni squelle, ni '1 napo no di' trop' inplire;
Mesura e modo de esse in tute le cosse che sia ( 5 );
Chi oltra zò vargasse, no ave fa cortexia ( 6) .
(1) Devi tenere il pòllice sull'orlo della scodella. La voce riva
per orlo è comune a quasi tutti i dialetti. In questo verso poi tro-
viamo una nuova permutazione della / in r nella voce porexe per
pòllice.
(2) Il verbo apili per prendi, pigli* trovasi sempre espresso in
questa forma appigliare, che sembra èssere la primitiva. In questo
verso troviamo ancora un esempio dell'artìcolo maschile ro con-
tratto nella preposizione cor.
(3) Tu puoi deporlo senz'altro che t'ajuti. Il verbo aydar è molto
affine al francese aider.
(h) È invero meritévole d' osservazione la distinzione fatta dal-
l'autore tra il modo con cui dev' èssere tenuta la scodella, e quello
della coppa , conchiudendo con questa sentenza : Chi la tiene altri-
menti, può èssere detto villano. A provare l'analogia tra la lingua
del Bescapè e quella del Buonvicino , abbiamo qui ancora la frase
fi digio per èsser detto.
(5) Fi dev'èssere modo in ogni cosa. Questo verso del Buonvi-
cino è appunto la versione letterale dell' est modus in rebus d'O-
razio.
(6) Chi eccedesse ; non è cortese.
1*
~<$ 478 $>-
L'oltra che segue è questa: reten a ti lo cugiale,
Se te fi tolegio la squella per azonzere de lo mangiale tf>;
Se Tè lo cugial entro la squella, Io ministrante inpilia ;
In tute le cortexie ben fa chi s'aselilia < 3Ì .
L'olirà è questa : se tu mangi con cugial ,
„ No debie infolcire tropo pan entro mangiare ( 3) ;
Quello che fa impiastro entro mangia da fogo i 4) ,
El fa fastidio a quilli che ghe mangiano da provo i 5 '.
L'olirà che segue è questa: s' el tò amigo è lego,
Tan fin ch'el mangia al deseho, sempre bochona sego (*>;
Se forse t' astalasse, ni fosse sazio anchora,
Forse anchora s' astala rave per vergonza inlora ( 7 >.
L'oltra è: mangiando con oltri a qualche inviameli to (*>,
No mete entr' a guayna lo tò cortelo anze tempo W ;
(i) Ritieni (serba) t7 cocchia jo, se ti sarà tolta la scodella per
aggiùngervi nuovo cibo.
(2) Non mi fu dato raggiùngere la giusta interpretazione del
verbo asetiliarsi.
(3) Non devi rimpinzare troppo pane nelle, vivande. Il Milanese
dice pure infolcì nello stesso senso.
(4) Sembra che per mangia da fogo debba intèndersi cibo di
cucina, ossia pietanza condizionata al foco.
(5) Dà noja a quelli che mangiano a lui dapresso.
(0) Qui troviamo il nuovo verbo bocconare, per mangiucchiare ,
ossia mangiar lentamente , a piccioli pezzi, per far compagnia al-
l' amico.
(7) Se tu per avventura cessassi, né egli (l'amico) fosse ancora
sazio, forse allora cesserebbe egli pure per vergogna.
(8) Qui la voce inviamento significa invito, e forse doveva scri-
versi invitamente.
(0) Non riporre anzi tempo il tuo coltello nel fòdero. La per-
mutazione della / in r nella voce cortelo è comune a tutti i dialetti
i ■
-<3 179 $5-
No guerna lo cortello anze eli* alo compagno (0;
Forse olirò ven in descho d'onde tu no fé raxon 9\
La cortexia seguente è : quando tu è mangiao ,
Fa si che Jesu Xristo ne sia glorifìcao.
Quel che rczeve servixio d'alchun obedienlc,
S'elo no lo regratia , tropo è deschognosente.
La cinquantena per la darera < 3 ) :
Lavare le man , poy beve dro bon vino dra carerà ( 4 ) :
Le man poxe lo convivio per pocho pòn fi lavae»
Da grassa e da sozura e l'in netezac.
vèneti e lombardi, laddove la parola guaina per fòdero è voce di
puro stile. Da questo cànone del Buonvicino appare, come a' suoi
tempi si apponessero nelle mense i coltelli custoditi nel fòdero.
(4) Non riporre il coltello prima del compagno. Abbiamo avver-
tito nel poemetto del Bescapè a pag. 73 nota (2) il verbo governar,
nello stesso significato di riporre.
(2) Forse si recherà sul desco altra pietanza, che tu non pensi.
La frase far ragione, per pensare, imàginare, è affatto fuor d'uso.
(3) Il Milanese dice dare in luogo di dadrè, che significa di die-
tro; e quindi darera per l'aggettivo femminile ùltima.
(4) Lavarsi le mani, poi bere del buon vino prelibato.] Questo
verso ci porge nuovi esempj degli artìcoli ro e ra d'ambi i gèneri.
Quanto all' espressione dra carerà, che senza dubio significa jcel-
to, riserbato, non sapremmo determinarne l'etimologia, che forse è
un modo proverbiale antiquato. Cosi appunto il Milanese direbbe
oggidì: de quel de la ciavetta.
I i
! '
DE LA DIGNITADE
DE LA GLORIOXA VERGENE MARIA
io Bonvexino da Riva mo' (<> volio fare melodia;
Qui volio fare sermone de la Vergene Maria,
De la matre de Jesu Christo, de quella luxe compila,
De la più nobile madoaa che in celo, né in terra sia.
Quella viola olente, quella roxa fioria,
Quella è bianchissimo lilio , quella è gema fioria ;
Quella è nostra advocata, nostra speranza e via;
Quella è piena de gratia, piena de cortexia.
Quella è stella ke rende clarissima claritadc,
Ke luxe mirabilemente in la eternai citade;
Quella è dona de li angeli, regina de sanctitade;
Quella è nostra dolceza , matre de pietade.
Quella è salute del mondo, vaxello de deitadc;
Vaxello pretioxissimo e pieno de ogni boutade;
Vergene sopra le vergene soprana per beltade ,
Magistra de cortexia e de grande humilitade.
Quella è corona d'oro in la eternai contrada,
Corona de oro zemata, de bone virtù ornada ;
Conforto e allegreza de ogni persona nada ;
Cossfmirabilc dona zamay non fò trovada.
(1) Mo 9 per ora, adesso.
-^e 184 e>~
Quella è nobile madona in tute guixe, per raxone
E per grada e per costumi e anche per nassione;
In lo mondo non fó mai femina si nobile per raxone,
Como fó quella regina de la quale io fazo sermone.
Per gratia fó nobile e a Deo fó gratioxa ,
Per ke ella fó de lo altissimo Gola, madre e spoxa;
Per boni costumi fó nobile e dona virluoxa,
Como dona casta, larga, humile, non desdegnoxa.
Àpresso a questo fó de sangue nobile e altinoxa (*);
De la casa del re David si nasce quella glorioxa ;
Tanto non porave fi dicto <*) de la vergene pretioxa,
Ke ella non sia più nobile e a Deo più dignitoxa.
Quella zentile ponzella inanze ke ella fosse nata,
In lo ventre de la matre fó santificata ;
Tanto ke ella stete in el 1 3 ) mondo quella vergene beata»
In dicti, né anche in facti non fó mai straportada (*\
(1) Mtinoxa, voce affatto perduta che significa regale, d'alta
stirpe.
(2) Non potrebbe esser detto quanto basti. Anche in questo com-
ponimento, sebbene tramandato per òpera di vari copisti in tempi
diversi, si conservano le forme vènete nei modi condizionali dei
verbi, come porave in questo verso, e molte voci antiquate già da
noi avvertite nelle note precedenti, come /* per èssere, ed altre
che verremo appuntando.
(3) E noto, come la preposizione italiana nel derivi dalla contra-
zione delle due voci in el, che quivi appunto sono espresse distin-
tamente, come usa tult'ora l'uomo del pòpolo vèneto, quando vuol
parlare italianamente.
(*) Non eccedette mai in parole, né in fatti. La trasposizione in
straportada per trasportata è propria d'ogni dialetto.
-^ 18» S>-
ln tuta soa vita tal picena, tal cressuda (*>;
Vargare in facti , né in (lieti zamay non fó vezuda W ;
Zamay non fé peccato la vergene ben instmta,
Sopra tute le altre done perzò fó elezuta < 3) .
Quella ee nostra tuedrixe, nostra confanonera (*>;
Ella defende zaschuno ke vote stare sego in sgiera W ;
Contra li nostri guerreri ella è molto forte guerrera;
Beato quello homo e femena che sta soto soa bandera!
Quella é nostro refugio ki se vole a lei tornare (*>;
Zascuoo'liomo peccatore ella ha preso a tensare ( 7 >,
S' el vole pur essere pentito e s' el vole sta amendare (•> ,
E s' el se vole a Icy grandemente recomandare.
Quella regina dolce molto ama li soy amixi ,
Se elli sono ben soi devoti, e sono ben del so amore prixi;
(i) In tutta la sua vita qual nacque 9 tal crebbe. Letteralmente
significa: tal piccina (infante), tale adulta.
(2) Qui veggiamo ripètersi la permutazione della d in z, nella
voce vezuda per veduta, ed il verbo vargàr per eccèdere, oltrepas-
sare i confini del giusto.
(3) Elezuta per eletta attesta la costante regolarità nella forma-
zione dei pariicipj.
(4) Confanonera per guida, scorta; da gonfalone, stendardo.
(8) Sgiera in luogo di schiera.
(6) Il verbo tornare ha qui il significato di vòlgere, rivòlgere,
come l'occitànico tourner.
(7) Tensare è verbo affatto estinto, che significa difendere, pro-
tèggere,- e deriva manifestamente da tensa, tenda, come quella che
difende dalla pioggia e dal sole. La stessa voce con idèntica signi-
ficazione fu appuntata nel suo Glossario dal Du Cange.
(8) Non è dubia l'interpretazione di quest'ultima frase: se vuole
emendarsi; ma è altretanto certo, che qui il copista alterò la
voce sta, che non può connèttersi alle altre.
-<a 186 3^-
Se Mistamente la pregano, elli sono molto ben intixi;
E con grande cura li defeode da li infernali inimixi.
Quella è cortese e larga { - {) , quella è tuta amore vele;
De li poveri, né de li richi non è za destexevele <* ;
Ella receve zaschuno se ben el fosse axevele (3) ;
Ki volo essere so amigo, a zaschuno è piaxevele.
Quella è dolceza e requie a tuti quilli che sono affadigati,
Pur ke elli in le soe braze sieno recomandati ;
Ella è consoladrixe de tuti li tributati;
Ella è speranza grande de tuti li desperali.
Quella è sempre in pede denauze al Salvatore ,
Sempre prega lo so (ìlio per tuti li peccatori ;
E se li soi pregi non fosseno, tanto è lo mondo in errore,
Ke Deo ne abyssaravc a fogo e a calore.
Tanto è la zeute del mondo infalsada e pervertia,
Ke se non fosse li pregi de la Yergene Maria,
Per li nostri peccati lo mondo abissaria;
Beata quella dona ke ha tale podestaria !
Quella è conselio de le vedoe , e madre de li orfanati ,
Rcducto de li pelegrini, reposso de li affadigati,
(1) Larga per magnànima. 4
(2) Il contesto chiarisce abbastanza la significazione della voce
destexevele; ina la forma è affatto strana, né si saprebbe a qual
radice riferirla. Forse è alterazione di disdegnevole, operata dal co-
pista, giacché il significato complesso é : non disdegna il pòvero né
il ricco; oppure: twn distingue ti pòvero dal ricco.
(5) Non ci è dato determinare con sicurezza la radice e quindi
la precisa significazione della strana voce axevele. Forse è intesa
ad esprimere spregevole, colpévole.
-<è 487 ©>-
Remedio de li miseri, via de li desviati;
Quella è dolze medexina de quilli che sono infermali.
De quilli che hano fame e sete ella è refitiamento;
Richeza de li boni poveri e grande confortamene ;
Quella è colooa del mondo e grande sustentamento i*\
Quello homo e quella femina ke in le so braze se rende ,
Da molti grandi pericoli li ayda e li defende ;
Àdonca a quella dama ki lo so amore destende (* ,
Molti beni gè ne de' seguire in tute le soe vexende.
Li peccatori medesmi ke a ley hano grande amore,
Se elli se recordano, e se clli gè fano honore,
Ella li aiuta a insire del so malvaxio errore;
Ella li tira a penitentia , a servire al Signore.
Ella ne scampa molti da le mane del falso serpente ,
Li quali, se lei non fosse, moriraveno malamente.
Quello peccatore è savio ke l'ama st reta mente,
Lo quale in le soe braze se buta fedelemente.
Da molti mortali pericoli molti homini guarentisse ;
Quilli ke sono soy amixi , ke sono iusti, conforta e rebaldisse ,3 ',
E quilli ke sono peccatori a ben fare convertisse;
Beato quello homo e femina ke in lo so amore finisse!
(1) Manca nel mss. l'ultimo verso di questo quadernario.
(a) Chi rivolge il suo timore a Maria. Il verbo distèndere ha qui
il significato di intèndere, indirizzare.
3 Jtebatdire che significa rinvigorire, dar forza è voce pure
sconosciuta al Vocabolario di nostra lingua, il quale peraltro ne
serba alcuni derivati, come baldo, baldanza, ed altri.
-^ 188 S>-
Perzò non de* essere homo né peccatore, né bono,
Ke a ley non se recomanda con bona intentane,
E salutare spesse volte la Vergene quanto elli pono ('*,
Digando ave maria con grande devotione.
Mo' volio dire miracoli de la madre del Segnore;
Como ella non abandona coloro ke li fano honore;
Como ella fa per quilli ke l'amano con sapore;
Queste sono parole mirabile, parole de grande valore.
Esemplo de ano Castellano.
De uno castellano se leze lo quale in soa maxone (')
Li malfactori teneva a soa petitione ,
E robatori da strade e homicidiari e ladroni,
Li quali in quelle contrade feveno molte robaxone ( 3 ).
Avegna Deo ke lo castellano fosse homo de grande folia,
Molto grande amore aveva in la Vergene Maria;
Spesse volte la salutava quella Vergene compia ,
Ognia di senza fallo dixeva Ave Maria.
E i malfactori ke stavano a soa petitione ,
Per quelle contrate robavano a senza compassione;
(i) Pone per possono è novella prova della costante regolarità
nelle flessioni dei verbi , mentre la lingua italiana ha sanzionato
più tardi nelle medésime una lunga serie di anomalie.
(2) Maxone per casa^ magione.
(3) Facevano molti furti. Alcuni dialetti lombardi pronunciano
ancora feva per faceva.
-<S 189 e^-
El fó venuto uno di ke uno homo de religione (<>
Per quelle contrate passava per sua conditione <*\
Passando per quelle contrade quello benedeto patrone,
El fó prexo e robato da quilli malvaxi ladroni ;
Non gè varse a farge pregi né anche mostrare raxone (3i ,
Ke elli non lo robasseno tuto senza compassione.
Lo bon patrone allora al castellano se ne va,
E lo prega k' el gè faza le so cosse retornà ;
Lo castellano maligno lo prende a desdegnà W ;
De zò eh* el gè domanda niente el gè vole fò.
Lo bon patrone si prega lo misero castellano,
K'el gè faza rendere la roba; ma lo so prego torna in vano;
Misericordia domanda lo sancto cristiano ;
De zò k'el gè domanda non pò avere per mano ( 5l .
(1) Quivi tino homo de religione significa un mònaco, un clau-
strale in gènere.
(2) Per sua condizione, vale a dire: per l'esercizio di sua pro-
fessione, o meglio, andava pe' fatti suoi.
(3) Non gli valsero preghiere né ragioni. In questo verso, come
in tutto il presente componimento, troviamo serbata l'antica orto-
grafia, giusta la quale gè, gi devono essere pronunciati ghe, ghi,
come in farghe, preghi; mentre vi è usato il k in luogo del e duro,
come nelle voci ke, ki. Nella parola varse poi per valse veggiamo
ripètersi la permutazione della / in r, tanto frequente nel dialetto
milanese.
(4) Lo prende a sdegno. In questo quadernàrio riscontriamo tre
nuovi esempi del modo indefinito tronco, nei verbi retonid, desde-
gnà, fa, proprio del dialetto milanese.
(5) Per mano significa per nessun modo, in qualsiasi maniera.
Abbiamo altrove notato nel Bescapè la stessa voce con significa-
zione quasi idèntica : e fruite d f omiunca man, vale a dire : e fruita
d*ogni maniera. V. a pag. 40.
-<$ 190 st-
onando vite lo sancto patroue k' el non pò fare niente ,
De uno altro facto el prega lo castellano possente;
Che tuta soa famelia el faza venire prexente,
A zò ke elli odano Ulto zò ke elio vole essere elicente ( { \
Vezando lo castellano ke questo lezeramente fare el pò,
Tuta la sua famelia el fa venire ilio (*>;
Denanze da lo sancto patrone tuli li altri el congregò ;
Ma solo lo canevaro trovare non se lassò < 3 >.
E quando vite lo patrone tuta questa masnada,
El vile per Spirilo Sancto che pur uno gè mancava (*);.
Zò era lo canevaro lo quale el domandava,
Lo quale era uno demonio ke in spetia de homo pyxcava ( 5 >;
Lo sancto patrone domanda eh' el gè fiza faeto venire
Lo canevaro» lo quale gè manca, che non vole parire;
Lo castellano allora per tuto lo fa querire (•);
A pena el fó trovato, e li fò facto venire.
(i) Èssere dicente per dire è maniera latina forse introdotta per
la rima.
(2) Ilio per colà.
(3) Canevaro è voce propria dei dialetti vèneti, nei quali signi-
fica cantiniere.
(*) Fide, per ispirazione dello Spirito Santo, che pur uno vi
mancava.
(8) Che in sembianza d'uomo s'appiattava. È manifesta l'orìgine
latina della voce spetia per sembianza , aspetto; ma impossìbile
torna scoprire l'origine ed il significato del verbo pixxava, nel quale
pare indubitato doversi riconóscere un errore del copista ; qua-
lora peraltro non si consideri come flessione del verbo Ialino pi*
scare , adoperato nel senso traslato di pescare le ànime.
(6) È ovvia l'orìgine latina del verbo querire per cercare, rin-
tracciare, come pure quella del verbo parire per comparire.
-^3 491 $v-
Quando lo frate lo ave vezuto, elio lo ave ben cognossuto;
Ben sa k' el* è uno demono in spetta de homo metuto W;
Incontanente sconzura quello servo mal aslruto (*>
Lo quale volse al tanta re, se elio avesse possuto.
Lo sancto frate el eonstrenze, e gè ha pur comandato,
K'el diga ki elio è, e per ke elio è illoga stato?
Allora lo canevaro vorave essere affondato,
Inanze ka respondere a zò ke elio è appellato.
A queste parole responde lo misero confondulo,
E dixe: io sono demonio in spetia de homo metuto ;
Dal prlncipo de lo inferno qui sono trametuto,
Pur per caxone de alcidere <*> lo castellano malastruto.
Dal prlncipo Belzabù io sono qui mandato
Ad alcidere lo castellano, ke è pieno de ogni peccato;
E imperzò quatordeci anni con lui sono slato;
Per una sola caxone da morte elio è scampato.
Qualordexi anni sono stato in questa albergarla ;
Lo so corpo e lo so spirito beu era in mia baylia ,
E bene averave facto si , ke vivo el non seria ,
Pur k* el non fosse recordalo de la Vergcnc Maria.
(1) Anche in tulli i componimenti del Buonvicino troviamo scru-
polosamente conservata la regolarità delle flessioni nei verbi; ne
è un nuovo esempio metuto per menno dalla radicale mettere.
(2) Tosto scongiura quel servo malaugurato. L'epiteto malastruto,
che per certo significa male intenzionato, malèfico o checché di
equivalente, è voce affatto dimenticata.
(3) In questo manoscritto è ripetuto più volte alcidere, mentre nel
Bescapè si trova costantemente olcìdere, più affine alla radice la-
tina occidere. \
-<$ 192 G>-
Perzò k'el castellano a ley se reeomandava;
Spesse volte Ave Maria ognia di el cantava,
Perzò ke sancta Maria ognia l«) elio salutava,
Perzò la soa vita fin mo' <*) e' scampava.
Ma se elio avesse lassato pur uno di solamente,
K* el non avesse zò facto, morto era incontanente;
Perzò yo slava con sego guardando attentamente,
Gu arda ndo e comprendando k' el fosse slato negligente.
S* el fosse abescurato ( 3) pur uno di solamente,
Sopra luy aveva forza de alciderlo incontanente;
Per questo sono stato con sego , misero mi , dolente t
Quatordexe anni sono stato qui per niente.
Quando ave dicto lo inimico parole de fellonia,
Lo bon patrone comanda k' el se ne partisse via ;
Né mai attantasse alcuno, né noxa a homo ke sia,
Se elio se recomandarà a la Yergene Maria.
Lo salhanax allora afanta a tuta fiada (*),
Prexente lo castellano e tuta soa masnada;
Lo castellano se stramite, pagura gè fó montada ( 5 ),
Vezando che a grande pericolo la soa vita era stada.
(1) È chiaro., che il copista in questo luogo obliterò la parola
di, giorno.
(2) Fin mo 9 , vale a dire: «tuo ad ora.
(3) abescurato per trascurato, negligente, è voce affatto perduta,
sebbene di forma latina.
(*) allora satanasso sbuffa a tutta lena. Il verbo afantare corri-
sponde all' italiano affannarsi, ed ha preciso riscontro nella voce
occitànica afant, che significa angoscia.
(») L'autore non può dimenticare a lungo il nativo dialetto, che
qui si manifesta nelle voci stremìss per spaventarsi, pagura per paura.
^ 193 e>-
Incontauente se buia a li pedi del sancto patrone,
E soa colpa dixe de soa offensione (<),
La quale si gè era facta a soa petitione,
De zò k' el fó robato senza compassione.
Tute cosse el gè fa rendere a quello sancto cristiano ;
Da quilli peccati k' el feva se parte lo castellano ,
E da quella hora inanze el servi al Re soprano,
E stava a comandamento corno de' fare li cristiani.
Vezando ke per li meriti de la Vergine Maria
Scampato è in corpo e in anima, el torna in bona via;
E prende ad amare la Vergene sopra tute le cosse che sia,
E quanto el pò gè rende honore e cortexia.
(i) E incolpa tè stesso dell'offesa a lui fatta.
> >» •• €« '
43
IL DECALOGO
DI ANONIMO BERGAMASCO
DEL 1S55.
vrjj>? n nomo sia de Grist ol di present
^^ Di des comandarne! alegramet (0,
V* I quai dà de pader onnipotent
# ^ A morsis per salvar la zet (*).
Chi i des comandament observerà,
In vita eterna cum Xristo andare.
(1) Ogniqualvolta la rozzezza dell'autore, o piuttosto l'ignoranza
e la negligenza del copista, coll'ommissione di qualche voce, e col-
T alterazione di altre, rèsero oscuro il significato del periodo, ho
cercato di pòrgerne l' intera versione , affine di agevolarne la let-
tura allo studioso. Incominciando dai primi due versi, il loro signi-
ficato è il seguente: In nome di Cristo ei (forse l'autore) parla
adesso dei dieci comandamenti con franchezza. Qui ci si para din-
anzi una proprietà distintiva del dialetto bergamasco nella sop-
pressione delle n nasali nelle voci comandamet, alegramet; la qual
soppressione, sebbene possa risguardarsi come errore del copista,
che più inanzi scrisse le stesse voci colla n , vale peraltro ad at-
testarci, che vi era facilmente trascinato dalla viziatura della nativa
pronuncia , ripetendo lo stesso errore poco dopo nelle voci zet e
mety per gente e mente. Avvertasi , che cosi appunto sono pronun-
ciate le stesse voci nel vivente dialetto bergamasco, il quale an-
cora fa uso della voce ol corrispondente alla el dei Vèneti e dei
Lombardi, ad esprìmere cioè ora il pronome egli, ed ora l'artì-
colo il; cosi pure pronuncia des per esprìmere dieci , e tronca
allo stesso modo le parole.
(3) / quali (furono) dati dal Padre onnipotente a Mosè, per sal-
vare la gente. Sebbene sia scritto nel còdice morsis, non v'ha du-
bio, che debba lèggersi Moises.
-<3 198 $»-
El primo comandameli t ol di: honorar,
Sover omnia cossa ama ol creatore
ChoP anima e chol cor e cho la mei (*i,
E in lu meter tuli ol nostre amore.
E la rason per que no ol debuem amare,
Se vo' m $ ascoltò, eo voi chuytarave (*).
Per zò che a la sua ymagen al n' à formato,
E lo libero arbitro lu sm* à dato < 3 '
Tute le cose a nostra utilitad,
E del so sang precios al n'à recomperato,
E su la eros al suffrì passione
Per la nostra redenzione.
El secondo comandamento de observar:
El nomo de Deo en va 1 noi menzonare ( 4 ),
Ni in sperzur, ni in blasfemare,
Ni in faturi, ni in idoli menare,
(i) Coli 9 ànima, col cuore e colla mente. È da avvertirsi , come
l'amanuense non faccia mai uso del k in tutto il manoscritto, a rap-
presentare il suono duro della e, ma bensì delle eh, persino avanti
alle vocali a, o, ti. Similmente, a differenza del Bescapè e del Buon*
vicino, non fa mai uso della x a rappresentare il suono dolce della
s; ma vi sostituisce più spesso la z e talvolta la s.
(3) Se voi m'ascoltato, io vel racconterei. La prevalente influenza
delle forme veneziane anche presso gli scrittori bergamaschi è qui
manifesta nella flessione del verbo ascoltè per ascoltate, e meglio
ancora in quella di chuytarave, esclusiva del Veneziano, che ancora
adesso pronuncia: contarave.
(3) Perciocché ci ha formati a sua imàgine, e ci ha dato il lì-
bero arbìtrio.
(*) Non pronunciare il nome di Dio invano. Ancora adesso il
Bergamasco pronuncia en va 9 per in vano, sopprimendo l'ultima
sillaba, come pure, ma 9 , tonta 9 , per mano, lontano, e simili, dò
che ci somministra novella prova della rimota antichità delle forme
caratteristiche dei sìngoli dialetti.
~*$ 199 d^
Non cri' ai induì, eh* a Tè rasia u>,
Ni in vana cossa chi in sto mondo sia.
Colù che se sperzura, biastema ol Creatore,
E quelli che lo raadise el digo ancora.
In ydolatri ere' i raiser pecadore (*),
A i ere' ai indul el ai incantadore (*'.
In asse vise se pò Deo biasteroare « ,
(1) Non credere agli indovini, che elVè eresta. Anche nella voce
induì per indovini è soppressa la sillaba finale, giusta la proprietà
mentovata del dialetto bergamasco.
(2) / mìseri peccatori crédono ali 9 idolatrìa. Nella lingua dei
componimenti premessi del Bescapè e del Buonvicino abbiamo ap-
puntata la règola generale della suffissione d'una n per la forma-
zione delle terze persone plurali dei verbi, come va,, van, clamò,
clamòn. In questo nessuna caratteristica distingue la terza persona
singolare dalla plurale, le quali invece sono contradistinte dal pro-
nome o dal nome che le precede , come in questo caso dal nome
t miser peccador, e nel verso seguente dal pronome t equivalente
ad èglino. Tale appunto è il processo di tutti i viventi dialetti lom-
bardi e vèneti, nei quali generalmente il nùmero delle terze per-
sone è determinato solo dal nome, o dal pronome.
(3) Essi crédono agli indovini ed agli incantatori. La vocale a
premessa al verbo t ere 9 è puramente eufònica , ed è propria del
dialetto bergamasco e di altri vèneti e lombardi. Alcuni moderni
scrittori, trovandola più spesso affissa alle prime persone singolari
dei verbi, la interpretarono per io; ma sarà evidente l'errore, ove
si consideri, ch'essa è sovente affissa altresì alle altre persone sin*
golari e plurali, dicendosi egualmente: me a rag , io vo: vóter a
ai staè, voi siete stati.
(*) In molte guise si può bestemmiare Dio. La 'voce asse, cor-
rispondente air italiana assai, è comune a tutti i dialetti lombardi
e vèneti , ed esprime ora abastanza ed ora molto; in questo luogo
fa le veci di aggettivo al nome vise, nel quale è permutata la sil-
laba gu in <?. Di una tal permutazione ci offrono i dialetti lombardi
e vèneti parecchi esempj, come vardàr per guardare, non che in-
versamente della- rf in gui, màssime nelle voci d'origine straniera.
-<e *oo $>~
Unde ve prego che vei debiè guardare ( 4) .
Int'ol vegio testamento se trova scripto ( 2> :
Siant ol povel de Dea fora d'Egipto ( 3 )
El fó un che biastemava Deo benedigto,
E per parola de Deo padre ol fó digamos (*\
E de fora a y lo fi menare,
E si lo fi lapidare.
E pò 1 vide San Grigori de Deo servente
Un fanti lo qual avea zinqui ani i*\
El qual biastema Xrist onnipotente;
01 padre noi castigava de niente;
E biastemando Deo ol padre en braso lava,
01 damon a so dispregio de brazo i lo tolava (•).
(1) Onde vi prego, che dobbiate guardarcene.
(2) Nel vecchio Testamento ri trova scritto. Sono abbastanza
chiare le forme vernàcole nelle parole mf ol vegio, che poco dif-
feriscono dalle viventi bergamasche int 9 ol vei.
(5) Essendo il pòpolo di Dio fuor dall'Egitto. È comune la voce
stando per essendo a tutti gli scrittori del trecento, e perdura
tuttavia in alcuni dialetti rùstici.
(*) Il senso c'insegna a tradurre questo verso come segue: E
per ordine di Dio Padre fu preso ; ma la voce digamos è certa-
mente alterata dal copista, non avendo verun significato, né alcuna
assonanza colla rima.
(5) Un fanciullo che avea cinque anni. È proprietà distintiva dei
dialetti oròbici, dei quali il bergamasco è tipo, l'evitare tutte le n
nasali. Ne abbiamo recato alcuni esempi alla nota (!) pag. 497 nelle
voci zet, alegramel, come pure nella voce induì per indovini. Ora
ne troviamo un altro nella voce fanti per fantino, vale a dire,
fanciullo, ed avvertiremo , come il vivente dialetto bergamasco so-
glia troncare in i tutte le uscite in ino, come : vi, vino ; figuri, figu-
rino; baldachì, baldacchino, e cosi di seguito.
(6) Mentre, bestemmiava Dio, il padre lo aveva fra le braccia,
e il demonio a suo dispetto glielo strappava dalle braccia. Le voci
l'ava per l'aveva, e t lo per glielo sono ancora vive fra il pòpolo.
-co *01 ©>-
El terzo comandamento de observare,
So è la festa de Deo ben guardare;
Andar a la giesia, a li messi, e udi predice M f
El nostro Creatore de regfaciare,
Con tut ol cor, e no co la fé vana,
De zò che al n'è prestad in la setemana ( 2 >.
A noi se de' andar tenasando < 3 >,
Ma pover e infirmi reveselando,
E ovra de misericordia faxando ( 4) .
Le doni non de' al bai andar cantando,
Ma tirarse la vanitad dal cor e da la testa :
Alora guadanariano la bela festa ( 5Ì .
Ciascheduna dona che va disonestamente,
Alla offende a Xristo onnipotente,
E fa vergonsa azescando so parente ( 6 \
Cum fi una, infoi vegio testamento.
Un bel esempi ve dirò de presente.
(1) andare alla Chiesa, alle messe, e udire a predicare, li co-
pista ha scritto per errore predice in luogo di predicare, come la
rima richiedeva. È poi da notarsi, come anche l'anònimo berga-
masco faccia uso della voce gesia per chiesa, e dia forma maschile
alle messe ed alle donne, ciò che è proprio del dialetto vivente
bergamasco, del pari che del milanese.
(2) Di quanto ci lui apprestato nella settimana.
(5) Il verbo tenasando, se non andiamo errati, è stato alterato dal
copista, che doveva forse scrìvere trasando, vale a dire: sciupando
o dissipando il tempo; tale almeno è il significato di questo verso
e deir intero periodo , cioè ; non si deve passar la festa oziando ;
ma visitando pòveri ed infermi, e facendo òpere pie.
(*) Anche l'anònimo, come il Bescapè ed il Buonvicino, serba ai
gerundj Y uscita in andò , senza distinzione , come in faxando per
facendo.
(B) allora guadagnerebbero la festa.
(6) In questo verso veggiamo ripètersi vergonsa per vergogna, e la
permutazione della d in z nella voce azescando in luogo di adescando.
-<6 *oa $>-
Fiola de Jacob a la era in veritade,
Donzella allora piena de vanitade;
Novamente a la riva a una zitade (",
Li doni la vito andar per li gorade (*>;
Quella donzella fó prisa e vergoniala,
E duramente la fó lapidala.
Li so dudes fradei s' ol ten a desonore;
Eli piò la zitade a gran forore ^ 3) ;
Homeni e feraini e fantini ancora
Per tai de spade li misi al bora (".
Perzò chi à (ioli li castigi per razone,
A so chi no li pechi per vostra casone '*).
El quarto comandamento de observare,
Se tu è pader ni mader, tu li di' honorare 6) ;
Faie honore e rìverencia quanto tu poxe,
Perch'eli t'à dati la caren, ol sange 1 7 ),
(1) Qui la voce novamente significa tosto che, appena; e riva sta
in luogo di arriva, giunge.
(2) Non mi è riuscito scoprire la radice della voce gorade, che
pare doversi interpretare per contrade o strade, cioè: Le j donne
la videro andar per le contrade.
(3) / suoi dódici fratelli te l'ebbero a disonore; essi prèsero la
città d'assalto. Il verbo piar per prètider è proprio ancora di molti
dialetti cispadani.
(*) E mìsero a fil di spada uòmini, donne e fanciulli. Tutti que-
sti verbi ten, piò e misi, sebbene plurali, non hanno veruna ca-
ratteristica distintiva. La voce tai sincope di taglio è ancora viva
nei dialetti lombardi.
(B) Perciò chi ha figli, li gastighi quand'è mestieri, otìde essi
non pecchino per cagion vostra.
(6) Se tu hai padre e madre, tu li devi onorare. Lo stesso verbo
è per Imi, che abbiamo appuntato nel Bescapè^è qui ripetuto colla
stessa significazione. La forma poi pàder e màder è propria dei
dialetti lombardi.
(7) Poi eh' essi t'han dato la carne, il sangue.
Li nostri padri ehe n' à inienerati,
E li nostri madri che in corpo n' à portati (".
Asè mali noti e di y amo dati (*),
E del so sangue eli nà resaziati;
Eli n' à acquistati la roba con grade sudore,
Onde no' posemo stare a grande honore t 3 ) .
Se non facerao cum fa lo re* servente,
Che non coniosse chi lo serve de niente.
Cum fi un fiol menescredente (*> ,
01 qual aviva ol pader vegio certamente;
01 pader era vegio, zaziva al sole
l»>.
Or udi quel que faxisa quel re' fiolo ( 6 >:
01 pader che era vegio si spudava;
El fiol r aviva a schifi, e s' il piava;
Per li caveli dredo s' ol trascinava ( 7 )
Fin ad uno loco ch'el pader si parlava;
Al disse al fiol: più no me strascinare;
(1) / padri nostri che ci hanno generato, e le nostre madri che
ci hanno portato nel ventre. Qui veggiamo ripètersi la voce inze-
nerati per generati, che abbiamo avvertito nel Bescapè.
(3) Noi abbiamo 'recato loro assai male notti e cattivi giorni.
Anche il nome notti ha qui forma maschile.
(3) Eglino ci acquistarono le sostanze con grande sudore, onde
noi possiamo vìvere onoratamente.
(*) Menescredente è corruzione volgare di miscredente.
(5) Zaziva al sole, vale a dire: giaceva al sole, fc frase popolare
intesa ad esprimere la màssima indigenza di chi e privo di tetto.
(6) Or udite , che cosa facesse quel figlio malvagio. Anche qui
avvertiremo la voce re' per malvagio, come presso il Bescapè e il
Buonvicinoj come pure la uscita tronca nella seconda persona plu-
rale del verbo udì.
(7) // figlio lo aveva a schifo, e prendèalo per i capelli e lo tra-
scinameli Lombardo pronuncia ancora schivi per schifo; è pure
lombarda la forma della voce dredo per dietro; mentre l'altra li
caveli è pura veneziana.
-<S 204 3>-
Fin chiloga e' strascinò ol me padre *(*).
Chi bate pader e mader mal gne fenire (*);
Così farà li so fioi a lor senza falire.
Chi mal farà, per zerto mal convè avire,
Che Jesu Cristo ni farà pentire.
Quad eli son vegi de non abir vergonia (*) ,
Tolemo esempio che ne dà la zigonia (*).
Quand la zigonia è vegia e no pò volare ,
La zigonia zoven se la met a covare.
E si 1 è per casa cosse da mangiare (*).
Quando un oselo ne dà amaestramento,
Inprendime senza demoramento.
(i) Sin qui io strascinai mio padre. Continuando il raffronto della
lingua di questi componimenti, giova avvertire anche in questo la
voce chiloga per qui, ed e' per io, tanto frequenti nelle precedenti
poesie. É pure da notarsi la voce pel tempo passalo sémplice nel
verbo stroscine (io strascinai), che oggimai scomparve interamente
dai dialetti urbani, e sopravive solo nei rùstici.
(2) Dobbiamo crédere la parola gne alterata dal copista, mentre
é certo che significa deve , né è possìbile determinarne 1' origine.
E ciò appare tanto più verisimile, dacché due versi dopo, ripe-
tendo la stessa frase, l'autore fa uso della parola convè (conviene),
che significa deve.
(5) Quando essi (i genitori) sono vecchi, non dobbiamo averli a
schifo.
(4) Prendiamo l'esempio che ci dà la cicogna. Affatto veneziana
è la voce tolemo dalla radice tògliere , che nei dialetti è sempre
sostituita a prèndere.
(5) Qui pare che il copista obliasse di trascrivere un verso, che
dovea compiere il perìodo sospeso ; poiché il presente verso suona
così: E se v'hanno in casa cose mangerecce, ciò che evidente-
mente richiede la seconda parte della proposizione, cioè: la cico-
gna giovane la reca alla vecchia. I è per vi è, e nel caso nostro
v'hanno, o vi sono, é maniera vernàcola ancora viva, la quale con-
suona colla occitànica e francese y a, oppure y tst.
-^ 205 3>-
El quinto comandamento: nisu tf) fa morire.
Col cor, ni cola lengua, né con sentire,
Ni coli honori guarda non falire,
Che a Jesum Xrist farese a despiasirc.
La zobia sancta Crisi in orto disse (*) :
Chi de agide fere, de agide perisce < 3 '.
Se la morte de nessun te consentisse ,
Tu l'ulcissi xi cum se tu ferissi i 4) .
Ben che el re Erodes li puer non taiasse ,
Perchè a li fé morir, sententia de ie madre W;
Al deventa levrus a men tenendo,
El ven en fastudi a sì et altra zente,
E po' se despirò scavasse de presente ( 6 ).
(1) Non far morire alcuno. Ecco un nuovo esempio dell'uso
dei dialetti oròbici di elìdere le n nasali , nella parola nisii per
nessuno.
(2) Zòbia per Giovedì, come abbiamo altrove avvertito, è voce
vèneta, sebbene alcuni dialetti lombardi pronuncino pure giòbia.
(3) In questo verso è ripetuta la sentenza di Cristo riportata dal
Bescapè a pag. 112: Chi ferisce colla spada, di spada perisce. È
peraltro da notarsi la voce agide adoperata dall'anònimo ond'espri-
mere spada , della quale non mi riuscì scoprire una probàbile eti-
mologìa.
(4) Se tu acconsentissi alla mot* te di alcuno, lo uccideresti così,
cotne se tu il ferissi. Qui nessuno sta in luogo di alcuno, e xi per
così, come appunto è ancora pronunciato da alcuni dialetti lom-
bardi; est, acsì.
(5) Sebbene il re Erode non trucidasse i bambini, perchè li fece
morire, Iddio lo condannò. Torna assai difficile ridurre alla vera
lezione le parole de ie madre, se non supponendo, che in luogo
di madre debba lèggersi manda, cioè Dio gli manda.
(6) Anche in questi tre versi alcune parole furono malconce dalla
negligenza dell'amanuense. Nel primo, in luogo di a menjenendo,
pare che debba lèggersi a men de niente, vale a dire: Divenne
lebbroso in un istante. Nel secondo, che significa : Venne in noia
-=$ 206 3>-
El sesto comandamento: non di' furare (<',
Usura ni ranpina non di' fare.
A to' i'allru' per forza ed a robare,
A to' l'altru' el demoni te liga (*',
Et a satisfar! al tó molto gran briga (*>,
Quando l'omo è amalato, al ven a confessione,
El prcilo ie domanda satisfaccione i";
Mora ol damoni ie dà tenta ptione,
E si ie dis: tu guarire ben, asè du fare rason (5) ;
Se l'omo mor in quela, e no abia fenduto ( 6 >,
Pensa ben sa Tè salv o perduto.
El septimo comandamento:. non adulterare;
Volontera ( 7 > ol damoni tei consent a fare.
Perchè do anime in quel fa pecare,
E da l'amur de Cristo i fa aluitenare ( 8) .
Per zò ol damoni ol fa biasimare.
Molti n'à quistà per quel peccato.
a se stesso jed agli altri, la voce fastudi per fastidio ha la forma
attuale lombarda. Il terzo pare doversi interpretare : Poi disperò
di cavarsela d'attorno (la lebbra, o la noja, o entrambe insieme).
(1) Non devi rubare. La stessa voce di' per devi abbiamo tro-
vato nel Bescapè e nel Buonvicino.
(4) A tògliere l'altrui per forza ed a rubare, il demonio ti co-
stringe. Il Lombardo pronuncia tó per tògliere.
(5; E per riuscirvi si prende molta briga.
(») Pretto per prete, cosi pure ie per gli, a lui, in luogo di ghe.
(tf) Allora il demonio lo tenta, e gli dice: tu guarirai, abba-
stanza tu riparerai (farai ragione).
(6) E maniera ancora viva e comune ai dialetti lombardi il dire
in quela per esprimere in quell'istante.
(7) Folontera è voce lombarda, corruzione di volontieri.
(8) E dall'amor di Cristo li fa allontanare. Nelle poesie prece-
denti abbiamo trovato luitàn per lontano; ora scorgiamo qui alui-
tenare per allontanare, colla stessa modificazione.
-=3 507 £>-
Chi ini el via de la luxuria perseverale,
Con sigo oi damoni lo monaraie (1) ;
Se in questo mondo penitencia non faraie.
L'amor de Cristo ei tutto perdaraie <*>
Per quel peccato bruto e desonesto.
Un bel esempio ve dirò manifesto.
Al se lese, che all'era zinque citade
Morbi e grazi, pieni de gran vanitati < 3) ;
Homea e femini e zuven in veritade
Usava luxuria cum granda carnaiitati W.
Per quel peccato Deo li fé abissare:
Se no tre persone che scampa de lore t 3 >.
(i) Chi jwsevererà nella ria della lussuria, il demonio lo me-
nerà seco. Non fa d'uopo avvertire Terrore del copista, che scrisse
monaraie, in luogo di menaraie; bensì noteremo l'uscita di questi
futuri in aie, la quale sebbene ci si affacci per la prima volta, è
però la stessa, che abbiamo più volte appuntato in ae, affatto con-
forme alla proprietà distintiva del dialetto veneziano, che termina
egualmente tutte le voci tronche in à,- come verità, carità e sl-
mili, ch'egli volge in veritae, caritae.
(2) Se non farà penitenza in questo mondo, egli perderà tutto
l'amore di Cristo.
(3) Lèggesi che v'ebbero un tempo cinque città splèndide, ricche
e d'ogni vanità ripiene. Tra le maniere e forme vernàcole sparse
in questi due versi, sono da notarsi le voci morbi e grazi, le quali
con lieve modificazione sono ancor vive coll'idèntico significato nei
dialetti lombardi, dicendosi : smorbi e grass quello ch'è prosperoso
per eccesso di forza vitale. Nò dobbiamo lasciare inavvertito, come
tutti questi aggettivi plurali di città, abbiano l'uscita maschi-
le in i.
(4) Abbiamo altra volta avvertito l'uso dei dialetti, vèneti e lom-
bardi di sceverare il gènere maschile dal femminile in tutti gli ag-
gettivi, colle uscite in a oppure in oj abbiamo visto quest' uso ne-
gli anteriori componimenti; lo veggiamo ora altresì presso l'a-
nònimo nell'aggettivo granda applicato a carnalità.
(5) È proprio dei dialetti esprimere colle voci se no l'avverbio
-<e «08 s>-
E rodavo comandamento: si' obediente,
E non fa' li falsi sagramenti.
Tu biastemi Deo onnipotente
A voli provar quel che non è niente O,
Como fi quei dò int el vegio testamento.
Int el vegio testamento se trova (*):
Queli do vegi Susana acusa
Per que a no la i volu consentire.
A la disse che in adulteri la trovano ( 3 ),
E per quel devia fi lapidata:
Sovra quali Deo ie manda sentenza W.
Daniel profeta vene diss' allora:
Questa sentenzia non è iusta, seniore.
A i Tiva accusata falsamente,
E lapidati lur fó duramente.
El nono comandamento: non desiderare
L'altrui moier, ni fiola, ni serore (*),
Che a Jesum Cristo faresti a despiasire.
De David profeta ve voi dire;
La moier tolse ad un so ca valer e,
solamente, soltanto; cosi pure il declinare il pronome loro, for-
mando lori pel maschile, e loi*e pel femminile, come troviamo in
questo verso, riferito alle vittime di Sòdoma e Gomorra.
(1) Foli per volere è maniera lombarda.
(2) Pare indubitato, che qui manchino alcuni versi, indispensà-
bili a compiere il periodo, ed a coordinare le rime dei distici, che
sono interrotti.
(3) Dissero^ che l'hanno trovata in adultèrio. Qui pure sono evi-
denti gli errori del copista, che alterò alcune voci; p. e. in luogo
di la trovano dovrebbe lèggersi l'àn trovata, ciò che insieme con-
suonerebbe con lapidata, ùltima voce del verso seguente.
(ft) Questo verso dèvesi interpretare come segue: Sopra i quali
Dio rimandò la sentenza.
(8) Anche qui, come nel Bescapè, troviamo serore per sorella.
-=S 209 3>-
E po'ordinoe e ficelo morire.
Deo ie mandò l'angel e ficevol pentire ^\
Al penitencia de quelo gran peccato,
E po' di so (ioli se vii' el Lrebulato (*\
Un di li Coli zaziva cole sorore ( 3) ,
E li altri fradeli sei ten' a desonore.
A li ulsis Amari ad ira ed a furore,
E posa contra ol padre se revoltaie.
Quando Caini ulcis Abel, la terra... (*)
E de quel peccato iustitia domandava.
Po' un di cavaler quel Àxalon ulcis.
Per quel pecad che David si comis.
El decimo comandamento, ubedisel per rasoa W,
Non desiderar l'altrui possession,
Tera, ni vini, ni bosco, ni masone,
Cavai, ni bò, ni pegra, ni ronzone ' 61 .
Per invidia Cairn ulcis Abel,
E li fìoli de Jacob vendi so fradel.
Per invidia li Zudei ulsi Cristo belo,
Per invidia si desfa zitad e castei,
Per invidia se met guerra e razia {7 \
E molti personi se met en mala via.
(4) Dio gli mandò l'angelo, e lo fece pentire. È manifesto, che
in luogo di ficevol dovèasi scrìvere ficelo, come nel verso pre-
cedente
(2) j mia egli si vide tribolato da* suoi figli.
(3) Uno de 9 figli giaceva colle sorelle.
(4) Manca l'ultima parola di questo verso, che forse doveva ès-
sere: tremava.
(8) Obbediscilo (il precetto) per convinzione, per giustizia.
(6) Ronzone, forse significa àsino.
(7) Razia per eresta, come abbiamo notato di sopra.
U
NOTA
DI ALCUNE VOCI ANTIQUATE VERNACOLE
SPARSE NELLE POESIE PRECEDENTI
Abescwrare -Trascurare, negli-
gere.
Adonca - Adunque.
Adornamente - Con garbo.
Adrizare - Indirizzare.
A fanfare - Sbuffare, affannarsi.
A figurare - Riconóscere.
Agide - Spada.
Agrezare - Stimolare, eccitare.
Aidar - Ajutare.
A Ioga. - Ivi, colà. V. 7/tó.
Amolare - Aguzzare. V. Molare.
Amore (per) - Affine, per causa.
Apenato - Impietosito.
Apiliar - Pigliare, prèndere.
Aregot % dare - Rammentare.
Asciare - Sedere. V. Setare.
A sem b tarsi - Riunirsi, adunarsi.
Astalarsi - Cessare, sostare.
Aténzer - Arrivare, attìngere.
Attantare - Tentare, sedurre.
Ascio - Posto, seggio.
B
Badìa - Potesti, balìa.
Bandìa - Imbandita.
Berdugare - Frugare, stropic-
ciare.
Blasfemare - Bestemmiare.
Boconare - Mangiucchiare.
Brancorare - Palpeggiare.
Businare - Mormorare , bucci-
nare.
C
Cadrega - Seggiola.
Calare - Importare. - Cessare.
Canevaro - Cantiniere.
Casonare- Accusare, accagionare.
Cazza - Catino, catinella.
Cercare - Assaggiare.
Cernere - Scégliere.
Cervelera - Lampione, o fiàccola.
Chilo, Chiloga - Qui.
Claritade - Splendore.
-^ 212 £>-
Có - Capo, testa.
Cognoscanza - Sapere.
Coldera - Caldaja.
Compagnessa - Compagna.
Condugio - Pietanza, vivanda.
Confortoxo - Ilare, lieto.
Convitoroxo -Malincònico, triste.
Cugiale - Cucchiajo.
Cuintare, Cumtare - Raccontare.
D
Zterè - Dietro.
Daterà - Ultima.
Drè (de) - Di dietro.
Desco - Mensa.
Descolzare - Sradicare, scalzare.
Descomiare - Scacciare.
Ditaór -Scrittore, oratore.
Donna - Signora.
Dolzore - Dolcezza, beatitùdine.
Donzella - Fantesca.
Donzello - Famiglio, servo.
Drapo - Pannolino.
F
Fantino - Fanciullo.
Ferguja - Brìcciola.
Festugo - Gambo, filo.
Fiottare - Sostare, riposare.
Fiocare - Nevicare.
Folción - Gran falce.
Fortuna -Burrasca.
Fresco (de) - Di nuovo.
Ga/on - Coscia, fianco.
Gordo - Ingordo.
Governare - Riporre, custodire.
Gramezza - Tristezza.
Gramo - Triste.
Guadina - Fòdero, guaina.
Guardaore - Custode, guardiano.
I
Ilio, illoga - Colà V. Aloga.
Impaslrugliare - Impiastricciare.
Infalsado - Corrotto, pervertito.
Infermato - Infermo.
Infolcire - Rimpinzare.
Inpensare - Pensare, riflèttere.
Inpiliare - Àmmonire,riprèndere.
Insire - Escire.
Intendere - Fare attenzione.
Imriarse - Ubriacarsi, inebriarsi.
Logore - Lasciare.
Laniare - Proferire, balbettare.
Lenzar - Bagnare.
Lialtanza - Lealtà.
Loquela - Favella.
Luitàn - Lontano.
Magón - Ventriglio.
Malastruto - Malvagio.
Man - Specie, maniera.
Mandegare - Mangiare.
Muntile - Tovagliola.
Masnada - Stuolo.
Mastnilare - Rimestare.
Maxone - Casa.
-<$ 813 $>-
Menzonare - Mentovare.
Mercadandta • Mercato.
ilfo - Ora, adesso.
Molare - Aguzzare.
Mondare - Pulire.
Mòra - Frutto del rovo.
N
Negota - Qualche cosa.
Nolere - Non volere.
Nudritura - Pulitura.
O/ctre - Uccìdere.
O/ere - Olezzare.
Omiunca - Ogni.
Orfanato - Orfano.
Panzànega - Fola, o fàvola.
Parere^ parire - Comparire.
Partire - Divìdere, separare,
/'eoi (far) - Destar compassione,
/far - Prèndere.
Pianamente - Tranquillamente.
Planeza - Pacatezza, dolcezza.
Plumento - Melissa.
Pluocór - Parecchi, molti.
Podestarìa - Podestà, potere,
/fatto - Appoggio.
Ponzella - Vèrgine.
Possare - Riposare.
/far, poxe - Poi, dopo.
/Veda - Pietra.
Primano • Primiero.
Provanza - Prova.
Provo {da) - Appresso, vicino.
Puer - Bambino.
Querire - Cercare.
R
Rancura - Rancore.
Rana - Pece.
Rebaldire - Rinvigorire.
Remudar senno - Cangiar con-
siglio.
Requiare - Aver pace,
-fftua - Orlo.
Ronzone - Asino.
.Saxon - Stagione, tempo.
Scregnire - Schernire.
Sedolento - Assetato, sitibondo.
fetore - Sedere. V. Asetare.
Sognia - Cura.
Solaro - Soffitta.
Soprano - Superiore.
Sorare - Raffreddare.
Sor biliare - Sorbire.
iScwenjco - Sovente.
Spezia - Sembianza, forma.
Spianare - Chiarire , spiegare.
Sponsa - Sposa.
Stragio (far) - Sciupare, dissipare.
Stramirsi, stremirsi - Spaven-
tarsi.
Strapassare - Morire. V. Traver-
sare.
Sugare - Asciugare.
Suscitare - Risuscitare.
-<e au &~-
Talento - Consiglio, senno - Vo-
lere.
Tapie - Ciarle.
Tenevre - Tenace. »
Tenore - Eccezione, riserva.
Tentare - Difèndere, protèggere.
Tenzonare - Lottare.
Tornare - Vòlgere.
Traisón - Tradimento.
Travacarse - Sdrajarsi.
Traversare - Morire. V. Trapas-
sare.
Travóndere - Trangugiare.
Vargàr - Eccèdere, trascéndere.
Casello - Vaso.
Veddr - Vietare, proibire.
Ventura - Pròspera sorte.
Vtrgonza - Vergogna.
Via - Fiata, volta.
Virtù - Forza - Prodigio.
Vqjàr - Vuotare.
Za - Qua - Già.
INDICE
DELLE MATERIE DI QUESTO VOLUME
Lèttera di dèdica pag. 5
Prefazione - 5
Poemetto inèdito di Pietro da Barsegapc .... » 35
De le zinquanta cortexie da tavola de Fra Bonvexino
da Riva » 159
De la dignitade de la glorioxa Vergene Maria . . » 181
11 Decàlogo, di anònimo Bergamasco del 1253 . . » 195
Nota di voci antiquate o vernàcole » 211
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OPEKE LINGUISTICHE
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